Antonino Alberti detto il Barbalonga, un pittore messinese alla corte di Papa Urbano VIII

Antonio Alberti detto il Barbalonga Madonna e santi

di Giuseppe Spanò

Madonna e santi, Taormina

Antonino Alberti detto il Barbalonga nasce a Messina nel 1600 nella famiglia dei marchesi di Pentadattilo; da giovane si dedicò allo studio delle lettere ma quasi subito dimostrò una spiccata inclinazione al disegno e frequentò la scuola di Giovan Simone Comandè, dove imparò i rudimenti della pittura.

Trasferitosi a Roma, fu accolto nello studio del Domenichino, uno dei mag­giori pittori della scuola siciliana, divenendo in breve tempo il suo allievo migliore.
Collaborò col maestro in molte opere, come negli affreschi nella Cappella Merenda della chiesa di Santa Maria della Vittoria Estasi di San Francesco e Stimmate di San Francesco, nella Madonna col Bambino, San Giovannino, San Petronio e Angelo, conservata alla Pinacoteca di Brera e nella Santa Cecilia di Palazzo Rospigliosi-Pallavicini. Nella città capitolina rimangono, inoltre, la pala con La Vergine, S. Bonaventura e S. Girolamo nella chiesa di S. Croce e S. Bonaventura dei Lucchesi (circa 1628), attribuitagli dal Passeri, quella con i SS. Gaetano ed Andrea Avellino in S. Silvestro al Quirinale; il ritratto di Orazio Spada, nella galleria Spada, attribuitogli da R. Longhi.

Lo stile del Domenichino e del Barbalonga assunsero dei connotati così simili che le loro opere si confondono e la sua fama aumentò celermente e fu introdotto nella corte pontificia divenendo molto vicino al Papa Urbano VIII.

Dei suoi dipinti rimangono a Messina un S. Filippo Neri ed il ritratto di suo zio don Francesco d’Aliberti, nella chiesa dell’ex Oratorio dei padri filippini; in S. Gregorio, il gran quadro del Titolare, ultimato nel 1636.

Il suo capolavoro è considerato la Conversione di San Paolo che si trova nella chiesa di S. Paolo. Altri numerosi dipinti, dopo il 1678, furono portati in Spagna dal Conte di S. Stefano Benavides, insieme ai Monumentali Privilegi della Città di Messina.

Il Barbalonga fu colpito dalla chiragra ma continuò a dipingere nei periodi in cui il male gli concedeva tregua.

S. Bartolomeo
 S. Bartolomeo

Riuscì ad ultimare una copia del quadro di N. S. della Lettera, che si venera nel Duomo, e il 2 novembre 1649 morì a soli quarantanove anni.

Interessante la biografia dell’epoca che racconta con duvuta precisione la vita e le opere del grande pittore messinese:

“Mentre al sommo della gloria era giunta la pittura in Messina, mercè gli sforzi dè Comandè, dè catalani e dè Rodriquez, sorse tra noi Antonio Barbalonga, che dev’essere riguardato come il quarto gran capo-scuola dell’epoca presente, non già riguardo al merito, ma avendosi soltanto riguardo all’età in cui visse.
Egli è troppo conosciuto in Italia, servendo per tutto elogio di tant’uomo, quel che scrisse il chiarissimo Abbate Lanzi, chiamandolo il primo degnissimo allievo del Domenichino, ed uno dè migliori pittori dell’Isola.
Nacque Antonio in Messina dalla nobile famiglia dè Barbalonga Alberti, nel primo anno del secolo XVII.
Applicato alla letteratura, e poi per inclinazione al disegno, fu posto nella scuola dè Comandè, ed era in brevi giorni ormai devenuto un grazioso pittore.
Gli agi in cui nacque gli diedero i mezzi di vedere l’Italia, ed osservar da vicino i grandi uomini che allora fiorivano, ma sopra ogni altro attirò i sguardi suoi il celebre Domenichino, che colla purità del suo stile lo incantò in guisa tale, che con isdegno Barbalonga devenire suo discepolo, confondendosi colla turba degli scolari, e ne superò per testimonianza dello stesso Lanzi ad Andrea Cammasei, il primo allievo di quella scuola, precisamente nella scelta, e nella franchezza.

Conversione di S. Paolo

Formato come egli era, nel disegno, e praticonel maneggio dè colori, non ebbe a far altro il maestro, che farle copiare i suoi originali, onde formarsi in quella nuova maniera, ed in poco tempo Domenichino, e Barbalonga divennero la cosa medesima, a segno che le loro opere si confondono, e precisamente nè putti, non vi è chi dar si possa ne facea il maestro di lui, che lo scelse a formarle il suo ritratto.
Frattanto in Roma da disepolo divenuto maestro produsse nella sua scuola molti allievi, e fra gli altri che gli fecero onore, vi fu il chiarissimo Angelo Canini romano.
Sparsasi intanto la fama del suo merito, ed introdotto nella corte pontificia, divenne ben tosto il confidente di Urbano VIII ed ebbe l’onore di ritrarlo, da cui ne ricevè in compenso grandi onori, e larga remunerazione, come ci racconta il Samperi suo coetaneo, il quale ci assicura di avere ancor egli fatto il ritratto a molti regnanti.
Ebbe frattanto delle rilevanti incombense, per lo più grandi opere, ed egli alcune rifiutonne, contento di lasciar sua memoria, solo in quelle che credea di più onore. Dipinsi dunque nella chiesa dè Padri Teatini a Montecavallo il S. Gaetano, e S. Andrea Avellino fra molti Angeli, che sembravano dello stesso Zampieri, l’Assunzione in S. Andrea della Valle. Le virtù nella Vittoria di S. Carlo a Catenari, S. Giovanni, e S. Petronio in S. Giovanni Evangelista dè Bolognesi, che d’alcuni sono falsamente attribuiti al Domenichino.
Dopo aver queste, ed altre opere condotte, pensò di ritornare alla patria, ove era giornalmente chiamato, e qui dunque tornò verso il 1631.
Non era facile impresa l’acquistarsi in Messina gran nome, atteso què tanti maestri, che vi erano stati, e che ancora esisteano, fra quali il Rodriquez, ma la sua nuova maniera di dipingere tutta grazia, e soavità, attirò a se gli sguardi universali, e fece tacere la stessa invidia.
Conoscendo frattanto, che il Rodriquez nessun allievo avea sino allora formato, concepì la nobile idea di propagare l’arte divina, istruendo in essa non pochi alunni, fra quali lo Scilla, il Gabriello, il Maroli, che colle loro pitture illustrarono se stessi, ed il loro maestro.

