Capizzi 1943, cronache di un massacro dimenticato

di Giuseppe Spano’

Nel 1960, alla proiezione del film “La ciociara”, diretto da Vittorio de Sica e ispirato dall’omonimo romanzo di Moravia, il pubblico rimase turbato dalla scena in cui la protagonista, interpretata da Sofia Loren, e la figlia venivano stuprate da soldati marocchini al seguito degli alleati.

Si trattava purtroppo di uno spaccato realista dell’Italia del 1943, quando a margine dell’avanzata Anglo-americana, già carica del dramma della guerra, si verificarono una serie di fatti di estrema violenza a danno della popolazione civile. Il tragico fenomeno raccontato nella celebre pellicola ebbe inizio in Sicilia, nell’agosto del 1943 e vide nei Nebrodi uno degli scenari dell’orrore.

L’operazione Husky, così come è stato chiamato il piano di invasione della Sicilia, era iniziata la notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943. Il piano prevedeva lo sbarco dell’Armata Americana sulla costa meridionale della Sicilia e proseguendo verso est nella costa settentrionale si sarebbe dovuta incontrare con l’Armata Inglese, a sua volta sbarcata sulla costa sud-orientale. L’obiettivo di entrambe le armate era quello di aggirare il nemico e giungere a Messina per poter così impedire alle forze italotedesche di poter varcare lo Stretto riparando verso il continente.

Le manovre delle due Armate subito dopo lo sbarco spinsero le truppe italotedesche, compresse verso la Sicilia nordorientale, a pianificare una fase di contenimento con lo scopo di evitare l’aggiramento e l’accerchiamento del nemico e soprattutto consentire alle forze militari presenti sull’Isola di essere trasferite sul continente. Ci fu quindi una reazione all’invasione che di fatto fu una ritirata ben strutturata e ben pianificata dal punto di vista strategico. Si crearono così, in opposizione agli Alleati, più linee interne di difesa terrestre per una resistenza ad oltranza che permettesse di volta in volta lo sganciamento periodico di truppe e mezzi in direzione dello Stretto, per essere traghettate in Calabria.

L’operazione difensiva consisteva nel muovere tutti i reparti e raggrupparli all’interno delle aree della Sicilia che per le caratteristiche morfologiche si prestavano più facilmente alla difesa, cioè le Madonie, i Nebrodi, il massiccio dell’Etna con la piana di Catania ed in un secondo tempo anche i monti Peloritani. La scelta di siti in prevalenza montuosi comportava dei vantaggi difensivi in quanto spesso l’attaccante non poteva utilizzare in quei luoghi la fanteria corrazzata.

Vennero così a formarsi delle linee campali che andarono a tagliare la cuspide orientale della Sicilia e che in modo ordinato opposero resistenza all’avanzata degli Alleati permettendo, di volta in volta, il ripiegamento italo-tedesco verso lo Stretto. Fu così che il fronte della Seconda Guerra mondiale giunse anche nei Nebrodi.

A partire dal 21 luglio 1943 si era formata la linea difensiva che da ovest ad est si attestava tra S. Stefano di Camastra, Mistretta, Nicosia, Assoro, Agira, Regalbuto, Centuripe, Catenanuova, Muglia, Simeto. Diversi eventi bellici si susseguirono fino a quando il progressivo arretramento del fronte portò il conflitto nel cuore dei Nebrodi, prima sulla cosiddetta linea di San Fratello e poi sulla linea di Tortorici.

Il generale statunitense Patton, durante la preparazione dello sbarco in Sicilia nel giugno 1943, aveva chiesto di unire alla propria armata un battaglione marocchino in rappresentanza dell’esercito francese, che sarebbe rimasto in Africa per riorganizzarsi. Fu così che il generale francese Giraud mise a disposizione il 4° Tabor comandato dal capitano Verlet. Si trattava di un reparto che rispecchiava la struttura tribale (goum) ed era composto dai contingenti 66°, 67° e 68° aventi come effettivi 58 francesi, per la maggior parte ufficiali e sottoufficiali, 832 marocchini, principalmente goumiers (soldati semplici) e 241 animali tra cavalli e muli. Fornito di armi americane il Tabor fu fatto sbarcare il 13 luglio a Licata.

