I viaggi per mare e le migrazioni-parte II

di Attilio Borda Bossana

La turbonave Sidney a Messina

Nel secolo scorso, il porto di Messina rappresentò a cavallo degli anni cinquanta, lo scalo principale per l’emigrazione siciliana e meridionale, soprattutto verso l’Oceania, attraverso la rotta di Suez, Gibilterra e circumnavigare l’Africa, attraverso il Capo di Buona Speranza. Non si può parlare di un’immigrazione italiana in senso stretto in Australia prima del 1870, ma già a partire dal 1904 era consistente il flusso dai porti di Genova , Napoli, Palermo e Messina. Dal 1877 al 1939 oltre 67 mila italiani si imbarcarono per i paesi dell’ Oceania con un picco di 6900, nel 1927.
L‘emigrazione dalle Isole Eolie fu rilevante nel primo triennio del novecento; si fermò quasi del tutto dal 1931 al 1945, e riprese con ritmo sostenuto dal 1946 cessando, quasi completamente, negli anni sessanta. Dal 1901 al 1914 dal porto di Messina transitarono 9916 eoliani di cui 6719 emigrarono negli Stati Uniti, 2527 in Argentina e 670 in Australia. Negli anni cinquanta l’emigrazione eoliana sarà diretta in prevalenza verso l’Australia.
Tra il 2010 ed il 2011, in 62 mila  083 sono stati gli italiani sbarcati nel continente oceanico, questa volta però  da un aereo con visto turistico o working holiday visa, che permette un soggiorno di un anno. Il mio primo viaggio per l’Australia – ricorda Giulio Scala, ufficiale imbarcato su navi  del Lloyd Triestino, nel suo Memorie di un commissario di bordo, “lo effettuai verso il 1957 sulla motonave Neptunia, una nave da 11.000 tonnellate, che ospitava circa 800 passeggeri: un numero ristretto in prima classe ed il resto in “classe turistica” (così si chiamava, anche se quei disgraziati tutto erano, meno che turisti). I “turisti” dormivano in dormitori che si chiamavano “cameroni” con una cinquantina di posti in letti “a castello”, un po’ come i trasporti truppe dei soldati americani che venivano in Europa a farsi ammazzare. La Neptunia non aveva aria condizionata e, attraversando il Mar Rosso, nei locali interni e nei “cameroni” la temperatura saliva, certamente ben oltre i 40-45 gradi centigradi. Le sale dormitorio da 50 letti erano ovviamente separate per uomini e per donne. I locali, adattati a dormitorio, non erano altro che stive di carico della nave; nel viaggio di ritorno verso l’Italia, i letti venivano smontati e le stive riempite di balle di lana grezza, allora principale merce di esportazione australiana. I porti d’imbarco della Neptunia erano Genova, Napoli e Messina. Ci fu un ministro della Marina Mercantile, calabrese, che per motivi elettorali dichiarò che non poteva permettere che i poveri emigranti calabresi dovessero recarsi sino a Messina per imbarcarsi per l’Australia, e fece fare scalo una volta alla nave, oltre che a Messina, anche a Reggio Calabria. Per un miracolo la Neptunia non impatto gli scogli.
Quelle navi sono stati  lo strumento di una migrazione straordinaria, in cui si miscelava l’umanità  più povera a quella che trovava nel viaggio un ristoro turistico-culturale. Navi che hanno trasportato emigranti verso una vita migliore, e che  racchiudevano in quei ponti,  la forza di un sogno da inseguire a tutti i costi e per i più ricchi l’idea di una distinzione superiore
Navi, come Sidney, l’Oceania, l’Australia, Neptunia, Galileo Galilei  per ricordare solo alcune degli anni cinquanta-sesssanta, sono state lo strumento di una migrazione straordinaria, in cui si miscelava l’umanità più povera a quella che trovava nel viaggio un ristoro turistico-culturale. Navi che hanno trasportato emigranti verso una vita migliore, e che racchiudevano in quei ponti, la forza di un sogno da inseguire a tutti i costi e per i più ricchi l’idea di una distinzione superiore.

 

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