Il Comitato messinese in favore dei “Profughi Veneti”. Quando Messina accolse i fratelli veneti dopo Caporetto

di Enzo Caruso

caporettoDopo il disastro di Caporetto dell’ottobre 1917, una tragedia nella tragedia fu quella dei profughi civili:  600 mila tra donne, vecchi e bambini, provenienti prevalentemente da città come Udine, Treviso e Venezia e, dal novembre 1917, dall’Altopiano di Asiago e dalla Valle del Brenta, furono costretti ad abbandonare improvvisamente il territorio invaso o minacciato da vicino dall’esercito austro-ungarico, dando vita alla più grande tragedia collettiva che interessò la popolazione durante la Grande Guerra.

Anche l’Italia conobbe così, come gli altri paesi coinvolti nel conflitto, il fenomeno (purtroppo oggi di attualità, con la nostra penisola questa volta méta dei fuggitivi dall’Africa in fiamme) dei profughi di guerra, divisi dal dilemma se fuggire di fronte al nemico o subirne l’occupazione.
Nei giorni seguenti la disfatta di Caporetto, avvenuta nella terribile notte del 24 ottobre 1917, l’Italia e il suo esercito furono messi in ginocchio. Le cifre della storia militare parlano da sole: arretramento di 150 chilometri del fronte sino al Piave, 11.000 morti, 29.000 feriti, 300.000 prigionieri, una guerra trasformatasi improvvisamente da offensiva a difensiva e, soprattutto, 20.000 chilometri quadrati di Patria invasi e sfregiati da soldati tedeschi, ungheresi, croati, bosniaci e austriaci.

A partire da quella data il Veneto, regione sentinella d’Italia, pagava ”lo scotto” della sua posizione geografica al confine con l’Austria; gli abitanti, che si erano fatti carico dei disagi, delle privazioni e della lotta, furono costretti  ad abbandonare i campi, le officine, le case per divenire profughi in cerca di asilo e ricovero nelle regioni meridionali dello Stato.
Per motivi di propaganda, il fenomeno, associato alla sconfitta, non trovò spazio nella storiografia della Guerra, né tantomeno negli anni seguenti in cui il regima fascista costruì il mito della “guerra” sulla “vittoria” e sulle virtù guerriere del popolo italiano.
Per ricompattare il fronte interno e accrescere la resistenza nazionale, l’immagine del profugo diviene per la propaganda, attraverso la stampa, eroica, profughi-veneti-1sacralizzata e patriottica; la fuga diventò “esilio”, scelta consapevole, giustificata dalla volontà di sottrarsi alla “schiavitù” nemica, mentre l’assistenza ai profughi venne presentata come un atto di fratellanza e di patriottismo.

Messina, non scordando le sofferenze patite dai suoi figli sopravvissuti al disastroso terremoto del 1908, si prodigò, tramite la costituzione, il 5 novembre 1917, del Centro di Smistamento dei profughi voluto dal Governo e del Comitato “Pro Profughi Veneti”, per l’accoglienza di fratelli veneti.
L’ampio e comodo locale del Lazzaretto comunale, provvisto per l’occasione di acqua potabile e luce, fu adibito a ricovero e ristori dei profughi che attendevano di essere destinati in provincia e nelle città siciliane.
Alla Stazione ferroviaria fu impiantato un servizio di assistenza permanente, al quale vennero destinati i fondi messi a disposizione dall’Amministrazione Provinciale; con l’aiuto del Sotto-Comitato della Croce Rossa Italiana, si poterono fornire latte, biscotti, vino e pasti anche ai profughi in transito, che arrivavano a migliaia.

appello-agli-italiani-dopo-caporettoNel complesso Messina accolse oltre 17.000 profughi, con una spesa di £. 5.538,09 e una media di 0,35 centesimi pro capite.
Le Dame della Croce Rossa e del Comitato di Assistenza Civile, si prodigarono per confezionare vestiario e biancheria per quei poveri fratelli fuggiti dalla loro terra in cerca di riparo nelle regioni meridionali.
La distribuzione degli indumenti, effettuata in un primo momento nel Lazzaretto, fu trasferita presso un Magazzino in Via Luciano Manara, da cui venivano riforniti i centri di accoglienza distribuiti in provincia.
Ai profughi, rifocillati e vestiti, veniva procurata un’occupazione presso uffici o luoghi bisognosi di ricoprire il vuoto creato da chi era partito al fronte.
Ai loro figli, in età scolastica, furono forniti i libri e le tessere ferroviarie per potersi recare, dal loro alloggio, nelle scuole di città.

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