12 luglio 1812 – Viene promulgata la Costituzione siciliana

La Sicilia si dotò nel lontano 1812 della prima costituzione liberale italiana, di cui oggi ingiustamente in Italia molti si sono dimenticati.

La Costituzione siciliana del 1812 era modellata su quella inglese, di cui condivideva le lontane origini normanne, ma riprendeva anche la vecchia Costituzione del Vespro, adattata ai tempi. I tre poteri furono nettamente distinti. Il “potere legislativo” fu affidato a un Parlamento di due Camere: la Camera dei Comuni, in cui ora erano rappresentati tutti il territorio siciliano e non più solo le 42 città demaniali del Regno; e la Camera dei Pari, in cui i Pari Temporali e quelli Spirituali erano gli stessi che avevano fatto parte dei vecchi “Bracci” militare ed ecclesiastico. Il “potere esecutivo” fu affidato al Re, ma i Ministri erano posti sotto il controllo del Parlamento. Il potere giudiziario alla “magistratura”, soggetta solo alla legge e alle sentenze della Camera dei Pari costituita in Alta Corte. Furono introdotti i Consigli civici e le Magistrature elettive in tutti i comuni dell’isola. Fu abolito il feudalesimo e con esso ogni forma di servitù o sopravvivenza addirittura di schiavitù. Furono riconosciute le libertà e i diritti civili che ancora oggi figurano nella nostra Costituzione. La politica fiscale fu posta sotto il controllo della sola Camera dei Comuni, con il solo potere di veto da parte della Camera dei Pari; per contro la politica estera era messa sotto il controllo della Camera dei Pari.

Tutti i cittadini maschi non analfabeti con una rendita minima di 18 onze annuali (un reddito bassissimo, paragonabile a circa 10.000 euro l’anno di oggi) erano elettori della Camera dei Comuni, mentre, per essere eletti il reddito dove essere più alto (150 onze annuali, e quindi bisognava essere benestanti, anche se non proprio ricchi). La Camera si rinnovava ogni 4 anni, come i vecchi Parlamenti di Sicilia. A ciascun cittadino spettava, per mezzo di un Parlamentare, il diritto di fare domande, di presentare querele o, addirittura, di presentare “disegni di legge”. L’ammissione invece alla Camera dei Pari, oltre che per diritto ereditario, poteva avvenire per nomina regia, ma bisognava essere cittadini siciliani ed avere una rendita annua stratosferica, corrispondente a diversi milioni di euro di oggi; la Camera dei Pari era ancora l’Assemblea dei vecchi “gattopardi” di Sicilia, dei suoi potentissimi e ricchissimi baroni.

Fonte: http://www.sicilianazione.eu/

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