Corsi e ricorsi storici sul terremoto di Messina del 1908 e la casa regnante – 1

di Alessandro Fumia

Messina non fu interamente distrutta dal terremoto del 1908: la parte più colpita, rasa al suolo, fu il centro storico, ma intere zone rimasero intatte o quasi e furono abbattute dai “soccorritori” italiani, a cannonate dalle navi da guerra o con la dinamite. Scomparvero così, monumenti e opere d’arte miracolosamente salvate. Che cosa si conosce realmente sugli avvenimenti di Messina nelle ore immediatamente succedutesi in quel sisma? La città in preda allo shock per una scossa devastante di suo, subirà una carneficina dai bombardamenti adoperati contro di essa, a sentir il parere del Vice-Console americano Joseph H. Peirce, che perdette la sua famiglia uccisa da quei cannoni.

La notizia riportata il 1 gennaio 1909 dal giornale newyorkese Street’s Pandex, lasciava esterrefatti i suoi lettori. Un bombardamento che doveva sanare i possibili miasmi epidemici, provenienti dalle migliaia di morti sotto le macerie messinesi fu l’appiglio cavalcato dal governo per sterminarli. Ecco il rapporto che il Peirce invierà in America l’1 gennaio 1909:

“Bombardamento di Messina da parte di navi da guerra per completare la pianificata sepoltura dei corpi e quindi prevenire la segnalata pestilenza”

Questa notizia, riportata dalla stampa italiana nei giorni del 3 e 4 gennaio, dal giornalista Piazza e a seguire da Paolo Scarfoglio, verrà immediatamente messa sotto silenzio, adducendo giustificate interpretazioni. Le cifre redatte all’epoca per quantificare i morti provocati dal sisma a Messina sono molto vaghe e incerte. Esistono però dei documenti davvero ragguardevoli che riescono a dare corpo se pur ipoteticamente alla massa di sepolti vivi che aspettavano di essere tirati fuori. Il destro ce lo fornisce il Comandante in Capo della Flotta Britannica nel Mediterraneo Ammiraglio Curzon-Howe, il quale in una lettera inviata da Villa San Giovanni il 5 gennaio 1909 segnalava, aver ricevuto dall’ammiraglio italiano, giunto verso mezzogiorno del 29 dicembre a Messina, il quale nelle dieci ore successive, stimò essere sotterrati vivi 50.000 messinesi; con il senno del poi, le vittime sacrificate dall’Italia all’olocausto andato in scena in quel momento.

Gli italiani non contenti dei lutti che si moltiplicarono fra i siciliani, allontanarono tutte le forze che avevano prestato immediati soccorsi, incamerando tutti gli impianti già attivati dagli stranieri. Fu detto a più riprese che il governo fu costretto ad emanare lo stato d’assedio perché, orde di sciacalli erano entrati in azione saccheggiando il saccheggiabile. Ma una fonte insospettata proveniente dal Vice-Console statunitense S. K. Lupton, informava il suo governo nelle prime ore del 30 dicembre 1908, che i messinesi reagivano bene al disastro e non si registravano ruberie. I rifornimenti garantirono il necessario per gli scampati rifocillati dalle forze inglesi che avevano dirottato sulla piazza di Messina, ingenti mezzi di soccorso e notevoli quantità di viveri, vestiario, medicine e medici. Tutto l’aiuto immediato fu bloccato dagli italiani già sul finire del giorno 30 dicembre, mentre nella notte a cavallo fra il 31 dicembre e il primo gennaio, la città di Messina subiva per 5 ore un incessante bombardamento. Quello che accadrà nelle giornate successive al 28 dicembre ha dell’incredibile. Si perseguitavano tutti coloro che affacciandosi fra le macerie delle proprie abitazioni furono fucilati sul posto senza processo, costruendo un teorema smentito da molte fonti, che volevano Messina attraversata da orde furiose di saccheggiatori. Alcuni di questi fatti sono stati riportati e documentati da Pino Aprile.

“I familiari che tentavano d’intervenire personalmente erano arrestati o fucilati come sciacalli, perché la prima decisione che si prese fu di decretare la pena di morte per i ladri e i saccheggiatori”

Rimanere impassibili, leggendo queste trame, da messinese ribolle il sangue nelle vene. Le segnalazioni ripescate da Pino nella cronaca di Giacomo Longo, tratte dal volume, Un duplice flagello: il terremoto e il governo italiano, sperimenta una sorta di disprezzo italico rivolto a marginalizzare i bisogni, se pur legati agli effetti di un terremoto, dei civili che lo subiscono, mantenendo un livore tipico di una cerchia di sicari contro le proprie vittime. Sempre da Aprile traggo un episodio che fa molto riflettere.

