Il cimitero di contrada San Nicola de Ossilla, ultima dimora di Antonello da Messina

di Alessandro Fumia

Antonello da Messina – Ritratto d’uomo – National Gallery of London

L’annosa questione sulle memorie della sepoltura del grande pittore messinese vissuto nel ‘400, continua a raccogliere interesse e consenso in una città disperatamente proiettata a recuperare la sua gloriosa storia. Da qualche anno a questa parte, si è sviluppata la convinzione di potere ottenere risultati concreti per incentivare il turismo, ripercorrendo i luoghi in cui Antonello ha condotto i suoi passi di credente a una regola l’osservanza francescana, che ha caratterizzato gran parte della sua vita e dei suoi comportamenti. Il ritrovamento fortuito di alcune rovine, durante il risanamento del torrente Giostra, che sarà quasi totalmente coperto per la circolazione viaria, ha permesso di individuare gli ultimi resti ottocenteschi del complesso di Santa Maria e di Gesù, detto il superiore. Le condizioni del ritrovamento di quei resti, completamente interrati sul fondo agricolo della proprietà Cassisi, attirarono le attenzioni delle autorità e di molti curiosi. Il rinvenimento permetteva di riqualificare una zona specifica del quartiere dormitorio di Giostra allora, ancora in massima parte baraccato. Le rovine sottomesse al piano stradale, ma perfettamente in linea con il fondo della fiumara di Giostra, conservavano sul livello superiore alcuni ambienti della nave ecclesiastica, del convento, e di un pozzo. Attigui a quel fondo, nelle tracce murarie della chiesa, si osservavano allo stesso livello del complesso, la cripta, ricomposta nel 1886 proveniente dalle rovine alluvionali dell’ultima chiesa francescana del 1863. Sulle pareti diroccate periferiche all’aula di Santa Maria e di Gesù furono rinvenute delle iscrizioni in latino che per incuria andarono perdute. Retrostante all’aula clericale si trovavano gli ambienti di un convento, anche questo sintesi della traslazione, di numeroso materiale proveniente dal convento del Ritiro perduto con l’alluvione del 1855. Presso queste rovine furono rinvenuti rottami di pietra, gravemente smunte dal tempo che furono associate per memoria storica, ai Bagnicelli ricordati appartenere a un fondo attiguo seicentesco, e qui riconducibili alla proprietà Cassisi. Immediatamente gli storici e i cultori di Storia Patria, cercarono di ricreare un corredo storico per indicizzare quei luoghi, sperando di incamerare il vincolo architettonico capace di preservare dall’oblio quei resti. Le teorie sviluppate su quel fondo non tennero minimamente conto dell’orografia del territorio, capace se studiata, di rivelare i punti principali delle contrade coinvolte per identificare nelle varie epoche del passato, quelle presenze necessarie a riqualificare quei riposi. In mancanza di questo studio, tutto quello che le memorie patrie rilanciavano, furono accentrate in quel fondo, ritenuto fin dai primi istanti del ritrovamento, l’antico quartiere dell’osservanza francescana a Ritiro. Un grave errore di valutazione che ha limitato lo studio di tutti o gran parte degli studiosi che si sono interessati a quel fondo.

Nel trascorrere degli anni, dopo il 1989, il Municipio di Messina, per iniziativa del suo Consiglio, svilupperà i primi testi storici per individuare quel sito in proiezione futura. La mancanza di dati storici specifici antecedenti al XVII secolo, limitava la possibilità di uno studio approfondito sull’area interessata da substrato archeologico. La prima pietra della memoria, riposizionata con la pubblicazione del volume San Leone, in ricordo del IX° quartiere, nella ripartizione urbana del tempo, nelle intenzioni avrebbe dovuto blindare sul nascere ogni possibile osservazione contraria. Tutta la zona topografica interessata dopo la copertura della fiumara di Giostra, cambiava completamente aspetto, con un risanamento edilizio, capace di urbanizzare quei luoghi, circondando le rovine e i fondi baraccati attigui, attraversati da nuove arterie stradali. In questa evenienza, mancante lo studio orografico e uno studio topografico degno di questo nome, tutta la contrada di Ritiro perdeva le antiche tracce del borgo. Finalmente negli ultimi dieci anni, per iniziativa di alcuni volontari, riqualificando il sito archeologico, ripulendolo dalla ricca vegetazione e dalla spazzatura che ebbe trovato un comodo riposo per smaltimento d’inerti, si proponeva alla città, l’antico ricordo del plesso di Santa Maria di Gesù superiore. La sagacia che contraddistingue i suoi cultori è tale da sovrapporsi a qualunque studio, che si discosti da quei ruderi, ormai vincolati a una memoria, sintesi di studio superficiale, che aveva perduto il suo carattere storico, perché si era sviluppata l’idea infondata, di avere ritrovato l’antico complesso francescano del XV secolo. Bloccando ogni discussione contraria, innalzando una cortina fumogena impenetrabile, accompagnata dai media locali, elettrizzati dalle ispezioni quotidiane di alcuni politici interessati a future riqualificazioni, determinarono l’obiettivo di un possibile restauro, scontrandosi però con gli archeologi della Soprintendenza di Messina. Quei funzionari giustamente osservarono il sito alluvionato, perché a differenza dei primi estimatori recuperarono le memorie delle alluvioni, numerose, e particolarmente distruttive, che colpirono ampie aree urbane settentrionali di Messina, non permettendo più di leggere i livelli del suolo, per trovare le epoche trascorse dal tempo in cui era frequentato il complesso del XV secolo.