Favola di Galatea e Polifemo

Il primo saggio da lui dato, fu il celebre quadro di S. Filippo Neri alto palmi 14 e largo 9 da lui dipinto a richiesta di suo zio, Rev. D. francesco d’Aliberti, e da questi donato alla chiesa dell’Oratorio da lui fondata. Oltre di una Pietà che si vede nella medesima chiesa, nella quale su di un teschio si legge: Antonius Aliberti Barbalonga 1634.
Si conserva ancora in sagrestia il ritratto del riferito suo zio, assai vivo, e naturale.
Altra famosa opera fu il gran quadro del Titolare in S. Gregorio, segnato coll’anno 1636. Il Santo è seduto in atto di scrivere, mentre riceve i lumi del S. Spirito, circondato da un coro di Angeli: è ammirabile la sua faccia, in cui si scorge e la riflessione, e la sorpresa. I due putti interamente nudi, che sedendo a piè del Santo stanno svolgendo un libro, sono cosa a dir vero singolare, pella bellezza delle membra, e pella tenerezza con cui sono dipinte le loro carni. Vicino questo quadro altro ne esiste di uguale grandezza creduto del Guercino, ma oh di quanto esso lo supera e di quanto indietro lo lascia.
Dipinse inoltre il S. Gaetano, ed il Titolare in S. Andrea Avellino in un medesimo quadro. S. Carlo Borromeo immezzo un coro di Angeli in S. Gioacchino. La gran tela dell’Ascenzione in S. Michele delle monache, la celeberrima Pietà nella chiesa dell’Ospedale, quale sembra uscita dalle mani dello stesso Domenichino; e la nascita della Vergine entro il Monistero di S. Anna.
Ma il suo capo d’opera è la Conversion di S. Paolo nella Chiesa di questo Monistero, quadro è questo in cui si scorge uno spirito, una vivacità, una espressione, al di là di quanto possa immaginarsi, ma sopra ogni altro il Santo a terra caduto, cogli occhi stravolti, e nello stato di massimo sbigottimento, è un pezzo veramente originale. Sono degni ancora di essere guardati con riflessione i cavalli, quali non potrebbero con più verità, ed esattezza notomica essere disegnati dall’istesso Leonardo.
Altre pitture avea condotto il nostro Antonio pella pubblica galleria, quali erano una S. Cecilia, una gran tela rappresentante le nozze di Canaan, ed il quadro della lettera pella cappella senatoria opera assai stimata, della quale se ne fecero un gran numero di copie in pittura, ed in Bassorilievo: esse furono trasportate in Ispagna dal Conte di S. Stefano e solo di quest’ultima ce ne resta il rame nell’Iconologia del Samperi.

Ritratto di Orazio Spada

In Palermo si ammira nella Galleria del Principe di Belmonte, una S. Cecilia, che pella sua bellezza, era creduta un’opera dello Zampieri.
Oltre la testè cennata S. Cecilia altre due opere si conservano in Palermo nella compagnia del Sangue di Cristo rappresentanti una cioè, un Cristo colla croce, ed altro quadretto con due angeli, che sostengono il sudario di N. S., quale non potè esser finito dal Barbalonga, perchè sopraggiunto dalla morte, e fu terminato dal palermitano Giacono lo Verde allievo di Pietro Novelli.
Quali erano le sue pitture tutte dolcezza ed espressione, tali erano i suoi costumi angelici, e la sua vita innocente, per cui aveasi attirato l’amore universale fin dagli stessi suoi emoli, e precisamente dal Rodriquez, che a bocca piena lodavalo, chiamandolo pittore migliore di lui; ma il Barbalonga, rendendogli il dovuto onore chiamavalo il Caracci della Sicilia, ed il maestro di tutti.
Il più funesto male venne intanto ad attaccarlo sul meglio dè suoi giorni, e della sua gloria. La chiragra atrocemente tormentandolo l’obbligava a lasciare i pennelli, ma questo non era che un sintomo del male, che lo andava distruggendo. Egli però mirava placidamente accostarsi la sua fine, e senza punto agitarsi, si applicava nelle ore di triegua a terminare una copia del quadro di nostra Signora della Lettera, che si venera nel nostro Duomo quale avea principiato per sua devozione.
Egli quasi nel giorno stesso terminò la pittura, e la vita, restando miseramente spento di soli 49 anni nel 1649.
La sua morte prematura tirò le lagrime dè suoi concittadini, e di coloro che ebbero la sorte di conoscerlo; gli furono fatte magnifiche esequie nella chiesa di S. Agostino, ove giace sepolto”.

 

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