“Un giovanetto sui quindici anni, bello, biondo, ricciuto dalle fattezze delicate e che a tutt’i segni pareva di gentile lignaggio s’era salvato per puro prodigio e, avendo trovato una camicia e un paio di pantaloni fra le macerie li aveva raccattati per vestirsi. Arrestato per sciacallaggio fu fucilato”

Un destino analogo sarà sopportato da alcune centinaia di Messinesi con accuse simili nei svariati tempi di intersezione cagionati dal momento, dalla necessità di coprirsi, o di sfamarsi visto che il governo, innalzati gli steccati aveva rinchiuso come bestie destinate al macello, quei messinesi che si ostinavano a restare accanto ai propri beni o meglio, vicini ai propri cari intrappolati sotto le macerie delle loro case. Un intero nucleo familiare pescato a scavare con le mani, il perimetro edificato di una fattoria, loro domicilio, in cui erano stanziate dieci famiglie imparentate, alcuni uomini di essi furono fermati dai soldati malmenandoli per poi accusarli di sciacallaggio. Le urla sbigottite dei parenti e dei vicini fece soprassedere i militari all’uso della forza bruta, rimediando con un arresto e relativo trasferimento in carcere. Spostati la sera successiva a Palermo, furono condannati seduta stante dal magistrato del posto, come mallevadori e sciacalli.

Questi famigli erano nell’ordine Vergona Giuseppe fu Angelo, Vergona Angelo di Giuseppe, Vergona Angelo fu Angelo, Vergona Giuseppe di Giuseppe, Vergona Antonino e Mascarello Giuseppe, tutti detenuti nelle carceri giudiziari di Palermo, nel 12 febbraio 1909 dichiararono al cancelliere di quel Tribunale di ricorrere per cassazione avverso la sentenza pronunziata il 5 febbraio stesso dal Tribunale Militare di Guerra di Messina, con la quale erano stati condannati alla pena della reclusione per una durata variante a 9 anni. L’incomprensione scaturita fra le parti in causa sia la variabile impazzita di un gioco perverso andato in scena fra i soccorritori italiani, posti in assetto di guerra, e i terremotati superstiti, ingrati verso i loro fratelli salvatori, è una possibilità interpretativa che deve essere passata dalla mente di quella gente, durante l’affannosa ricerca di soluzioni. Mi piace allo scopo, riversare una nota anonima ripescata da J. Dickie, dalla carta stampata del tempo, che si esprimeva così contro i fratelli italiani del sud.

“A questi individui, che meritano di essere fucilati, il fatto che per gente come loro ricevere assistenza fosse una questione di vita o di morte non importava nulla. La gran maggioranza delle autorità comunali, i sindaci e i prefetti, era assolutamente inaffidabile. Questa universale disonestà delle autorità civili è un grandissimo handicap per l’Italia, e in tempo di guerra costituirebbe un pericolo per la nazione”

Sicché, secondo il pensiero comune del tempo, i messinesi si sarebbero dovuti far massacrare in silenzio. Lo chiedeva la nazione, indefessamente applicata a evitare guai peggiori. Scusate il mio ardire, quali sarebbero questi balsami, ricevuti dai nostri padri in quelle giornate? Dalle fonti americane abbiamo appreso che i superstiti intrappolati sotto le macerie, stimati dall’ammiraglio italiano giunto il 29 dicembre con le sue forze, sarebbero state 50.000 e che, appena due giorni dopo, furono tutti sterminati con i proiettili lanciati dalle navi da guerra di notte, per alcune ore. Armi e ordigni modificati in rapporto alla potenziale epidemia, che si sarebbe potuta verificare, utilizzando composti chimici per la distruzione di massa dei sopravvissuti sotto le macerie.

Questo è accaduto in realtà. Il bene che ci volevano i nostri amici soldati e marinai italiani, riversato generosamente ai messinesi, furono bombe chimiche, necessarie a liquidare la questione nel breve lasso di un bombardamento bene orchestrato. Che cosa erano poi queste armi italiane? Proiettili modificati, utili in caso di emergenze sanitarie, in dotazione del regio esercito. La scienza bellica prevedeva l’utilizzo di queste armi, soltanto in caso di gravi crisi sanitarie, per evitare guasti peggiori, quindi, una sorta di gasificio salutare da applicare sopra i cadaveri. L’eccezione trovata a Messina in quel terremoto, rimarca la posizione dei sepolti vivi, non morti, ma potenzialmente defunti.

