Corsi e ricorsi storici sul terremoto di Messina del 1908 e la casa regnante – 2

di Alessandro Fumia

I ritardi accumulati dalle prime informazioni ricevute a Roma, inviati dalle zone colpite dal movimento tellurico, ufficialmente giunsero nel pomeriggio del 28 dicembre per opera di un ufficiale italiano di stanza nel porto di Messina come da prassi. Da questo momento in avanti, tutte le cronache accertate imbandirono i tavoli delle redazioni dei giornali nazionali, e quelle degli scrittori e degli storici che in questo secolo e passa, ci hanno raccontato questa storia. Dalla mole di carte che il tempo ci ha trasmesso, voglio mettere sotto gli occhi dei più maliziosi, un passaggio, che reputo piuttosto singolare. Studiando gli indici dei volumi che costituirono i libri dei decreti e delle leggi del Regno d’Italia in un arco di tempo compreso dal 1861 ai primi anni del novecento, le calamità naturali sono state inserite nel Bilancio Passivo e nelle Spese nuove e maggiori sui bilanci.

Questo metodo di contabilizzare le spese permette di estrapolare identificandoli gli importi previsti o prevedibili nei vari sinistri accaduti in quella fase temporale. Trattandosi di spese imprevedibili, la formazione contabile di accantonamenti diventava un argomento politico di non poca rilevanza. Ne consegue che, ogni avvenimento drammatico incasellato negli appositi indici prevedeva due casualità ponderanti, e l’appartenenza geografica dei sinistrati aveva un peso specifico rimarchevole. Ciò a dire che, dall’erogazione dell’entità della spesa in rapporto a calamità similari, le donazioni poste a bilancio per aree geografiche cambiavano sensibilmente negli importi. In rapporto alla spesa di zone terremotate, il governo si comporterà in modo diverso, dimostrando che in Italia, già allora esistevano figli e figliastri. Una conferma indiretta ci giunge dalla cronaca del terremoto di Alpago, nel bellunese avvenuto nel 1873, dove il governo di Roma si adoperò celermente, tanto da essere operativo già nelle venti ore successive alla scossa principale, registrata pari al X° grado della scala Mercalli, del 29 giugno 1873 alle ore 4.58 del mattino. Allora il ministro soddisfatto precisò, che l’urgenza del sinistro e la prontezza degli aiuti, furono determinanti per limitare al massimo la perdita di vite umane.

La domanda spontanea che ritorna sempre in queste occasioni sarebbe: vista l’esperienza e i precedenti perché, la stessa celerità non fu trovata durante il sisma del 1908? Un quesito interessante prevede notizie idonee a suscitare l’interesse dei più curiosi. Le fonti ufficiali italiane in rapporto al terremoto del 1908, pongono nel contributo dell’informativa delle 17,25 dello stesso giorno del sisma l’inizio delle attività d’intervento di Roma, perché si disse, e fu confermato da innumerevoli fonti:

“Nessuna informazione fu possibile ricevere prima di quell’ora, avendo la rete telegrafica subito l’annientamento dei suoi tralicci e l’interruzione del servizio di telegrafia”

Sarà vero! No, è falso. Non si capisce il motivo, forse lo comprendiamo molto bene, perché da Roma facessero orecchio da mercante, quando da uno sperduto ufficio del vibonese, alle ore 10,00 del 28 dicembre, giunse al ministro Giolitti la prima notizia. Non fu incerta, ne vaga quella segnalazione, anzi drammatica:

“Città Messina quasi completamente distrutta”

Notizia non isolata, perché a questo messaggio ne seguirono subito altri, provenienti dalla costa calabrese.

“Lo stesso 28 dicembre Giolitti telegrafa al sottoprefetto di Palmi: Prego telegrafarmi precise notizie. Avverto che si è disposto affinché si rechi costà nave e truppa”

Cosa era avvenuto? Il signor Giolitti fin dalle prime ore dopo la scossa delle cinque, aveva ricevuto informazioni di prima mano, ma che stranamente, esitante, non agevolava l’azione interventistica delle autorità competenti. Giolitti chiedeva al sottoprefetto di Palmi conferme sugli avvenimenti di quelle ore. La domanda successiva, s’incentra sulla segnalazione del ministro, evidentemente conscio della situazione, adottando un altro messaggio telegrafico, ricevuto da un alto ufficiale del corpo dei Carabinieri chiamante da Palmi.