Tutto rimandato a nuove iniziative e futuribili migliori condizioni. L’idea di rinunciare a quei progetti, spinse i partigiani del sito archeologico a rilanciare l’ipotesi di rintracciare le ossa del pittore Antonello da Messina; anch’egli sepolto in quegli anfratti per determinare nell’orgoglio civico, quella forza necessaria a fare pressioni sui funzionari esitanti. La pubblica opinione di Messina, quasi plebiscitariamente pretendeva il recupero del fondo, accompagnata dalla stampa, convinti di non potere perdere anche quest’occasione. Da quel momento, ogni opinione contraria all’individuazione del sito come quello in cui dimorano le spoglie del pittore, furono contrastate con sprezzante disprezzo, e con esposizioni di muscoli dai suoi partigiani, sfidavano chiunque non si allineasse all’antonelliano pensiero. In città, esistevano dei circoli che attratti da questo baccanale, incominciarono a loro volta a interessarsi all’argomento, scoprendo altre direttive che di fatto si contrapponevano al sito così tanto celebrato. Manco a dirlo, questi ultimi furono emarginati, non tanto dai messinesi, quanto invece dall’informazione, che aveva deciso da che parte stare. Purtroppo capita a Messina, anche questo, debellando sul nascere iniziative contrarie. Piano piano, dal coro dei consensi, i più curiosi, non del tutto convertitisi al ragionamento preposto, di identificare delle rovine ottocentesche con un fondo quattrocento anni più vecchio, s’incominciarono a defilare molti amatori della prima ora. La ragione permette quello scatto d’orgoglio che differenzia le maggioranze bulgare, da quelle democratiche, dove l’altrui pensiero né rappresenta una ricchezza, aprendo così il passo ai dissenzienti che possedevano argomenti molti interessanti. Così si va delineando un pensiero svincolato dalle certezze assolute. I due corpi di studio, in ben che non si dica, si trovano su opposti crinali, come le rappresentazioni cinematografiche anni cinquanta, dove due mischie si affrontavano arditamente. I primi, assertori della memoria antonelliana, non volevano assolutamente recedere, evitando accuratamente di aprire una porta agli oppositori che avevano sviluppato un canovaccio ragguardevole. Finalmente la stampa, incominciava a seguire il fatale cimento, riportando con sempre maggiore interesse le opinioni di entrambe le coalizioni. L’osservazione che rilanciavano gli scontenti ponevano le fondamenta, sul materiale più antico che non fu trovato da coloro invece, che si erano accentrati su quelle rovine innalzando una potente palizzata. Come spesso capita nelle competizioni della vita, chi pensa di averla sempre vinta, si ritrova sconfitto. La documentazione prodotta da coloro che non hanno creduto a quel fondo, come quello in cui fu sepolto Antonello da Messina, permette di individuare alcuni rogiti notarili in cui, dalla descrizione degli atti, assecondando i dati in essi riportati, trovarono i confini che contenevano il complesso di Santa Maria di Gesù il superiore, entro i perimetri delle fiumare di Santa Maria de Scalis proveniente dalla Badiazza, e del torrente di San Michele che prese il toponimo dell’omonimo villaggio.