“Dei prodotti che ne risultano, nitroglicerina, nitrocellulosio, nitrofenolo o acido pierico, nitrotoluene o tritolo, questi due ultimi vengono impiegati per se stessi come esplosivi, comprimendoli dentro i proiettili; ed i primi due di solito in miscele tra loro, o altro, alle quali si danno i nomi noti di gelatina esplosiva, dinamiti gelatine, balistite, cordite”

In poche parole, il governo Giolitti in accordo con le autorità militari, stava sperimentando una immensa camera a gas, dove perirono potenzialmente cinquanta mila messinesi. Ecco perché, la gente di Messina era incazzata in quei giorni, animosa, indomabile contro chi ritenevano un nemico. Soltanto attraverso questa lettura partecipata da documenti è possibile sperimentare gli orrori vissuti in quelle giornate dai nostri bisnonni.

Ogni evento sismico succeduto al terremoto del 1908, alimentava le statistiche rivolte a descrivere la fragilità di un territorio, paragonando gli effetti geologici di altrettanti terremoti italiani a quel sisma. La scossa tellurica che ebbe a devastare i territori del messinese e della Calabria meridionale fu enorme, pari all’undicesimo grado della scala Mercalli. Gli effetti trovati sul territorio però, vennero stimati inferiori fin dalle prime ore in cui fu registrata, rispetto alle verifiche effettuate nei giorni successivi al terremoto.

Guido Alfani, fu il principale esperto del regno d’Italia vicino alla casa regnante dei Savoia. Amico di re Vittorio Emanuele III e specialmente della regina Elena, che ne condivideva gli studi in sismologia e geologia, avendo scritto con il professore fiorentino un prezioso volume smarrito decenni orsono, racconta di una stima e di una fiducia incondizionata sulle sue valutazioni scientifiche. A capo dell’istituto Ximeniano in quel di Firenze, al verificarsi della cruente scossa sismica del 28 dicembre 1908 registrando quelle dello sciame successive, darà una disarmante notizia. Egli sicuro delle sue valutazioni in un primo momento affermerà, che l’entità dell’energia sprigionata e registrazione della scossa tellurica, non avrebbe arrecato danni enormi al territorio. Successivamente, quando le autorità presero coscienza delle situazioni verificate sulle aree colpite aggiunse, che a causa delle strutture dei palazzi, disordinatamente realizzati e costruiti per la loro mancanza statica, legati in corpi troppo ravvicinati gli uni agli altri, attraverso un effetto domino, si è giunti alle gravi conseguenze sperimentate sul campo.

“Il direttore dell’osservatorio, il sismologo e geologo padre Guido Alfani, nel commentare il fenomeno tellurico, reputò necessario puntualizzare che l’intensità del terremoto non sarebbe stata così eccessiva, da poter giustificare un’opera di distruzione così intera e così generale, se non fossero intervenuti purtroppo altri coefficienti gravissimi, principali fra tutti, la costruzione pessima degli edifici”

Segnalare la precarietà delle costruzioni messinesi, in rapporto a quel teorema, serviva a ridare forza e autorevolezza allo scienziato, e minore pressione mediatica sul governo. La questione oggi in rapporto alle condizioni edili degli edifici messinesi è importante per comprendere fra le varie posizioni, che esistevano allora, altre volontà inespresse, mascherate da valutazioni di fondo approssimative. Rappresentare una città, vecchia, ammalorata da costruzioni precarie, fatiscenti, doveva giustificare l’ampiezza dei danni. Quella città era così precaria in rapporto agli edifici poi venuti giù sbriciolandosi? Sembra proprio di no. Messina già ricostruita dopo il terremoto del 1783 in epoca borbonica, presentava delle soluzioni prettamente anti simiche molto azzeccate, moderne, distribuendo gli edifici a scacchiera su strade rettilinee e molto ampie.

