Borgo Giuliano: controversia tra i comuni di Cesarò e San Teodoro

foto borgo giuliano

di Antonio Matasso

foto borgo giuliano5All’inizio del 1940, pochi mesi prima della tragica entrata in guerra dell’Italia, il fascismo sansepolcrista delle origini ebbe un colpo di coda, determinando uno degli aspetti più interessanti della politica sociale di quella dittatura: l’assalto al latifondo, lanciato dalla legge n°2 del 2 Gennaio 1940, passata alla storia come “legge Tassinari”.

Fu appunto Giuseppe Tassinari, già preside della facoltà d’Agraria dell’Università di Bologna e ministro per l’Agricoltura e le Foreste tra il 1939 ed il 1941, a firmare la legge «per la Colonizzazione del latifondo siciliano», che avrebbe immesso famiglie di contadini nelle terre incolte dell’isola. Il successivo Regio decreto del 26 Febbraio disciplinò l’ordinamento dell’Ente di Colonizzazione del latifondo siciliano, la cui direzione fu affidata al dott. Nello Mazzocchi Alemanni, già numero due di quell’Opera Nazionale Combattenti che aveva gestito le estese bonifiche volute dal fascismo.

Furono scelti otto architetti siciliani per progettare altrettanti insediamenti sull’isola, tutti dedicati ad eroi o caduti in guerra e realizzati entro il 1943 nelle province siciliane. La “ratio” della scelta di architetti locali risiedeva nella necessità di non introdurre nell’ambiente rurale siciliano elementi estranei al paesaggio ed all’architettura isolani.

fotoborgogiuliano2I borghi erano organizzati come nuclei autosufficienti: ognuno di essi ospitava una chiesa con annessa abitazione del parroco, un ufficio postale, una stazione dei carabinieri ed una delegazione podestarile, oltre a scuole, servizi sanitari, botteghe artigiane, casa del fascio ed uffici dell’Ente di Colonizzazione.

Tutti questi luoghi furono provvisti altresì delle forniture d’acqua necessarie alla coltivazione della terra. Il fascismo ritenne così di aver compiuto un atto «non contro la proprietà, ma con la proprietà», apportando migliorie ai fondi condannati all’incuria e ricavando così elementi utili alla propaganda del regime.

In realtà la gran parte del notabilato locale non la prese troppo bene, se consideriamo l’entusiasmo con cui i proprietari terrieri, benché spesso compromessi col fascismo, accolsero lo sbarco degli anglo-americani poco tempo dopo, insieme ai ritrovati alleati mafiosi.

Interessante in provincia di Messina è la vicenda di Borgo Giuliano: sorto nel 1940 sulle terre improduttive della famiglia Capizzi, fu abitato per brevissimo tempo a causa della controversia tra i comuni di Cesarò e San Teodoro sui confini amministrativi. Ciò non impedì comunque alla scuola rurale lì ubicata di funzionare. Altrettanto curiosa è l’intitolazione: l’agglomerato porta infatti il nome di Salvatore Giuliano. Come è ovvio, non si tratta certo dell’omonimo capo dell’Evis, bensì di un caduto nel Corno d’Africa. L’abitato consta di poche case e di una chiesetta, il tutto oggi pericolante e lasciato nel più assoluto degrado.

fotoborgogiulianoUn’agricoltura in crisi permanente e la scarsa attenzione verso la “Sicilia minore” rischiano di far scomparire anche queste ultime tracce di un passato bucolico, che invece potrebbero costituire il brodo di coltura di un turismo ecologico tutto da inventare, soprattutto nel territorio della Città metropolitana di Messina, che pure rappresenta il polmone verde dell’isola. Salvare questi luoghi non equivale certo a valorizzare l’immagine di una dittatura, ma almeno servirà a riscattare un popolo che deve dimostrare di non rassegnarsi alla triste  e graduale scomparsa di tante testimonianze di un mondo rurale che appartiene alla storia di gran parte delle famiglie siciliane e messinesi.

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