Dagli incarti per le arance alla… carta d’arance

di Giusi Mangione

Gli incarti degli agrumi, in particolare delle arance, sono quelle veline, quadrati di sottilissima carta dai colori sgargianti e dai disegni fantasiosi, nate per proteggere quel frutto prezioso nei lunghi viaggi che lo portavano ai mercati del nord Italia. L’utilizzo degli incarti risale agli inizi dell’800, attraversa un periodo di vero “fulgore” nel primo trentennio del nuovo secolo quando ormai la funzione protettiva, sempre necessaria, è superata dall’esigenza di dare visibilità e riconoscibilità al prodotto. Il successo degli incarti resisterà, con alterne fortune, fino agli anni ’50, che ne registrano la lenta, ma inesorabile dismissione.

Nel periodo di maggior diffusione, la creatività degli artisti dell’imballaggio, antenati dei packaging designer di oggi, si è espressa in maniera gioiosa, colorata, con disegni dai tratti mai particolarmente elaborati, con testimonial a volte improbabili: il grillo parlante, felini aggressivi, un drakkar vichingo per trasportare arance, ma con un approccio semplice che raggiungeva lo scopo: attrarre l’attenzione su un prodotto d’eccellenza e sul suo produttore.

Venuta meno l’esigenza di proteggere un frutto che anzi, doveva essere proposto sempre più lucido e perfetto, le “papiers d’orange” vanno via via scomparendo. Al loro posto, piccoli bollini e dal 2013 tatuaggi al laser efficaci per la tracciabilità del prodotto, ma inaccettabili nel confronto nostalgico con quei romantici vestiti di carta seta. Ancora qualche commerciante “veste” la produzione di arance, ma gli incarti ormai appartengono al mondo del collezionismo.  A tal proposito, è da segnalare l’encomiabile collezione della Sig.ra Romana Gardani che, superato lo scetticismo di chi le domandava “Cosa te ne fai?”, ha collezionato oltre 26.000 incarti, aggiungendo anche bollini, cartoncini e strisce delle cassette di frutta e nel suo sito offre un generoso assaggio dell’incredibile collezione.  http://www.nonsoloarance.net

A questo punto, facendo la capriola linguistica proposta dal titolo: dagli incarti per le arance alla carta d’arance, si arriva ad affrontare quell’ampio ed esaltante concetto del reimpiego delle materie. L’uso sostenibile, in questo caso, ha interessato gli scarti delle arance. Estratto il succo, gli oli essenziali dalle bucce e la pectina, si arriva al “pastazzo”, scarto della lavorazione che rappresenta circa il 50% del prodotto. Uno scarto “scarso” che viene, nella migliore delle ipotesi, pellettizzato e destinato alla combustione, o miscelato ai mangimi per animali, o nella peggiore (e più comune) delle ipotesi, eliminato in discarica.

Una Ditta veneta, leader nella produzione di carta, ha creato grazie ad un approfondito lavoro di ricerca, una linea di carte ecologiche realizzate con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali (residui di agrumi, kiwi, mais, caffè, olive, nocciole e mandorle). Grazie a questa innovazione gli “scarti” sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente da albero e la carta viene realizzata con il 100% di energia verde.

Si tratta di prodotti di altissima qualità, basti pensare che il nuovo elegante astuccio “naturally” di una marca di champagne è realizzato con le bucce delle uve. Da tutto ciò si arriva ad una considerazione, piuttosto semplice, che la differenza tra scarto e ricchezza dipende solo dall’impostazione (anche mentale) che si vuole avere.

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1 commento

grazie per la citazione! (solo il cognome è Gardani e non Gandani). Molto interessante l’articolo anche sul “riuso” degli scarti. Che poi per altri – come giustamente scrive – scarti non sono. La ricchezza della creatività sta spesso nel “pensiero laterale”.

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