I viaggi per mare e le migrazioni-parte I

di Attilio Borda Bossana

E mare, mare, mare. A momenti c’era da immaginare che fossero scomparse le terra dalla superficie del globo, e che noi navigassimo sull’oceano universale, senza approdare mai più. Ed il caldo cocente non era il peggio: c’era un puzzo d’aria fracida ed ammorbata, che dalla boccaporta spalancata saliva su a zaffate sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane.  

Ispezione sanitaria per immigrati-Ellis-Island 1920

Se non fosse per la prosa aulica di Edmondo De Amicis, tratta dal suo “Oceano”, pubblicato nel 1889, dopo il titolo provvisorio “I nostri contadini in America”, in cui l’autore descrisse la sua ultima traversata, cinque anni prima, diretta in sud America, durata 22 giorni, a bordo del Galileo, quelle parole potrebbero condensare i risvolti drammatici dell’immigrazione albanese che nel 1994, il film “Lamerica”, diretto dal regista Gianni Amelio, raccontava per la vicenda della nave Vlora, arrivata a Bari l’8 agosto 1991. Una narrazione resa attuale, oggi più di ieri, con quelle carrette del mare, cariche di migranti che fanno rotta verso l’Italia, colme di speranze e di paura, ma soprattutto di un destino grigio per un rituale tragico epilogo. Ed è ancora un film-documentario nel 2016, Fuocoammare, di Gianfranco Rosi sull’isola di Lampedusa, Orso d’oro al Festival del cinema di Berlino e nominato per l’Oscar come Miglior documentario, che racconta le due realtà principali: quella di chi ci è nato e vive a Lampedusa, e quella dei migranti che ci arrivano dal Nordafrica attraversando il mare.

La nave dei folli. Stanley Kramer

Accostamenti cinematografici, legati alle navi, al mare e alle migrazioni che ci fanno ripensare a “La nave dei folli” di Stanley Kramer, film del 1965, che descrisse il dramma di un viaggio, nel 1933, di una nave germanica che parte da Vera Cruz diretta a Brema. A bordo s’intrecciarono i destini, le disillusioni, gli amori, gli odi di passeggeri di varie nazionalità e ideologie. Scritto da Abby Mann e ispirato a un romanzo di Katharine Anne Porter, il melodramma navale, è uno tra i più importanti nella produzione di Hollywood, che ottenne i premi Oscar per la fotografia (Ernest Laszlo) e la scenografia (Robert Clatworthy, Joseph Kish). Spesso in bilico sulla soap opera, ma anche ricco di riflessioni sulla condizione umana, ebbe un cast di rilievo con Vivien Leigh (1913-67), al suo ultimo film, Lee Marvin e George Segal. Un altro titolo “La nave dei dannati” di Rosemberg, fu un film sulle migrazioni in mare, ambientato sul transatlantico tedesco St. Louis, in rotta verso il sud dell’America, per l’esodo di 937 ebrei, salpati nel 1939 da Amburgo per sfuggire ai nazisti. Un viaggio “biblico” interpretato da attori come Dunaway, Von Sydow, Orson Welles, James Mason e cadenzato dai dinieghi di varie nazioni a concedere il permesso di sbarco ai passeggeri, sino all’approdo ad Anversa.

E mare, mare, mare, quindi; sostantivo, senza tempo e senza ideologia, che alimenta, come carburante il sogno ricorrente per una nuova vita e che 123 anni fa, Edmondo De Amici testimoniò per un quadro della grande migrazione italiana, in cui il mare era anticamera dell’avventura, la nave ridotta a vagone di una più terrestre “carrozza di tutti”.

La migrazione di oggi, diversa per connotazioni ma non per motivazioni, attraversa il Mediterraneo e raggiunge l’Europa, registrando flussi drammatici con oltre 180 mila persone sbarcate in Italia nel 2016, record rispetto al 2015 e al 2014; 5.022 morti attraversando il Mare nostrum; nel solo 2011, oltre 1.500 persone erano annegate o risultate disperse; il precedente dato, relativo al 2007, dava 630 tra vittime e dispersi. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), tra il 1 gennaio e il 28 febbraio 2017 sono sbarcate in Italia 13.437 persone. Un dato significativamente superiore a quello dello stesso periodo del 2016, quando arrivarono 9.101 persone (+48%).

Qualunque migrante guardando indietro al viaggio per mare, in nave o barcone, ha certamente più incubi che ricordi. Ma non è una risultante del fenomeno odierno dell’immigrazione clandestina ma una costante nella storia dell’emigrazione che aveva come comune denominatore il mal di mare, la qualità del cibo, la mancanza di privacy, e diffusione di malattie. Fino al 1850, la maggioranza degli emigranti imbarcava su navi a vela, con un viaggio della durata media di 43 giorni; alla fine del 1870, le navi a vapore, resero obsoleta l’epoca della vela riducendo le traversate di 12-14 giorni. Le condizioni di vita a bordo erano comunque sempre difficili, con sistemazioni in strette cuccette, o in dormitori che si trovano sotto il ponte, con poca luce o aria fresca e soprattutto il cibo a bordo non variava. Con l’avanzare del secolo, si avviò un processo di regolamentazione sia dell’alimentazione, con alcuni requisiti minimi che includevano biscotti, farina di frumento, farina d’avena, riso, tè, zucchero e melassa. Quello che restò costante in quell’epopea fu il pericolo di naufragio in particolare nei primi anni del 1800 per la mancanza strutturale di materiali e il ridotto livello tecnologico delle navi; nel solo 1834, diciassette naufragarono. Malattie come tifo, colera e dissenteria furono alcune delle più grandi minacce in mare.
Una mostra sull’Emigrazione Italiana nelle Americhe, “Partono i bastimenti”, allestita qualche anno fa a Napoli, ha messo in luce una pagina poco conosciuta della storia italiana: migliaia di soldati, superstiti dello sconfitto esercito borbonico, nel 1861, dal capoluogo campano, furono imbarcati per New Orleans, con la prospettiva di essere arruolati nell’esercito degli stati secessionisti del Sud, durante la guerra civile americana. Molti scelsero di restare in America e possono essere considerarsi tra i primi italo-americani. [continua]

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