“Da Palmi, con un telegramma delle 11.20 si fa vivo il comandante della compagnia dei carabinieri, il capitano Perrone. Con telegramma urgentissimo scrive al ministro degli interni che: Forti scosse terremoto susseguentisi d’altre gettò costruzioni popolazione danni rilevantissimi per caduta moltissime case e molte altre pericolanti. Si sta accertando rilevante numero di vittime”

Queste segnalazioni davano un quadro verosimile al ministro esitante, informato che alle ore 10,00 Messina era stata abbattuta, e che appena un’ora e venti minuti dopo, la Calabria si trovava nella stessa condizione. Lo stesso dispaccio partito dall’ufficiale della torpedine Spica, delle 17,25 giunse sul tavolo dello stesso ministro oltre tre ore dopo del telegramma qui segnalato. Inspiegabile dunque, la presa di tempo avvenuta dalla prima informazione delle 10,00 fino alle ore venti inoltrate del 28 dicembre 1908. Nell’intervallo di tempo qui posto in essere, presso l’ufficio dello stesso ministero, giunsero altri dispacci dello stesso tenore, riportando la gravità dell’evento. Quindi, quel ritardo è da imputare solo a Giolitti? Pino Aprile come testé segnalato, si era spinto oltre, in rapporto al livore che animava il novello Pilato.

Uno dei più autorevoli inviati, Goffredo Bellonci, del Giornale d’Italia scrisse: Lasciate che io riveli la miseria di questa spedizione governativa, che non ha provveduto a nulla e a nessuno…, sono morti di inazione e di soffocazione parecchie migliaia di uomini sepolti”

Dalle convergenze di particolari tracce, sembra che esistesse un piano, improvvisato nel momento in cui si apprende del terremoto che in un sol colpo, atterrava con le città coinvolte tanti altri problemi collegati, e che un fuoco risanatore potenziato dall’astuto ministro, moltiplicasse i pesi collegati alla scure che si stava per abbattere su quei territori disgraziati. Qualcuno potrebbe pensare, che peggio di un terremoto non esiste nulla a paragone. Evidentemente non sapevano che al peggio non ci sta fine, quando a programmare il futuro, si ingegnano i politici romani del regno italiano. L’apocalisse della natura fu nulla in compenso a quella dei gendarmi reali. La questione per essere compresa deve essere osservata da un’altra angolazione. Non furono quei ritardi ad armare la mano del ministro Giolitti, ma le aperture di credito del sovrano Vittorio Emanuele III; altrimenti questa storia sarebbe incomprensibile agli occhi dei posteri. L’Italia giunta tardi con le sue truppe, dovette riparare in modo diverso allo scempio subito di fronte all’opinione pubblica europea. Certamente, lo smacco subito dalla prontezza d’intervento della corona britannica e da quella russa, mise in ridicolo la marina italiana e il governo stesso, incapace di frenare la fuga di notizie. L’intenzione mica immaginaria, era quella di creare un rigido cordone sanitario, come si faceva in caso di pestilenze, per mietere ancora più vittime di quelle perite nel sisma durante la prima violenta scossa. La notizia viene girata dallo Scarfoglio come segue:

“Messina, 4 gennaio, ore 18. Sono ora in Messina più di novemila e cinquecento tra marinai e uomini di truppa, divisi in quattro settori corrispondenti ai quattro settori nei quali è divisa la città. Il generale Mantile con i superstiti dell’83 e 84 fanteria e con i reparti misti di fanteria, d’artiglieria, di genio, di sanità e di sussistenza è incaricato del primo settore. Al generale Martinelli della brigata Torino con l’81 e 82 fanteria con l’8° bersaglieri e con reparti misti è toccato il secondo settore. Il terzo settore è comandato dal generale De Very della brigata Verona comprendente il 33 35, 85 fanteria e anche i reparti misti. Del quarto settore cui è affidata la sorveglianza dei villaggi al nord di Messina, ha il comando il generale Saladino. Tutti i settori sono riforniti dal servizio generale del vettovagliamento che ha un deposito principale su di un ferry-boat e un deposito secondario sulla nave Stura. Ogni settore manda a prendere ogni mattina viveri e indumenti per sé e per gli abitanti del settore salvo il quarto settore il cui rifornimento è operato dalle torpediniere poichè dista 12 chilometri dalla banchina di Messina”