La ricercata costituzione di palazzi a due elevazioni, distribuiti simmetricamente in un impianto a scacchiera, cozza fortemente col giudizio di padre Alfani, dopo gli eventi del 1908 legati al terremoto. Non va meglio all’onesto scienziato, se si abbraccia come giusto sia, la cronaca emessa nel 1864 dal naturalista inglese George Dannis. Sinteticamente l’osservatore inglese precisava che:

“Messina è una città bella e ben costruita, con più regolarità nella disposizione delle sue strade di quanto non sia comune nelle città meridionali”

La definizione di un testimone diverso, permette di emancipare il giudizio sugli impianti messinesi, inattaccabili dalle dicerie costruite dalla pletora di ufficiali ministeriali al tempo del terremoto del 1908, che dovevano rafforzare la posizione del governo, impegnato a diffondere l’idea che quel terremoto aveva devastato completamente la città. Il bombardamento, le fucilazioni sommarie, le ruberie provocate dalle forze militari, lo scandalo degli stranieri allontanati in fretta e furia, incamerando tutti i mezzi portati sul posto, sono soltanto alcune delle porcherie commesse da quei funzionari. Francesco Mercadante riporta in un suo lavoro, una lettera di Paolo Scarfoglio molto esaustiva, per raffigurare il clima irreale vissuto in quella Messina.

“Messina è dunque, sotto la carezza della Luna fredda e incorruttibile e il levante gelato che viene dalle desolate montagne, coperte da stamane di un cappuccio di neve, un vasto campo trincerato, una Sédan gigantesca, in cui un cordone di soldati che si stende per cinquantine di chilometri attraverso la campagna vegli i morti giorno e notte, salutando a fucilate l’apparizione di qualche ombra di contadino che tragga alla razzia e al saccheggio, non convinto ancora che i tesori sotterrati siano ben guardati; per gli spiazzali e i laghi dei torrenti che chiudono la città l’ombra delle sentinelle si proietta lunghissima sormontata dall’ombra della baionetta, e tutto un arsenale di parole d’ordine, di chi va là, di perquisizioni rapide, di fucilate qualche volta, garantisce il sonno ai morti e la biancheria, gli oggetti e i titoli di banca dei vivi. L’idea del bombardamento, che si dice suggerita dal re, e che nei primi giorni di precipitazione e di sbigottimento, nei giorni in cui vedere mille cadaveri passeggiando sulla banchina e per le ambulanze non era difficile, e veder morire di fame dei feriti era comune, era la prima che nascesse pensando al modo di tagliar corto a tanto orrore, a tanta putrefazione, a tanta distruzione, adesso che date le prime cure ai morti questi ci ritornano cari e non sono più calpestati”

L’Italia doveva inculcare la convinzione, che in quell’immane disastro, una città per quanto flagellata nei crolli, deve il massimo danno all’imperizia dei suoi amministratori. Un giudizio comunque forzato, visto che le agenzie di statistica, ancora nel 1871 confermavano questa città a prova di terremoto. Ariodante Manfredi in un suo lavoro edito nel 1871 segnalerà cosa fosse diventata Messina fra le città italiane.

“Le case, risorte dopo i sofferti disastri sulle loro rovine, sono generalmente meno alte che prima, e le strade più larghe e meglio allineate; le principali si appellano la Marina, divisa dal porto da una deliziosa spiaggia: la via Nuova e la strada Ferdinando, decorate di fontane, fiancheggiate da eleganti palazzi, ben lastricate di lava e tenute con molta pulizia. Messina ha 7 Porte, 5 piazze, 6 pubbliche Fontane, 2 Teatri, uno dei quali grandioso e fastosamente decorato, 2 Arsenali, una Prigione, 50 Chiese, e molte di esse ricchissime e adorne di preziosi dipinti e sculture; molti privati edifizi di lodevole architettura moltissimi conventi”

Una città più volte ricostruita, così altrettante volte atterrata, deve prendere quante più precauzioni possibili per ovviare alle catastrofi. Pertanto, gli impianti dei fabbricati oggetto delle invettive pro governo, per giustificare le responsabilità in un gioco perverso di rimpallo, era una necessità ponderata, per allontanare dai veri responsabili le azioni commiserevoli succedutesi alle tremende scosse. Messina era molto moderna rispetto alle città italiane presenti nel bacino insulare di quel regno, oggetto del sisma in questione. I suoi amministratori avevano costruito lo sviluppo topografico dei suo abitato in veri e propri isolati, distanziandoli gli uni dagli altri in modo tale da contenere i crolli e quell’effetto domino paventato dal geologo fiorentino. L’esempio principale è dovuto al PRG Spadaro del 1869 che fu in grado di sviluppare i volumi edili, entro direttive precise, inflessibili e inderogabili vista la natura geologica dei luoghi, estendendo l’urbanizzazione di uno più ampio insediamento urbano verso la zona sud dell’antico recinto viario di Messina.