Trovate quelle coordinate orografiche poco prima segnalate, si riuscivano a determinare quasi con una certa sicurezza, i volumi delle terre adiacenti agli attuali ruderi, spostando radicalmente quel sito appartenuto ai resti antichi della fratellanza osservante di Ritiro. Infatti, il vetusto recinto dei frati minori francescani, posto sulla sponda opposta dell’ex fiumara di Giostra ma, più a nord dei ruderi oggetto di riqualificazione, permettevano di identificare persino il cimitero. Luogo di sepoltura delimitato da un recinto adiacente all’area del monastero posta sull’argine della fiumara di Santa Maria La Scala. Non solo, queste carte facilitavano il reperimento di altri dati, completamente elusi dai partigiani del fosso antonelliano, che affidano la conoscenza dei luoghi, su elementi librari seicenteschi, quindi, secondari per importanza bibliografica, ma necessari per portare avanti le loro pretese. Dai dati provenienti dalle pergamene redatte a cavallo fra il XII e il XV secolo, è possibile trovare le coordinate dell’antico suburbio di Santa Maria e di Gesù, in quanto determinanti per la nascita dell’omonimo casale, prima ancora che venisse coniato il toponimo di Ritiro. Un luogo questo, indicizzato in alcune cartografie successive cinquecentesche, appellando quelle terre, di San Nicola la Grutta, e di San Nicola de Ossilla, il cimitero adibito a fossa comune. Purtroppo però, tutta l’area individuata nelle pergamene oggi conservate nei fondi del santuario di Montalto, sede naturale di quelle memorie oggi come al tempo del Beato Matteo Gallo, sono sottoposte a un muro alluvionale elevatosi nei secoli, profondo ben oltre i 14 metri, e oggi riconducibili al sottosuolo di via Auriga. Il cimitero di San Nicola de Ossilla era segnalato come un campo adiacente al complesso osservante di contrada “Santa Maria di Gesù”, appellativo così trovato nel testamento di Antonello. La mancanza dell’aggettivo superiore, ha scatenato nei partigiani dei presunti ruderi antonelliani, la smania frenetica, di dimostrare che l’originale sito fosse il loro e non il secondo complesso dell’osservanza, fondato nel 1464 dove oggi ricadono le fabbriche della scuola Boer. Lavoro questo che li ha visti impegnati seriamente, a reperire quanti più dati possibili per determinare con sempre maggiore certezza, la posizione delle ossa antonelliane nel sito di Ritiro. Lavoro invece, che non ha appassionato i contrari a quella tesi, perché forti dei documenti più antichi, dove si continuava a individuare il Casale di Santa Maria e Gesù dell’osservanza, senza bisogno di definirlo “il Superiore” per indentificarlo separandolo da quello innalzato due chilometri più a valle; perché quest’ultimo era stato edificato prossimo a Messina, nel Casale S. Deo. Dunque la differenza intravista negli atti fra i due complessi dell’osservanza, non era di natura formale, ma bensì statutaria. Il più antico complesso fondato nel 1418 aveva dato il nome a un Casale, che si contrapponeva al Casale sottostante di San Deo. Ma queste notizie orfane dei partigiani del sito oggetto di recupero architettonico, non le vogliono proprio digerire. Pertanto, quando due tesi si contrappongono e fra le parti in causa, si riesce a dimostrare elementi medievali completamente ignorati da quelli che spingono per la riqualificazione, non si sta più discutendo di opposti schieramenti di studiosi, invece, di opposte scuole di pensiero: ossia, studiosi e volontari.