La segnalazione in oggetto è falsa, dettata alla stampa per inculcare l’idea di un’organizzazione armoniosa per il bene dei messinesi soccorsi dalle forze italiane. Come mi permetto di arguire cio? Semplice, scartabellando i registri provenienti dal parlamento d’Italia, in cui esiste un’altra chiave di lettura, segreta, in rapporto a questi atteggiamenti delittuosi. Il governo, sotto la spinta complice del re, bene consigliato, impone lo stato d’assedio alla città di Messina. Misura anacronistica ma necessaria per regolamentare l’ordine pubblico. Sicuramente estrema come soluzione al problema ma efficace se questa era misura d’aiuto ai soccorsi. La stessa cosa non accadrà per Reggio Calabria, che non riceverà le malefiche cure del governo con eguale misura restrittiva. Vuoi vedere che tutti i malandrini erano domiciliati a Messina! Sembra proprio così. L’Italia temeva Messina e i suoi rappresentanti, al punto tale di cercare la strada per annientarla. Il terremoto diventerà l’occasione cercata da tempo. In un altro lavoro, il grande Sandro Attanasio segnalava:

Viene provocato dalle cannonate, l’aratura delle rovine fatta a colpi di esplosivo, avrebbero dovuto impedire il diffondersi delle epidemie. Tranne il caso che i proiettili fossero carichi di acido fenico e di altri potenti corrosivi… con i colleghi Fulci e Faranda corse a bordo del Coatit, e i tre parlamentari gridarono al ministro Bettolini: «Dimenticate il vostro assurdo progetto! Dovrete sparare anche sui vivi perché nessuno abbandonerà la città!… Messina deve risorgere!»”

La mia ipotesi doveva essere corroborata da fatti e da documenti di una certa importanza; per questo motivo, chiesi all’amico Pino Aprile, di farmi un quadro più dettagliato possibile della natura dei documenti da lui segnalati più volte nei suoi lavori. Da ciò, ci convincemmo che dietro le quinte, la questione era stata orchestrata in modo davvero ingegnoso. Il terremoto in un colpo solo, permetteva di annullare un grave inciampo politico Messina, e contemporaneamente, venendo in possesso della ricchezza maggiore posseduta da quella città, stabilire un piano regolatore per arricchire il governo, oltre ogni più lauda immaginazione, adottando l’articolo del Codice Civile 539 (una manna discesa da cielo) necessario ad incamerare dolosamente, tutta la proprietà privata più pregiata, ricadere nella City di Messina che passava di mano con un colpo di spugna, la dove si erano concentrate le cannonate italiche risparmiando lo stesso destino al resto della città, apparsa in condizioni nettamente migliori rispetto alla parte disintegrata.

“Codice pel regno d’Italia: Disposizione dei Beni relativamente a coloro che li possiedono, Art. 539. Tutti i beni vacanti e senza padrone, quelli delle persone che muoiono senza eredi, o le cui eredità sono abbandonate appartengono allo stato”

Per raggiungere quel progetto, si doveva inculcare l’idea che la natura tremenda, si fosse paventata in tutta la sua forza distruttiva. Furono ampliati i danni causati dal terremoto, intervenendo prima a sconquassare il suo centro storico utilizzando l’artiglieria di marina, e poi, con la complicità del Genio, moltiplicare con le mine, il flagello dell’ammortamento delle parti pericolanti. L’obiettivo fu impossessarsi delle aree edili più pregiate legate alla cortina del porto, e al centro storico della fortissima città siciliana, dove ricadevano le banche e gli uffici commerciali di numerose società, presso le quali si diresse l’attenzione delle autorità militari salvando le casseforti il più rapidamente possibile per poi scatenare un inferno di fuoco e piombo. Successivamente con la strategia costruita a tavolino, incamerare la sua rendita catastale. Strategie e scelte contrastate dai messinesi sopravvissuti al sisma che in estrama ratio, tentarono di organizzarsi per opporsi al generale Francesco Mazza e al suo stato d’assedio. Così rilanciava la vicensa il dotto Attanasio:

“Il 6 gennaio alla stazione di Messina si era riunito un gruppo di consiglieri provinciali superstiti. Erano in venti, quasi tutti delle località risparmiate dal sisma, (i consiglieri delle città erano quasi tutti morti), con essi parteciparono alla seduta i deputati Filippo Florena, Faranda e il presidente della Camera di Commercio Saccà. Nella riunione «vista la necessità che una rappresentanza elettiva tuteli gli interessi e che si completi l’amministrazione attiva» venne votato un documento per la pronta convocazione del consiglio comunale. I consiglieri comunali superstiti risultano essere 36, ventiquattro erano periti sotto le rovine. Ma il generale Mazza per tutta risposta, il 9 gennaio, sciolse il decimato consiglio comunale e lo stesso consiglio provinciale per il quale nominò un commissario nella persona del comm. Bianchi. L’atto apparì, ed era, ingiusto e offensivo per la città martire”

