I riti non sono inutili

di Filippo Romano

Se, da una parte, definire e riconoscere i fondamentali della natura umana è stata una delle grandi acquisizioni dell’età contemporanea, dall’altra filosofia, antropologia e psicoanalisi ci hanno fatto toccare con mano quanto l’homo sapiens non nasca dotato di ogni virtù e raziocinio ma li acquisisca attraverso lo sviluppo. In altre parole non si nasce buoni e generosi, anche se l’altruismo è in certa misura una caratteristica evolutiva naturale degli animali sociali.

Sono il progresso per la specie e l’educazione per il singolo che fanno raggiungere agli uomini “virtute e conoscenza”. Per questa ragione da sempre la nostra Specie coltiva riti, consacrazioni e commemorazioni. Ripassa, in un certo senso, le nozioni di base della civiltà cui i riti stessi inseriscono.

In tutte le società umane esistono consacrazioni e commemorazioni religiose, laiche, internazionali o patriottiche, universali o di parte, che ribadiscono attraverso la ritualizzazione i valori fondanti (la bontà, l’altruismo, la tolleranza, il rispetto per i piu deboli, il sacrificio per il bene comune, l’amor di Patria dunque l’appartenenza alla comunità). A ognuno dei valori ritualizzati e consacrati corrisponde un disvalore spesso insito nella natura originaria dell’homo sapiens.

Il caso del razzismo è emblematico: ogni comunità tende, nell’atto stesso di istituirsi e autodefinirsi, ad escludere gli estranei. Le due amiche adolescenti fanno “comunella” criticando ragazze estranee al gruppo; la squadra di calcio si riconosce nei Suoi simboli e riti e i suoi tifosi considerano gli altri estranei o addirittura avversari; il gruppo di lavoro affiatato in ufficio o in fabbrica si isola dal resto del personale. Si potrebbe continuare all’infinito; ma il punto cui si vuole arrivare è quello che riguarda le etnie intere.

Ogni nazione o – come del tutto impropriamente si dice – ogni razza umana (e non dispiace che il correttore automatica la corregga in “tazza”) tende a definirsi per differenza dalle altre: senza menzionare le nazioni cui su riferiscono, basti ricordare i dispregiativi della nostra e altrui cattiva coscienza, come “crucchi”, “frog-eaters”, “macaroni”, “kafir”, “goìm”.

Il rito civile specifico che gli stati democratici hanno istituito per esorcizzare il razzismo,  è fondato su un solo specifico episodio di persicuzione basato sulla razza (e mai come in questo caso la parola è sbagliata): l’olocausto sugli ebrei, la cui emarginazione è sfociata in frequenti pogrom per gli ultimi duemila anni, e alla fine nella più mostruosa delle operazioni cui lo sviluppo umano abbia provveduto prestando intelletto avanzato e capacità organizzative moderne a un impulso animalesco: il massacro di milioni di persone.

Non è il solo caso. Molti altri costellano la storia umana e – quel che è peggio – la storia recente. Non perché si torni indietro nella scala della ferinità ma poiché i mezzi tecnologici moderni amplificano (anche) le atrocità. Non chiediamoci, allora, che senso abbia oggi il “Giorno della memoria”; se ne istituiscano altri, semmai, a ricordo ed esorcizzazione di altri massacri e ingiustizie. Ma non ci si chieda che significato possa avere ricordare ai giovani il punto più basso mai raggiunto da una civiltà nominalmente avanzata.

Si utilizzi questa ricorrenza per rimettere a posto il peso e il valore delle cose. Per ricalibrare lo sdegno verso le nequizie umane in una scala di valori e disvalori. Si aiutino così i nostri ragazzi a distinguere per gravita le malvagità.

Magari, per ricordare che la violenza contro un essere umano, anche di etnia o di condizione economica non vincente – non voglio nemmeno nominare gli esempi che mi vengono in mente – è comunque peggio che mangiare carne o indossare capi di pelle. Pur nella piena libertà di dire la propria anche su simili temi che possano urtare più sofisticate sensibilità.

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