Il cimitero che ha accolto molti discepoli di Matteo Gallo presso il Casale di Santa Maria di Gesù, è stato individuato presso i limiti del “murum flomarie Sancte Mariae de Scalis”, in contrada de Ossilla. Questi luoghi furono ripetutamente segnalati in numerose carte topografiche che ne rilanciano ossessivamente la posizione, da me individuate e proposte in un filmato composto dal giornalista Giuseppe Bevacqua, evidentemente più curioso, e più sensibile a sviluppare le posizioni discordanti in una società civile a Messina, viceversa omologante. L’insistenza degli appassionati alle ossa antonelliane, ha prodotto nel tempo, delle vere e proprie prese d’atto, ma con ciclica discordanza. In dieci anni la ricerca è partita puntando a trovare la tomba; poi però, trovando una contrapposizione ragionata preposta dal contenuto del testamento di Antonello, la tomba diventerà fossa comune. Una fossa comune non avrebbe permesso l’identificazione dei resti mortali del famoso pittore, ritornando a rinverdire la tomba, più pregnante a un luogo che lo si vuole originario. Le memorie storiche però, impedivano a questa tesi di vincere i costumi religiosi medievali, e con relativa discontinuità, a ogni mutare di sentimenti mutavano le relative convinzioni. Finché non si è materializzato su Messina, un ricercatore, pioniere nel suo campo, che appassionando le menti dei partigiani, e di una stampa incuriosita, li convinceva che il ritrovamento delle ossa era possibile. Fronte unitario che si scioglierà come neve al Sole, dopo che pubblicai il mio volume, Antonello da Messina a Giostra, andato a ruba, praticamente esaurito, potere di Antonello. In quel lavoro, prodotto dalla casa editrice SGB, nel 2014, si affermava una posizione assolutamente contraria, che stimolava a sua volta, la curiosità di alcuni archeologi della Soprintendenza, che ebbi incontrato qualche giorno prima della presentazione. Lavoro che evidentemente intrigò quella parte, visto che, in esso si trovavano tante variabili: studio geologico della valle di Giostra e di Ritiro, orografia dei territori interessati alle memorie antonelliane, identificazione di confini, di cinte murarie, d’insediamenti urbani, di torri e porte a guardia dell’abitato, di personalità operative a Messina. Per non dimenticare i possedimenti degli stessi osservanti della contrada, dei regesti per il computo dei titoli: enfiteusi, compravendite, locazioni di terreni, abitazioni, impianti, fondi agricoli gestiti prima dalle comunità carmelitane e cistercensi che abitarono quel complesso, e successivamente dai Francescani Minori, e in ultima battuta in pieno settecento dai Gesuiti, che amministrarono quei beni. Insomma, gli elementi vagliati con precisi documenti medievali, studiati persino da alcuni dirigenti della Soprintendenza poi pubblicati in Germania, convinsero molti studiosi, che il sito adocchiato dai volenterosi, non corrispondeva a quello originale, provvedendo a farlo sapere a tutta Messina, comprando una pagina della Gazzetta del Sud mettendoci la faccia. Sicché, non si può lasciare una parte di curiosi a rimuginare sulle relative aspettative.

Il sito osservato nei ruderi di Ritiro, presenta soluzioni d’impianto particolari. I resti murari ricadenti in esso, piuttosto suggestivi, propongono degli elementi lapidei incastonati nelle mura perimetrali che hanno fatto sognare i suoi estimatori. A queste suscettibili attenzioni faceva notare l’architetto Nino Principato la presenza di archi, provenienti dal sottosuolo, evidentemente sintesi di ambienti sottomessi al piano in cui si dispongono quelle rovine. Questa osservazione ha promosso ulteriori iniziative, utilizzando tecniche d’ispezione moderne, elettroniche, geodetiche capaci di mappare i vuoti sottostanti. Da quel momento ripartivano le speranze di quella mischia che aspetta di trovare la disponibilità degli archeologi professionisti, spingendo per un restauro. Che cosa si nasconde sotto quel piano? Lo segnalai io, in un articolo pubblicato sul settimanale Centonove il 6 dicembre 2013, incontrando la dismessa proprietà dei Cuzzaniti-Arena Primo, quando per alterne vicende, il loro stabilimento caseario (producevano formaggi freschi e stagionati) fu dismesso nel 1837; di poi, incamerato dal comune di Messina, dopo le alluvioni di metà ottocento. Fabbriche poste su tre elevazioni, la cui più elevata corrisponde al calpestio dei ruderi. Si scrisse che la chiesa e il convento di Santa Maria e di Gesù a Ritiro, crollerà nel terremoto del 1908. Osservazione sbagliata, visto che grazie ad alcune testimonianze documentate della Croce Rossa italiana che aveva in luogo un ospedale, è possibile documentare quelle fabbriche fino agli inizi della seconda decade del novecento. Si osserverà allo stesso tempo, nei numerosi sopralluoghi sulle rovine, dove furono rinvenuti frammenti ossei, che tutta la zona era il cimitero del complesso. Senza manco immaginare che presso lo stesso luogo fra il 1880 e il 1921, insisteva un ospedale sanatorio, che aveva disposto negli spazi confinati quella struttura, un cimitero per i pazienti affetti da tisi. Luogo di sepoltura oggi difficilmente identificabile se collocate le salme nelle fosse perimetrali esterne, per differirle dalle salme sepolte nell’ossuario presso la chiesa. Insomma, la questione continua a interessare i messinesi, appassionati a un fosso, come tanti altri presenti a Messina.