Azzerare Messina si doveva, e si poteva fare. Il miracolo stava materializzandosi davvero per l’Italia. Quali le motivazioni? Semplice strategia economica. Messina fu una spina nel fianco per il regno italiano, fin dagli inizi in cui questo fu costituito. Per recuperare il circolante della moneta in mano dei messinesi più facoltosi, fu creato un complesso meccanismo legislativo, che svuotando del potere esecutivo le vecchie banche delle due sicilie, queste servissero da collettore per attrarre la ricca dote finanziaria in mano a Messina, quantificata da apposite commissioni d’inchiesta (1861 – 1869) pari a un miliardo di lire del conio del 1862. Subito dopo, la questione degli accoltellatori politici (1862 – 1865) stava creando non pochi problemi alla polizia italiana, in preda a confusione, dovendo marginalizzare quel fenomeno che stava decimando le fila politiche degli oppositori al vecchio governo duo siciliano, in cui furono ammazzate decine di fedelissimi alla causa italiana.

Per non dimenticare il passo successivo, imponendo al parlamento italico per ben tre volte la figura del deputato Giuseppe Mazzini con tutto quello che ne seguiva successivamente. Poi, giunse la rivolta dei fasci siciliani fondati nel 1889 a Messina, e impiantati in tutta la Sicilia rapidamente nelle principali città, debellati militarmente nel 1894. Finita quella fase, ne partiva un’altra sotto forma di rivendicazioni sindacali; il movimento scaturiva sempre per iniziativa della Città dello Stretto già nel 1902, e continuava fino al 1906 nella cui repressione militare ne fecero le spese decine e decine di vittime. I maggiori problemi generatisi in Sicilia dal 1861 in poi, possedevano quasi sempre lo stesso epicentro Messina. Il governo ci mise del suo davvero; prima annientando il Porto Franco di Messina nel 1879, e poi emanando diverse leggi condensate in un piano contro economico, che fu riconosciuto malevolo e disastroso per Messina, e così registrato negli annali di statistica in cui (1895), si confermava che la politica economica esercitata in modo speculare contro Messina, ne aveva azzerato le prerogative industriali, costringendo l’ultimo baluardo finanziario dell’antico regno duo siciliano, a sperimentare la via dell’emigrazione. Quindi, Giolitti e i suoi accoliti, possedevano più di un motivo per volere la morte civile di quella città siciliana. Pertanto, i ritardi furono necessari a convincere il re, che per Messina era giunta l’ora del De Profundis, un’occasione da non farsi scappare. Ogni azione non convenzionale, era successiva a un progetto mascherando le relative azioni, dietro il parapetto dell’urgenza per fini scopi di sanità pubblica, evitando la diffusione di epidemie. In questa logica fu emanato lo stato d’assedio attraverso un decreto reale, scavalcando nelle funzioni il parlamento italiano, che non aveva avuto modo di scoprire l’applicazione di una misura coercitiva, che aveva generato in passato una crisi maggiore del rimedio ricercato per sconfiggere l’emergenza del brigantaggio. Sarà Simonetta Velletri in una ricognizione documentata, a dimostrare la discrepanza presente, negli articoli delle leggi d’assedio emesse dal governo Giolitti su mandato di re Vittorio Emanuele III.

“Con il Regio decreto 3 gennaio 1909, n. 1, vista la necessità di coordinare sotto unica direzione tutti i servizi civili e militari, viene dichiarato lo stato d’assedio nei comuni di Messina e circondario di Reggio Calabria e il tenente generale Francesco Mazza nominato commissario straordinario con pieni poteri. Molte le voci contrarie alla legittimità del decreto in quanto privo di approvazione parlamentare, non essendo stato fatto alcun accenno allo stato d’assedio nella Legge 12, gennaio 1909, n. 128 il cui art. 14 disponeva la conversione in legge dei decreti emanati in precedenza per far fronte a situazioni eccezionali e urgenti”

In forza del documento, in cui si segnala l’assoluta ignoranza del parlamento in rapporto a quanto previsto sullo stato d’assedio, equiparando il decreto emergenziale a una legge del regno, in modo tale di dargli consistenza legislativa. Successivamente far diventare quella legge, un metodo da adoperare ogni volta che il governo ne ritenesse necessaria l’applicazione. L’abuso del governo fu impedito dall’organo legislativo (Parlamento), bloccando la sua promulgazione, imponendo l’immediata cessazione degli effetti emendati dai decreti sottoscritti dal re, contro l’emergenza generata dal terremoto del 1908.