La linea di Caronia – San Fratello – ovest di Cesarò – Troina – Adrano – Biancavilla – Acireale aveva come caposaldo principale Troina. Gli americani, dopo aver occupato Nicosia, si fermarono sulle colline che si affacciano sul fiume Cerami per riorganizzarsi dopo la lunga marcia da Gela a Licata. Nell’offensiva studiata dal generale Allen il 4° Tabor avrebbe dovuto, assieme al 18° Reggimento, spostarsi verso Capizzi per poi proseguire e tagliare la SS 120 al di là di Troina. Pertanto i marocchini il 27 luglio iniziarono a spostarsi da Gangi per le difficili vie di campagna per occupare il monte Sambughetti che domina la strada Nicosia-Mistretta-Santo Stefano di Camastra. Gli italiani del 5° reggimento fanteria Aosta si ritiravano quindi verso Capizzi subendo numerose perdite e colpendo, con una vivace resistenza, il 66° goum che ebbe una quindicina di uomini fuori combattimento. Il 30 luglio il Tabor continuò verso Capizzi combattendo assieme al 18° reggimento americano.

Ma nei giorni successivi i movimenti delle truppe furono bloccati dalla reazione dei soldati dell’Asse con le loro artiglierie. Mentre i combattimenti continuavano a impegnare la prima linea, a Capizzi invece si verificava una singolare guerra privata tra marocchini e capitini. I goumiers erano facilmente riconoscibili dal loro vestiario, indossavano infatti un ampio camicione, il cosiddetto barracano, e portavano i capelli intrecciati e unti. Il loro aspetto esaltato era accompagnato dall’eco del loro comportamento e la fama delle loro imprese aveva di gran lunga preceduto il loro arrivo a Capizzi, creando ansia e preoccupazione nella popolazione.

Involontariamente gli stessi americani contribuirono ad alimentare la paura invitando la popolazione a ritirare prudentemente le famiglie dalla campagna per evitare facili aggressioni, come quella avvenuta in contrada Ruscina dove due donne erano state violentate. L’accampamento dei marocchini a Capizzi era al Piano della Fiera e a Monte Rosso, molti civili erano stati fermati all’ingresso del paese e alleggeriti di portafogli, orologi e oggetti d’oro, agendo alcune volte anche con violenza. Caso esemplare fu l’episodio di un furto di orecchini, tolti con forza dalle orecchie di una donna, fatto che costò caro ad un marocchino che per ordine di un ufficiale fu legato alla coda di un cavallo poi lanciato al galoppo.

I capitini dopo un primo momento di sgomento iniziarono a reagire: alcuni goumiers vennero bastonati, ad altri venne invece mostrata una corda per intimorirli, temevano infatti la morte per impiccagione che, secondo le loro credenze, avrebbe impedito alla loro anima di giungere in paradiso. Molti vennero impiccati o uccisi a colpi di accetta. In contrada Salice due goumiers furono impiccati e lasciati a penzolare su due alberi.

Vicino a Spezzagallo altri due furono uccisi a colpi di accetta perché sorpresi a rubare. Altri morirono in contrada Mercadante e due cadaveri furono rinvenuti in un casotto all’Addolorata. Un altro invece fu trovato morto dopo alcuni mesi, con ancora indosso il suo caratteristico costume, in un pagliaio di Pardo. Finalmente, dopo la caduta di Troina il Tabor riprese la sua marcia a protezione dei fanti del 60° reggimento. L’11 agosto il Tabor superò i monti Pelato e Camolato, tagliò la strada Cesarò-San Fratello per poi, attraverso Monte Soro e Serra del Re, superare l’altra strada Randazzo-Capo d’Orlando. Dopo l’occupazione di Messina, avvenuta il 17 agosto, il Tabor fu tenuto fuori dalla città e il 23 ottobre fu rimpatriato col suo carico di elogi e di gloria conferitagli dai generali alleati.

I fatti di Capizzi, meglio conosciuti come “marocchinate”, per la ferocia registrata sull’inerme popolazione, meritano ancora oggi di essere ricordati perché rappresentano una ferita forse ancora aperta e che deve restare a perenne testimonianza, per le giovani generazioni, degli orrori che ha contrassegnato le vicende della Seconda Guerra Mondiale.

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