12 Marzo 1861: La caduta della Cittadella. Per non dimenticare

di Enzo Caruso

Rivolta

Il 12 Marzo 1861, con la caduta della Cittadella, Messina pone fine ad un lungo percorso di rivolta contro la Monarchia dei Borbone; un percorso iniziato con i Moti del 1821 e concluso nel 1860, passando per il funesto ’48 ove la città pagò, a caro prezzo, il suo desiderio di libertà in nome del popolo siciliano.
In quegli anni, l’importanza storica e artistica della storica fortezza, una delle più imponenti d’Europa, che potrebbe oggi rivelarsi un attrattore turistico dalle enormi potenzialità, passò in secondo piano rispetto al desiderio di riscatto di una città che, da quelle mura, aveva visto “vomitare” su di essa, fuoco e proiettili, terrore e morte in risposta al desiderio di libertà e autonomia che provocò, in un secolo, ben tre rivoluzioni contro i Borbone: 1821, 1848 e 1860.

Tre rivoluzioni da parte di un popolo che, pur facendo parte dello stesso Regno delle Due Sicilie, stava “al di là del Faro” (visto da Napoli) e che, con i Borbone, aveva un rapporto ben diverso da chi invece, rispetto al Faro, stava dalla parte opposta, più vicino alla Capitale del Regno. Purtroppo, a causa delle tante calamità che hanno martoriato Messina, la memoria dei suoi abitanti risulta essere così lacunosa da sconoscere “fatti e idee” che hanno animato il popolo messinese nel travagliato periodo del Risorgimento e i sacrifici subiti da chi combattè per la causa.

Gen. Carlo Filangeri

Delle tre rivoluzioni, quella del ’48 fu per Messina la più infausta; una volta sedata dalle truppe napoletane e svizzere, la rivolta comportò infatti, su ordine di Ferdinando II, la totale distruzione per rappresaglia della città e una durissima e spietata repressione guidata dal Generale Carlo Filangeri.
Approfonditi studi, confermati anche da fonti borboniche e diplomatiche coeve, attestano la ferocia con cui le truppe borboniche si accanirono sui cittadini inermi e gli ammalati degli Ospedali, che vennero saccheggiati e incendiati, gli stupri e le violenze sulle donne e sui bambini, la distruzione dell’intera città ridotta in fumo dai cannoneggiamenti che si protrassero ben oltre la resa. L’intera Europa condannò l’eccidio. Docici anni più tardi, il 12 marzo 1861, con la caduta della Cittadella e del Governo Borbonico Messina riscattava i 5.000 messinesi morti durante la rivolta del ’48.

In ricordo di quel travagliato periodo, sarebbe più corretto parlare di “eroica difesa della città” più che di “eroica difesa della Cittadella” e dei soldati, che obbedirono per dovere agli ordini ricevuti perché un atto si dice “eroico” se travalica il comune senso del dovere, in favore di qualcuno o di qualcosa, a costo della propria vita. Il 12 marzo si dovrebbe quindi commemorare (e non esaltare) in modo razionale e oggettivo “la caduta della Cittadella” come un momento di transizione tra un’epoca e un’altra perché, nel bene o nel male, da quel giorno Messina diventò Italiana.

Ferdinando II, detto Re Bomba

Le Commemorazioni dovrebbero sempre avere il compito di lanciare messaggi trasversali ed educativi, con lo scopo di indurre riflessioni sulla storia perché essa diventi effettiva “maestra di vita”. Oggi risulterebbe alquanto insensato andare depositare un omaggio floreale ai piedi della statua di Mussolini che, pur avendo ricostruito Messina dopo il terremoto, ne condannò il destino nel 1943 con la totale distruzione dei bombardamenti. Allo stesso modo, rendere omaggio alla Statua di Ferdinando di Borbone potrebbe apparire piuttosto discutibile, perchè significherebbe rendere onore a colui che, accanto al merito di aver rifondato la nostra Università, decretò la distruzione della città di Messina, meritandosi dall’Europa l’appellativo di “Re Bomba”.

Lapide a Palazzo Zanca

La caduta della Cittadella, per chi crede nel valore educativo della Memoria, può, anzi deve essere un’occasione per rileggere i fatti, da una parte e dall’altra; è un’occasione perchè la storia, letta in modo oggettivo e con i documenti alla mano, possa offrire ai giovani chiavi di lettura che i libri a volte non forniscono. Ben venga allora la data del 12 Marzo, ma non certo per evocare solo il ricordo di eroici soldati caduti sulle mura della Cittadella, dimenticando i messinesi morti per gli ideali di libertà, di cui oggi dobbiamo continuare ad essere testimoni. Per tali ragioni, un Sindaco, un Assessore, un Comandante, rappresentanti in loco dello Stato Italiano, non potranno certo, in linea di principio, essere coinvolti in commemorazioni legate ad avvenimenti e figure che, nella storia (per quanto discutibile si possa ritenere), vanno contro quella che è la nostra identità odierna, quella di essere semplicemente CITTADINI ITALIANI.

3 commenti

Articolo sfacciatamente antiborbonico! Tendenzioso e manipolativo di chi non conosce la vera storia.
Viva il nostre Re SICILIANO!!! Essere antiborbonici è essere antisiciliani! Le rivolte…tutte fomentate da nobili e baroni a discapito del popolo.

A prescindere dal fatto che, come riportato da storici di fama mondiale (Arold Acton e Denis Mac Smith), non vi fu nel ’48 nè mai a Messina alcun bombardamento specifico ed isolato, ma semmai una vera e propria guerra con due eserciti opposti (con relativi “bombardamenti” reciproci), l’appellativo di Re Bomba non è dovuto, come molti credono, al fantomatico bombardamento di Messina mai avvenuto, bensì a quello di Palermo. Quest’ultimo poi, fu precedeuto dalla evacuazione, da parte delle truppe duosiciliane, di tutta la popolazione della città, ricoverata presso il piazzale antistante il Palazzo Reale di Palermo. Il “bombardamento” quindi avvenne su di una città svuotata della popolazione. Inoltre, come lo stesso Acton riporta, i colpi furono poche e sporadici (intermittenti), alcuni dei quali a salve e sparati più per intimidire che per far danno. Quando ci si occupa di storia sarebbe il caso di approfondire parecchio le vicende delle quali si vuol parlare ed evitare di riportare patetici luoghi comuni acquisiti o da mendaci rendicontazioni o, peggio, “per sentito dire”.

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