Chiare, fresche, e dolci acque! Saponara: non solo tristi ricordi

di Santino Paladino

Saponara evoca purtroppo ricordi dolorosi legati alla tragica alluvione del 2011 ed all’omicidio di Graziella Campagna. Ricordi che offuscano nell’immaginario collettivo, la presenza di elementi d’interesse per chi è interessato alla scoperta dei piccoli tesori nascosti in ogni comunità della nostra provincia.

Fonte Boottesco

Tralasciando, solo perché già abbondantemente trattata in tantissimi testi ed articoli di stampa, la manifestazione locale più nota al di qua dei Peloritani: “La sfilata dell’orso e della corte principesca”, ci vogliamo oggi occupare di alcuni aspetti del patrimonio culturale ed artistico del centro tirrenico meno conosciuti ai più.

Poco fuori paese il nostro sguardo, guidato da un dolce rumore di scroscio di acque, è rapito da un lavatoio che ci fa piombare in un’epoca lontana, quando le abitazioni non erano raggiunte dal prezioso liquido: siamo alla “Fonte Bottesco”, dove ancora oggi qualche donna del luogo continua a recarsi per lavare la biancheria nella convinzione che, sulla pietra della grande vasca, lenzuola e “corredo” risplendano di un bianco “che più bianco non si può”, anche grazie a quel sapone fatto in casa, di cui sembra di sentire l’odore, magari derivato dalla lavorazione della pianta “Saponaria”, da cui il paese prende il nome.

Il “Bottesco” risale alla seconda metà del ‘600 e si compone di quattro fontane che fuoriescono da mascheroni con testa di leone e che versano in una prima vasca l’acqua che da qui raggiunge il lavatoio vero e proprio. La fonte è incastonata in una parete con fregi barocchi e un’iscrizione in latino: “Le singole cose che renderebbero famosa qualsiasi fonte defluiscono tutte insieme da questa sola. Offre delizia e cura agli abitanti ed ai forestieri. Anno della ristrutturazione 1670”.

Crocifisso ligneo

La Chiesa Madre di San Nicola è sicuramente il monumento più importante. Di particolare pregio il campanile merlato di stile rinascimentale ed il tetto ligneo.

L’altare maggiore risale al 1809. San Nicola è rappresentato in un affresco del Crestadoro (pittore palermitano particolarmente attivo nella nostra provincia), posto nella cappella dedicata al santo patrono del paese.

Molto interessante l’armonioso Crocifisso ligneo (opera dell’artista Salvatore Anastasi), incastonato in una cornice dai mirabili intarsi, anch’essa in legno, divisa in sei riquadri con episodi del Vangelo.

Di estremo interesse sono i resti di due antiche fornaci per la cottura dei laterizi, testimonianza di architettura preindustriale in un territorio che ha da sempre nella lavorazione dell’argilla una delle attività più redditizie.

Festa del “Quadrittu”

Anziani del luogo ci raccontano come l’argilla venisse sparsa ad essiccare per una settimana e una volta secca, veniva impastata con l’acqua e quindi lavorata nelle forme richieste, che venivano fatte essiccare ancora una settimana prima di essere “cotte” nella fornace a legna.Fra le manifestazioni religioso popolari, la citata “Sagra dell’Orso e della Corte principesca”, che richiama anche un gran numero di messinesi, forse ingiustamente offusca la “Festa del Quadrittu” del 7 Dicembre.

La festa, le cui origini risalgono al seicento, rievoca la ribellione dei “Carbonai” (la produzione di carbone ha costituito per molti anni una delle attività principali di Saponara) nei confronti della nobiltà, del clero e della cittadinanza in generale.

Sempre esclusi dalle feste e dalla vita pubblica, all’indomani della Festa di San Nicola (che si tiene il 6 dicembre), i carbonai scesero nottetempo dalle montagne, si impossessarono del quadro della Vergine custodito nella Chiesa dell’Immacolata e diedero vita, alla luce di grandi torce, ad un’improvvisata processione.

La processione notturna, animata dai “fiaccolari” con i loro torcioni infuocati, diventò da allora un atto devozionale cui partecipa l’intera cittadinanza e costituisce certamente una delle più suggestive tradizioni popolari messinesi del periodo natalizio

Alla festa del “Quadrittu” sono ispirati i notevoli bassorilievi bronzei del portale della Chiesa dell’Immacolata.

Una passeggiata di pochi minuti ci consente insomma di scoprire una delle tante gemme del territorio messinese, adagiata ai piedi dei ruderi di un antico castello ed in cui è possibile peraltro, all’interno del “Vivaio Ziriò”, venire a contatto con rari esempi di “Macchia mediterranea”, con molteplici esemplari di bellissimi aceri, castagni, pioppi, frassini, cedri, abeti e cipressi.

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