“R. D. 3 gennaio 1909, n. 1, E’ dichiarato lo stato d’assedio nel comune di Messina e nei comuni del circondario di Reggio Calabria”

Confrontando anche:

“Regio Decreto 8 gennaio 1909, che estende lo stato d’assedio ai Comuni del circondario di Messina”

La base da cui partiva il governo, cercando di arginare lo sciacallaggio, a detta dello stesso immediatamente messo in opera da bande malavitose messinesi e poi dalle urgenze sanitarie, armarono la mano delle autorità a cercare una strada politica necessaria all’emergenza. Le cause connesse a questi pieni poteri furono il bombardamento della città di Messina. Un’altra traccia è stata segnalata sempre dall’Attanasio che così precisava quali fossero le urgenze per il governo italiano, segnalando l’emissione ritardata di una lettera da strategie superiori, inviata dal generare Mazza:

“Il 6 gennaio il generale Mazza aveva fatto pervenire un primo rapporto a Giolitti. Il generale relazionava che, sino a quel momento, 2300 persone erano state estratte vive dalle macerie mentre era stata data sepoltura ad oltre 2000 vittime. Il rapporto riferiva che 188 persone arrestate per reati commessi «prima dell’entrata in vigore dello stato d’assedio» erano stati avviate sotto scorta a Palermo. Il grosso della relazione invece di parlare della intensificazione dei tentativi di salvataggio degli esseri umani, della speranza, ancora valida, di trovare gente viva sotto le macerie, era dedicato alla descrizione «dell’opera di escavazione dei valori dalle macerie, con custodia e sorveglianza, dove non si poterono eseguire escavazioni… i valori della Banca d’Italia, della Banca Commerciale, della Navigazione Generale furono già recuperati»”.

I rapporti in campo erano stabiliti dalle necessità, nelle quali non era prevista la salvaguardia delle persone, se non invece, quella dei valori. Messina fu una vittima che doveva pagare a un tempo colpe non sue, e raffreddare i bollori che agitavano il partito giolittiano avverso ai meridionali se non addirittura alla stessa Messina. Questa volta, sarà una traccia emessa dal governo americano, da parte degli uffici del Congresso sotto reggenza del presidente Taft, a segnalare avvenimenti di inaudita violenza, ritornando su un bombardamento che non doveva neppure essere immaginato, da scagliare contro una città fraterna, abbattuta da un potente terremoto:

“Rome hears that a bombardment of Messina has already taken place, A 226966. Jan. 4 1909”.

Così come attestano le fonti del governo di Washington durante la presidenza Taft, riportando una traccia della sua agenzia di stampa del 4 gennaio 1909, dove si segnalava che Messina aveva già subito un bombardamento delle forze regie italiane, contro una parte degli edifici oggetto delle scosse del 28 dicembre 1908. Sicché, se passa questa osservazione, si avranno fortissimi problemi a dividere le parti devastate dal terremoto e quelle devastate dai bombardamenti italiani. Certamente è davvero strano osservare i danni a macchia di leopardo abbattutisi nel distretto urbano di Messina, mentre si poteva osservare un buco enorme nel suo centro storico, rispetto al quale il terremoto fu davvero enorme, lascia dubbi inespressi e da colmare al più presto. Certamente, questa notizia sconvolgente non getterà acqua sul fuoco, se mai, incendierà una volta di più, memorie che si pensava immutabili nel proscenio italiano.

Le stesse esercitazioni di compassionevole abbandono, riportate dai giornali in rapporto ai sovrani, precipitatisi e indefessamente postisi a suffragio dei superstiti, stonano con le tinte fosche di una cronaca, che potrebbe anche essere rigenerata sotto un’aura ben diversa da quella delle beatificazioni. In suffragio dei derelitti figli di Messina, si adoperarono le Maestà italiane, postesi a domicilio di Messina.