Indagando la posizione dei “volontari” mi sono accorto di un errore di forma, scaturito dal disimpegno di un testo, estrapolato dal suo originale fondo, prodotto da Giuseppe Buonfiglio Costanzo nel suo libro primo, intitolato “Messina città nobilissima”, stampato a Venezia nel 1606 alle pagine (5a, 5b, 6a, 6b). L’autore descrive la posizione dei monasteri, templi, borghi, muovendosi su un itinerario evocativo, in questo caso, descrivendoci a volo d’uccello, dal centro storico di Messina verso settentrione. Precisando la disposizione di un itinerario verosimile che aveva un suo inizio dal Boccetta, da dove si sarebbe potuto muovere un immaginario viaggiatore, visitando quei luoghi successivi procedendo verso il borgo S. Deo, e giunto presso la strada sterrata per carrozze (attuale Via Palermo), raggiungere il monastero di S. Maria del Gesù Inferiore (attuale Scuola Boer), incominciando a osservare la dorsale del colle dei Cappuccini (oggi Ignatianum) che s’incammina verso il colli fino alla Badiazza. Quando segnalava il torrente che si inerpicava verso il monastero di S. Maria di Gesù il Superiore (p. 6b), adottato la prima volta dallo storico Principato, nella pubblicazione Antonello a Messina edita nel 2006, estrapolando una parte del racconto, in cui il Buonfiglio discuteva di un torrente, lo poneva in similitudine con quello di San Michele, poi viale Giostra, per dimostrare che il complesso degli Zoccolanti era ubicato esattamente la dove si ritrovano le rovine “Antonelliane”. La forzatura, ha prodotto un grossolano errore, in quanto il Buonfiglio stava descrivendo l’itinerario uscito dal ponte della Fossata Muraria di settentrione a Messina, avvicinandosi ai luoghi di culto, che da quella parte, risalendo il territorio settentrionale, si ritrovavano via via procedendo verso i colli più alti della città.

L’autore affermava: proveniente dal Boccetta, attraverso la pianura di S. Maria dell’Arco (pressappoco attuale via Placida), l’inizio della scarpinata partiva dalla pieve della chiesa di S. Maria Gesù inferiore (oggi Largo Gaetano La Corte Cailler), dove coesistevano la fiumara di S. Maria la Scala e lo sterrato per le carrozze per raggiungere i Colli S. Rizzo (oggi inizio via Palermo prolungata fino a Ritiro). Chi spinge per lo scavo dei ruderi di Ritiro-San Jachiddu, estrapolando dal contesto l’asse viario del torrente, descrittoci dal Buonfiglio Costanzo, stravolge il suo ragionamento, portando la descrizione dei luoghi, oltre l’interrato della Scuola Boer, e sistemandosi sul tracciato di Viale Giostra. Pertanto l’architetto storico, per l’identificazione del primo Monastero degli Osservanti, trasforma l’itinerario del Buonfiglio, traslando quel torrente verso il proprio ragionamento. Quando il Buonfiglio segnalava l’inizio della salita del torrente affermava “per donare di volta”. Cioè, superando il ponte, troviamo la salita. Ovvio che portando questo ragionamento fuori dal contesto narrato dal Buonfiglio che faceva provenire un viaggiatore dal ponte che attraversava la Fossata Muraria del recinto settentrionale di Messina, proveniente Boccetta, incontrerà: l’oratorio di S. Stefano, il borgo di S. Deo, l’oratorio S. Maria dell’Arco, il monastero dei Cappuccini, la strada per le carrozze alias torrente S. Maria la Scala, e il monastero dei frati zoccolanti di Maria e Gesù l’inferiore, osservando da quella parte, verso destra, il lontanissimo monastero di S. Francesco di Paola. Quel torrente non è più il tracciato dell’attuale viale Giostra, ma invece, il tracciato che sarà l’attuale via Palermo, intersecando il riposo oggi coincidente alla piazza La Corte Cailler. Ragionamento il mio, avallato dalle cartografie che illustrano i casali di Messina dal cinquecento in poi. Individuando il complesso di Santa Maria di Gesù il superiore, attraverso il torrente di Santa Maria la Scala, che fungeva anche da collegamento viario per raggiungere la Badiazza, e così come segnalerà il Buonfiglio nella sua cronaca, tale complesso di trovava all’insù sulla destra, bellamente raffigurato da quelle stampe, e identificato con il numero 14, che di fatto era l’identificazione dell’antico Casale di Santa Maria e di Gesù presso la relativa torre civica. Numerazione mantenuta sulle carte per tre secoli, quando fu cambiata da Carlo III di Borbone per ridisegnare il perimetro della città dopo la peste del 1743.

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