Giornata della Memoria: La valigia piena… di sigarette

di Anna Giuffrè

Giuseppe Restifo, Cesare Giorgianni e Anna Maria Tripodo in un momento dell’incontro

Interessante incontro, svolto presso la Galleria “Lucio Barbera” della Città Metropolitana di Messina, in occasione della Giornata della Memoria. Istituita, si sa, per commemorare le vittime dell’Olocausto, fissata il 27 gennaio giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa aprirono i cancelli di Auschwitz nel 1945, la finalità primaria della giornata è quella di conservare nel futuro la memoria di fatti che non debbano accadere mai più. Ma lo sterminio del popolo ebraico, è altrettanto cosa nota, non è l’unico genocidio di cui si è macchiata l’umanità e di cui tenere memoria. Così, “per non dimenticare”, man mano che la storia porta alla luce eventi sconosciuti o ignorati, il 27 gennaio si coglie l’opportunità per altre narrazioni.

E’ stato questo il caso degli IMI (Internati Militari Italiani), fatti prigionieri e deportati dai tedeschi in conseguenza dell’armistizio, internati negli Stalag (campi di lavoro per militari) e non considerati “prigionieri di guerra”, status che li ha sottratti dalla Convenzione di Ginevra e li ha esposti alla fame, al freddo, al lavoro coatto e ad ogni altro crimine di guerra. Durante l’incontro è stato presentato il libro del giornalista messinese Cesare Giorgianni, dal titolo “Baracche e Schiavitù nell’Europa del XX secolo”, che narra la vicenda vissuta dal padre Alfredo negli Stalag in Germania. Le vicissitudini storiche sono state esplicitate dal professore Giuseppe Restifo, docente di Storia Moderna dell’Università di Messina, che ha evidenziato l’indifferenza con cui sono stati accolti i soldati prigionieri al loro rientro in patria nel 1945, che si è protratta per ben 40 anni prima che la storia riconoscesse l’ennesima pagina di persecuzioni. Così, dopo questo evento, anch’io ho guardato con altra luce ad un tassello di memoria di mio padre Giuseppe, vissuto fino a 93 anni, che semplicemente annoveravo fra i suoi ricordi di guerra e a cui non avevo dato peso storico e tanto meno colto pienamente nella sua umanità. Ve lo narro.

Eccoci siamo tutti fotografi ci chiamano i “filibustieri” della squadriglia (Foto Giuffrè)

19 anni aveva mio padre l’8 settembre 1943, si trovava a Rodi, come fotografo della Regia Aeronautica. Orfano di padre, secondogenito di quattro figli, si era arruolato volontario tre anni prima perché “in aeronautica si mangiava bene e abbondante” e per lasciare che la madre si occupasse meglio dei tre fratelli. A Rodi, nella base aerea aveva stabilito un rapporto di collaborazione col fotografo degli alleati tedeschi. La notizia della firma dell’armistizio mette i due militari di fronte alla consapevolezza che da quel momento avrebbero dovuto considerarsi nemici.

Gli eventi precipitavano rapidamente, le truppe italiane, impegnate nella “guerra parallela”, furono lasciate allo sbando non ricevendo più alcun ordine dall’Italia data la fuga dei vertici politici; viceversa ai soldati tedeschi era giunto l’ordine di fare prigionieri gli italiani a quel punto considerati traditori del Reich. Le scelte possibili per i comandanti locali erano due: deporre le armi o resistere. Moltissimi, dato il clima di fuggi fuggi, presero autonomamente la via del mare spesso con risultati nefasti. Mio padre si allontanò da Rodi a bordo di un aereo tedesco! Due fotografi militari,… due ragazzi, divenuti amici facendo ricognizioni in guerra. Momenti di panico, avevano “lo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore” e poche ore per decidere. Un areo tedesco sarebbe partito alla volta di Atene con a bordo, in mezzo alle merci, un soldato italiano introdotto clandestinamente proprio da un soldato tedesco. Non si sarebbero rivisti mai più. L’emozioni più svariate viaggiavano dentro quell’aereo: disappunto, paura, rabbia, lealtà, fiducia, speranza e sogni. I tanti sogni da raggiungere avrebbero alimentato la forza della sopravvivenza.

Il Gen. Tessari Sottocapo di SM dell’Aeronautica Repubblicana visita il personale del Gruppo Aerosiluranti Buscaglia – marzo 1944 (Foto Giuffrè)

L’unica valigia che mio padre ha potuto portare con sé, oltre che di sogni, era piena di sigarette! Sigarette fornite ai militari regolarmente ma che lui fumava in minima parte per poterle accumulare avendone intuito in fretta il forte potere di scambio che possedevano. Grazie a quel tesoretto, in fuga, da solo, ha potuto barattare tutto quello che gli necessitava dai vestiti al cibo, ai trasporti improvvisati per raggiungere un treno con cui avrebbe attraversato i Balcani. Treno dalle fermate improvvisate e dalle soste variabili che potevano andare da qualche ora a qualche settimana con la stessa probabilità.

Dopo tre mesi di viaggio riesce a raggiungere il Friuli, dove i tedeschi la facevano ancora da padroni, quindi dalla padella alla brace. La scelta da cui era fuggito si ripresentava o aderire alla Repubblica Sociale o deportato in Germania. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di non soffrire più e di fare ritorno a casa lo fanno cedere, aderisce alla Repubblica di Salò. Lui stesso, raccontando, diceva di se “Ero diventato un repubblichino!”. Da quel momento farà parte dell’Aeronautica Repubblicana venendo introdotto nel Gruppo Autonomo Aerosiluranti “Buscaglia” fino alla Liberazione. Dopo il 25 aprile 1945 fu ordinato al personale di sabotare aerei e apparecchiature e di consegnare le armi alla resistenza nella zona di Busto Arsizio. La guerra era finita, fece ritorno a Messina svariati mesi più tardi attraversando l’Italia a piedi o con mezzi di fortuna con in tasca il suo salvacondotto.

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