“Portalegni sul piano Moselle, secondo le linee tracciate nel 1869 dal Piano Spadaro. Il piano di ampliamento secondo la legge del 1865, doveva regolamentare lo sviluppo futuro della città in notevole crescita demografica. La tendenza dello sviluppo a sud, d’altra parte, oltre ad essere spontaneamente determinata dalla provinciale per Catania, (così come la provinciale per Palermo a nord aggregava fortemente le residenze fuori del perimetro urbano), si consolidava nella seconda metà dell’ottocento, con l’introduzione della stazione ferroviaria”

Le cronache discordi già nei primi giorni raccontavano ai loro lettori, altri fatti, altre eccezioni che non dovevano prendere piede nel paese; per questo contrastate con la satira o peggio, perseguitando le voci contrarie con la magistratura, necessaria ad addomesticare le impennate d’umore di testimoni scomodi. Se questa pressione fu possibile esercitarla sugli agenti italiani, meno agevole si presentava il compito verso gli stranieri, che diedero versioni contrapposte e discordanti. La politica italiana scesa in campo per accompagnare le posizioni ufficiali distorte dagli osservatori alieni, riuscì viste le contingenze politiche europee a far dimenticare le negligenze del governo italiano, dirigendo successivamente la morbosa curiosità dell’Opinione Pubblica, sulla ricostruzione degli impianti edili delle comunità colpite da quel sisma. Il compito di uno storico è di abbeverarsi alla fonte principale, valutando ove possibile, ripercorrere i giorni successivi a quel terremoto del 28 dicembre 1908 per comprendere il valore e la portanza delle posizioni discordanti. Spiegare le fenomenologie poste in campo dalla comunicazione, è la principale verifica possibile. In questo campo, le discrepanze fra il non detto, l’affermato, e quello politicamente corretto è enormemente diverso, lasciando sul campo molte ipotesi ancora aperte. Da questo impalcato, trovo davvero singolare il mutamento di opinione del più grande sismologo presente in quel momento storico, costretto, ne sono convinto, a cambiare indirizzo per salvare l’onore del regno e dell’Italia.

Quali le cause e le rivendicazioni politiche? Per comprenderle, bisognerebbe aprire un argomento ulteriore, qui non necessario vista la consistenza di questo scritto, riversato in forma di articolo e non di traccia filologica per pubblicarci un libro; sviluppo che è stato bellamente affrontato da Pino Aprile nel suo, Giù al sud, dedicando alla materia segnalata, un intero capitolo, il numero 38 titolato “Messina, il Risentimento”. Detto ciò, entrando superficialmente sulle valutazioni contingentate della politica locale, l’area interessata dal sisma in oggetto, da circa un ventennio era sconvolta da una gravissima crisi economica, che aveva gettato sul lastrico un’intera filiera commerciale, azzerando le industrie, e le soluzioni politiche messe in campo per soccorrere il tessuto industriale, furono inutili portando alla rovina tutte le comunità a esse collegate. Per rilanciare il lavoro in queste terre disgraziate, sarebbe servito un fatto straordinario, enorme, portando tante energie sul posto, moltiplicando gli interessi positivi legati a una nuova era industriale, economica e finanziaria dei territori coinvolti, come solo un terremoto disastroso permette di realizzare. Detto fatto. Il terremoto del 1908 creerà le condizioni migliori per rigenerare la pianta malata. Gli effetti di questa mia valutazione, quali sono! Vengo al sodo.

Dopo le prime ore successive alla scossa principale dell’alba del 28 dicembre, i primi aiuti furono tutti stranieri. Il governo ritardava a prendere coscienza del fenomeno. In linea di massima questa registrazione dei fatti vista l’epoca, e le tecnologie presenti sul campo, permettono di avallare la versione del governo italiano dell’epoca. Ma se questo limite giustifica la posizione di Roma, non può reggere al confronto con altre presenze, quelle straniere che nelle stesse ambasce del governo italiano, furono addirittura più sollecite nell’intervenire rispetto agli italiani coinvolti. La cronologia dei fatti riportati storicamente parlando, attraverso l’operato dei russi, degli americani, dei francesi e degli inglesi è indiscutibile; invece la posizione italiana è discutibilissima. La stampa registrerà le condizioni recepite dai testimoni italiani precipitatisi sul posto, sì celermente, che le agenzie di stampa, poco ci mancava fossero più rapide del governo. Essi, sono quei testimoni scomodi, capaci di mettere in discussione tutta la cronaca propostaci ancora oggi, da un’agenzia, quella di casa Savoia, scesa in campo attiva dietro le quinte a lavorare per “il bene della nazione”.

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