A Patti un caffè storico in stile Liberty

Caffè Galante

di Giuseppe Spanò

Esistono molteplici modi per ripercorrere la storia di una città, osservare i mutamenti dei costumi, cogliere le evoluzioni epocali che, in un secolo di grandi stravolgimenti materiali e culturali, hanno interessato comunità grandi e piccole del nostro paese.

Per rituffarsi nelle atmosfere del passato basta abbandonarsi all’avventura di un “viaggio” per i vicoli di un centro storico ricco di testimonianze, come quello della “magnificentissima civitas” di Patti. Tra i luoghi della memoria, cari alle generazioni che vi hanno consumato la loro spensierata giovinezza, dagli angoli dei ricordi riaffiora indimenticabile l’antico Caffè Galante, a due passi da piazza San Nicola, dove pulsava l’antico cuore della città.

Chi ha l’opportunità di accedervi non può non provare la triste sensazione di decadenza consequenziale alla vista dei segni dell’abbandono.

Aperto nel lontano 1918 da Giuseppe Galante, sino ad allora cuoco dell’importante Collegio Magretti, dove veniva ospitata in quegli anni la migliore gioventù del comprensorio pattese, si trasferì al n. 17 della via Regina Elena e divenne subito il caffè più importante, non solo della città, ma dell’intero territorio.

Per arredarlo e rifinirlo furono chiamati i migliori artigiani della zona: il fabbro Villanti, il marmista Mastrantonio, il falegname Cavallaro, il decoratore Rifici che, per gli stucchi, si rivolse ad una importante ditta di Milano, che ne curò i disegni in rigoroso stile liberty.

Qui, negli anni in cui il centro tirrenico viveva uno dei suoi periodi più floridi ed era il capoluogo amministrativo, economico e culturale di un ampio comprensorio, si incontrava un nutrito gruppo di professionisti ed intellettuali, che elessero il caffè a sede di un attivo cenacolo, animato dai conversari dei più raffinati uomini di cultura della città: i fratelli Stella, il pittore Palermo, gli avvocati Raffo Saggio e Peppino Marino, i dotti professori Carmelo Sardo Infirri e Michele Mancuso, il poeta Vincenzo Adamo, lo scrittore Giuseppe Mellina Ocera. Ad accompagnare quest’ultimo, omerica figura di intellettuale cieco, era spesso il figlio, Michele Angelo Mancuso, allora giovane studente, che in un testo intitolato “Una lontananza di anni luce”, edito dall’Associazione Beniamino Joppolo, ripercorre i momenti ed i personaggi che animavano quello straordinario “salotto”.

E qui si riunivano alcuni studenti per ascoltare le memorabili lezioni supplementari di alcuni eminentissimi professori del liceo, come il filosofo Nino Noto e l’insigne grecista Piero Sgroi. Ed era qui che l’allegra brigata riceveva le visite di amici illustri che venivano da Messina, come Salvatore Pugliatti ed il poeta Salvatore Quasimodo. Proprio tra i suoi tavoli fu concepita la rivista “Vita Nostra”, importante giornale pattese dell’epoca che, oltre alla cronaca, ospitò tra le proprie pagine le poesie del premio Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, di Vann’Antò, poeta ed esponente del Futurismo siciliano, nonché i saggi di estetica del celebre umanista e giurista Salvatore Pugliatti, tutti fedeli frequentatori del Bar Galante.

Carmelo Galante, il figlio del fondatore, che sin dall’età di otto anni gestì il bar assieme al padre, ricorda che c’era una sorta di turnazione nella fruizione del locale. Agli intellettuali, che l’occupavano dalle 17 sin verso le 20, si succedevano i più facoltosi commercianti della zona, che passavano le serate al gioco del “tocco”, a base di birra. La mattina era riservata alle visite degli avvocati che giungevano al tribunale di Patti da tutta la provincia e sostavano nel bar Galante per sorbire il caffè espresso, allora una vera rarità, che il proprietario preparava con una monumentale macchina, sulla quale troneggiava una gigantesca aquila dorata, oppure assaporavano le granite di limone, accompagnate da “zuccarate”, “cuddureddi” e “friciulette” e dai caratteristici “cardinali”, preparati dalla moglie di don Giuseppe, che aveva appreso il mestiere di pasticciera dalle suore del convento della Sacra Famiglia, o gustavano la “Scialotta” o il “Poncio all’arancia”, tipici gelati del locale, vere e proprie leccornie che il bar preparava in esclusiva. Sapori di un tempo, ricordi di un’epoca che il caffè Galante ci racconta meglio di un libro di storia.

Dal 2005, dopo avverse vicende, il Caffè Galante è chiuso. Dal 2008 è divenuto location occasinale di eventi socio-culturali che hanno visto la presenza di personaggi autorevoli, tra cui Alberto Cottica, ex musicista dei Modena City Ramblers, economista, autore del saggio Wikicrazia e fondatore della prima comunità italiana che si occupi di open data e trasparenza, Fabio Fornasari, architetto museale, coprogettista, insieme ad Italo Rota, del Museo del Novecento di Milano, Antonio Presti, mecenate e fondatore del parco d’arte contemporanea Fiumara d’Arte, Antonio Calabrò, scrittore e giornalista, attuale direttore della Fondazione Pirelli, Melo Freni, anch’egli famoso e apprezzato scrittore e giornalista.

Caffè Galante è stato negli ultimi dieci anni anche luogo di sperimentazioni innovative nel campo del digitale con i primi collegamenti in streaming e l’utilizzo degli ambienti virtuali tridimensionali; inoltre è stata sede dell’attivismo civico a favore dell’ambiente, della tutela del patrimonio culturale, della trasparenza in campo politico e amministrativo, della diffusione degli open data e location per la promozione dell’imprenditorialità tra i giovani creativi e sede in Italia del primo Kublai in Campo, nel 2013, organizzato dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Fino al 1992 lo storico locale venne gestito dalla famiglia Galante ma, dal 2004 al 2014, ha subito le infiltrazioni d’acqua provenienti dalle tubazioni fatiscenti dell’acquedotto comunale delle vie confinanti ed è stato da queste gravemente danneggiato. Per poter riaprire il Caffè Galante e tornare a svolgere la funzione di centro di promozione culturale e sociale è necessario un importante restauro che ne blocchi il degrado e ne ripari i danni subiti: ma tutto tace nell’oblio più assoluto.

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