“Il celebre scrittore russo Gorkíji racconta di aver parlato a largo della Riviera Nord di Messina con i sovrani. La corazzata sbarcò pattuglie nei villaggi della Riviera fra Paradiso e Faro Superiore, con i marinai che distribuivano viveri, assistevano i feriti e i sopravvissuti”

Sicché, a detta della propaganda filo governativa, i messinesi ricevettero oltre le amorevoli cure dei sovrani, ben 62000 razioni di viveri, per dare l’idea di un’accondiscendenza dei bisogni di quei sudditi sfortunati senza dubbio ricercata, se non addirittura studiata. Dall’Attanasio apprendiamo altro materiale non meno interessante segnalato in precedenza, che dimostra come la propaganda italiana dell’epoca, cercasse di deviare ogni notizia a vantaggio del governo e della casa reale.

“Il macellaio Scardino aveva fatto presente al prefetto Trinchieri e successivamente alle altre autorità accorse a Messina che il macello era rimasto intatto con le stalle piene di animali. Scardino chiedeva di essere autorizzato a macellare e assicurava almeno cinquantamila razioni di carne al giorno. Il generale Mazza negava l’aiuto minacciandolo di fucilazione”

Messina possedeva i mezzi per sostentarsi, ma non fu messa nelle condizioni di adoperare quelle accortezze necessarie al raggiungimento di una normalizzazione degli event, dopo parecchi giorni l’avvenuta sciagura. Il Macello Pubblico e le Scuderie reali erano agibili e intatti, il quartiere insediato presso il Piano Spadaro non aveva subito danni rimarchevoli, il contesto collinare, dove ricadevano le mura cinquecentesche era perfettamente agibile, e non pativa danni eccessivi, il villaggio di Larderia, quello di Camaro e gli insediamenti a mezzogiorno erano comunque in una situazione accettabile, se paragonata alla rovina in cui cadde Messina nel suo centro storico. L’area della Riviera presentava alcuni danni presso Ganzirri, e presso il borgo di Grotte, ma tutto sommato le abitazioni ben più modeste dei palazzi messinesi erano sopravvissute al sisma. La strada provinciale che inerpicandosi sulla Colla San Rizzo passando dai Giardini a mare (presso i locali fieristici) fino al villaggio pedemontano di San Michele, presentava qua e la alcune ferite, ma in compenso tante abitazioni erano agibili o addirittura illese.

I villaggi oltre i limiti insediati di Messina come a Gravitelli, sembrarono miracolati rispetto al centro di Messina. Il terremoto abbattutosi sulla Città dello Stretto aveva scientemente scelto l’area su cui provocare i danni maggiori, e guarda caso, si concentrava dove più ricchi erano gli stabili edificati. E il maremoto che con le sue altezze ha permesso di affollare le serate promosse da tanti format, che ritornano ciclicamente su quella sventura, si sono dimenticati di segnalare, ciò che ha osservato il professor Franz Riccobono nel suo lavoro intitolato “Il terremoto dei terremoti Messina 1908” precisando, su una fotografia scattata da Landrù, il 29 gennaio 1908, lo stato della Palazzata al suo piano terra che ebbe a resistere a quella montagna d’acqua marina, con i suoi infissi di legno e le vetrate perfettamente illese.

Un mistero ulteriore, che vince tutte le leggi della fisica, potrebbe dimostrare, di quante balle sono state necessarie fabbricare, per tenere in piedi con un cumulo di menzogne, l’impalcato costruito sulle sciagure telluriche di quell’anno del primo novecento; utili a valorizzare l’opera sanatrice del governo e dei suoi sovrani, battutisi per la salvaguardia di tanti sventurati. Verifica dimostrata da tanti documenti che aiutano il lettore più intransigente, a toccare con mano le bugie disseminate in questa memoria, adducendo a un terremoto, se pur potente, tutte le iatture sofferte da quella comunità, e subite dai messinesi che seguirono, avendo oggi la certezza, che buona parte delle vite di migliaia di messinesi, furono sacrificate per la smania di apparire di una classe dirigente superficiale. Dati, fatti e cose, marginali a questa ricostruzione, dimostrano quante verità mancano all’appello per trovare la strada maestra in una memoria mai dimenticata. Da una ulteriore lettera segnalata in un lavoro di Sam Savasta, emessa a Palermo il 30 dicembre del 1908, il console britannico Sidney Churchill così segnalava:

“Il maggior danno sembra sia stato causato dalla prima scossa, che fu accompagnata da una pioggia scrosciante e da un’onda di marea. Fortunatamente la pioggia deve aver calmato il mare perché l’onda montò gentilmente e recedette con la stessa forza. Se fosse stata violenta tutte le imbarcazioni ormeggiate lungo la banchina sarebbero state squassate. Secondo quanto si riporta, due imbarcazioni sono state lasciate in secco”

Lascia un commento

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.