E “Via” dicendo… la Peculio Frumentario a Messina

di Anna Giuffrè

Scale mobili sull’ultimo tratto

Tutti conoscono la Via Peculio Frumentario, quella strada che dalla Via XXIV Maggio si inerpica fino al Viale Principe Umberto; tutti a memoria individuano gli importanti uffici sindacali e l’istituto salesiano dalle poliedriche attività o anche quella scala mobile installata sul tratto finale, famosa, ahimè, per non essere mai stata messa in funzione. Solo pochi, però, sentendone il nome sanno indicarne la localizzazione. Quello strano nome, poco orecchiabile, nella memoria collettiva non evoca alcunché. Eppure la funzione di un toponimo è anche evocativa, assumendo in sé il valore di conservare delle informazioni, fissandole sul marmo ancorato all’angolo della via. Informazioni stringate, promemoria, veri e propri post-it del nostro passato. Opportunità di approfondimento.

Peculio dunque, dal latino Peculium indica «beni, sostanze»; nell’uso medioevale, indica più genericamente un «fondo di riserva» di denaro o di cereali (come i “peculi frumentari in Sicilia”, altrove “monti frumentari”, da cui i contadini poveri potevano prelevare in prestito il grano per la semina).

I magazzini alla sinistra del Palazzo Reale.

A Messina, nei pressi della attuale Via Peculio Frumentario, venne edificato, nel 1740, il magazzino di Sant’Alberto, ultimo granaio messinese prima della liberalizzazione annonaria del 1812. Fu costruito tra il Duomo e il colle della Caperrina, nell’ambito di una riorganizzazione dell’intero sistema annonario, in attuazione di un regolamento del 1735. Principale obiettivo della Corona, conclusasi la gestione economica della Giunta Regia (dopo la rivolta antispagnola), era quello di trasformare in redditizia l’attività dell’annona messinese da sempre in passivo. I magazzini frumentari erano dislocati a notevole distanza dagli uffici dall’annona, nei pressi dell’attuale Via Campo delle Vettovaglie (nome più chiaramente evocativo), ed esposti a malversazioni anche a causa di una organizzazione precaria e frammentaria. Centro vitale dell’attività annonaria, avevano un ruolo di primo piano per l’intero equilibrio economico cittadino. Pertanto, occorreva porre sotto sorveglianza i flussi della risorsa più scarsa e più preziosa di cui i magazzini erano lo snodo: forniture in entrata e redistribuzione in uscita; nonché, luoghi deputati alla conservazione del frumento e, soprattutto, alla riscossione delle gabelle.

Mappa seicentesca

Ecco quindi l’auspicato approfondimento: una fitta pagina di storia sui privilegi (perduti) della nostra città. Infatti in Sicilia, già granaio dell’impero romano, Messina fu un caso anomalo non essendo il suo territorio adatto alla produzione di frumento. Circondata dai monti, distante dai luoghi di produzione era, quindi, dipendente, dalle importazioni. Veniva approvvigionata via mare utilizzando le tratte d’esportazione che venivano chiuse negli anni in cui i raccolti erano insufficienti. I necessari provvedimenti dell’annona, «organo amministrativo che provvede a quanto è essenziale per l’alimentazione e gli altri bisogni fondamentali dei cittadini», venivano agiti solo nei momenti di difficoltà. Messina, però, nel XV secolo, era una importante città portuale, ricca e affollata, a cui andavano garantiti il rifornimento e i consumi di frumento. A tal fine il governo cittadino rivendicava dei privilegi che la Corona concedeva (dietro pagamento), come la precedenza di rifornimento rispetto ad altre città, esenzioni fiscali (dalla gabella del Campo) e immunità dai diritti di tratta per i mercanti che fornivano i cereali. I costosi privilegi erano finanziati da “soggiogatari” che prestavano le somme di denaro necessarie, diventando i titolari delle rendite garantite dalle gabelle urbane, quindi, principalmente su quelle del frumento.

Conio del 4 tarì d’argento

Nel XVI secolo, Messina era in competizione con Palermo per il ruolo di capitale del Regno, le gabelle urbane furono utilizzate per inanziare politiche di potenziamento in ogni settore della città dal vistoso rifacimento dell’architettura urbana alla fondazione dell’Università (Studium), o la promozione di culti religiosi, in seguito al ritrovamento dei resti di San Placido, approvati da Papa Sisto V; e, nel 1591, l’istituzione della struttura annonaria del Peculio Frumentario, per la libera importazione di frumento da parte di «patroni di qualisisìa grado, et stato, et condizione e regione si siano, et specialmenti li Greci di Levanti», nella speranza di facilitare la fornitura di frumento.

Il Peculio Frumentario, quindi, avrebbe dovuto provvedere a pagare il frumento da immettere sul mercato e a ricevere gli introiti della distribuzione, al fine di realizzare un guadagno per le civiche finanze. Invece il 1591 fu il momento del massimo indebitamento, a causa della grande carestia mediterranea (1589-1591) e ad un’epidemia di peste che imperversava, già da un decennio, nelle campagne provocando un afflusso di bocche da sfamare in città.

Industria tessile

Per sostenere il peso fiscale dell’indebitamento e garantire la prosperità della città, tornò utile il monopolio sull’esportazione della seta per tutta la Sicilia orientale, concesso a Messina fra i privilegi del 1591. Ma il privilegio più importante, detto dei 500.000 scudi, fu quello che stabiliva la residenza in città del viceré per diciotto mesi ogni tre anni; ciò impediva l’esecuzione di norme in contrasto ai privilegi acquisiti della città, esercitando il cosiddetto diritto di “controprivilegio”.

Palazzo senatorio

Fu questa serie di concessioni a scatenare contrasti politici con altre città siciliane, soprattutto con Palermo. Pertanto, la Corona inizia a revocarne alcuni limitando l’autonomia di Messina, ne sarebbero seguiti durissimi conflitti. Alla nobiltà messinese fu addossata la responsabilità della decadenza, della fame e delle violenze in città. La cittadinanza si divide in due fazioni: i Merli (la nobilità), che volevano mantenere la classe senatoria e i privilegi acquisiti e i Malvizzi, che insistevano per l’instaurazione in città di un governo del popolo. Nel luglio del 1674, il popolo si solleva, prendendo d’assalto i palazzi della nobiltà, decisi a rendersi indipendenti dalla Spagna ed a fare di Messina una sorta di Repubblica Marinara.

La tela allegorica di Luca Giordano al Museo del Prado a Madrid

La repressione della rivolta nel 1678 e la riconquista spagnola concluse uno dei periodi più floridi della storia della città. Fu attuata la soppressione di tutti i privilegi di cui Messina godeva fra i quali il Porto franco e la Zecca; venne chiusa l’Università e ed abbattuto il Palazzo Senatorio sulle cui rovine viene sparso il sale in dispregio della passata magnificenza. Nella grande tela di Luca Giordano, esposta al Museo del Prado di Madrid, Messina è raffigura come una donna denudata (dai privilegi), riconoscibile dalla corona a tre torri, antico emblema civico, che invoca clemenza alla Spagna anch’essa una donna che viene incoronata sopra le 4 virtù cardinali.

Peculio Frumentario, due parole per la memoria di due secoli di storia cittadina.

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