I nobili di Savoca nella Cripta del Convento dei Frati Cappuccini

di Giuseppe Spanò

savoca-3Diciassette personaggi vissuti tra il XVIII e il XIX secolo, testimonianza storica che Savoca custodisce gelosamente nella cripta della Chiesa dei Cappuccini (1603) e che, a ragione, sono considerate le mummie più note tra quelle presenti in provincia di Messina.

Un patrimonio di grande rilevanza giunto fino ai giorni nostri grazie ad una tecnica particolare utilizzata dai frati e sulla quale gli studiosi hanno sviluppato due principali ipotesi: la prima afferma che i metodi di conservazione dei corpirimasta in uso fino al 1876 e basata sull’essicazione naturale, risalga all’epoca dei Fenici, la seconda sostiene che si tratti di una procedura di imbalsamazione, importata dal sud America, che dalla Spagna sarebbe giunta in Sicilia.

Il processo di conservazione avveniva direttamente nei sotterranei: i corpi erano posti in due stanze di preparazione, o colatoi, con 6 e 10 sedili cavi in ciascuno dei quali si posizionava il singolo cadavere per il drenaggio; nei due giorni successivi si procedeva al trattamento con sale ed aceto ed all’applicazione di unguenti per evitare il rinsecchimento dei tessuti, dopodiché si effettuava il taglio dei legamenti e dei tendini, il riempimento con paglia per mantenerne la forma originale e, infine, la vestizione con gli abiti originali.

savoca-1Pertanto, il processo di conservazione durava in tutto due mesi ed era frutto delle correnti d’aria e dell’areazione dei locali che consentivano il disseccamento del cadavere e non di un trattamento di privazione degli organi interni.

Originariamente le mummie di Savoca erano 37, tutti uomini ad eccezione di una donna e di un bambino; 16 sono contenute in casse di legno coperte da una lastra di plexiglas ed esposte l’una sopra l’altra a gruppi di tre, le altre sono posizionate nelle casse funebri originarie in legno, alcune con finestre di vetro, altre sono sistemate in alto, sulla mensola che corre intorno al perimetro dell’ambiente.

La mummia più antica del notaio Pietro Salvadore risale al 1776 mentre la più recente è di Giuseppe Trischitta del 1876.

L’età di morte di molti soggetti era matura mentre le patologie rilevate nel corso dello studio sono gotta e DISH, malattie dovute a una dieta molto ricca o di disordine del metabolismo, oltre ad artropatie quali l’osteoartrosi, la degenerazione della cartilagine nelle giunture e l’alluce valgo, quest’ultimo causato dall’uso prolungato di scarpe a punta.

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