Il nuovo museo tra luci ed ombre

di Franz Riccobono

Messina, la città delle sirene e della fata Morgana, dell’effimero e dei problemi insoluti, dal mitico ponte alle miserande baracche, con la cerimonia del 9 dicembre, pare abbia avviato a soluzione un tema, un problema, una delle sue più grandi vergogne: l’apertura del Nuovo Grande Museo cittadino!

Cento anni di colposi rinvii, di attese, di dispersioni, di danni al nostro patrimonio artistico e culturale, cento anni di silenzi omertosi da parte di chi avrebbe dovuto e potuto evitare tanto ritardo. Ben lieti della svolta, va dato merito a quanti hanno spinto per la soluzione di questo paradigmatico problema. Benemerita l’azione martellante del gruppo “Apriti Museo” che coinvolgendo la stampa e le televisioni nazionali ha svelato la paradossale situazione del Museo di Messina. Benemerita l’Associazione “Amici del Museo di Messina” che con gli interventi presso il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, messi in atto da Bernardo Tortorici di Raffadali (Presidente degli Amici dei Musei Siciliani) e da Italo Vincenzo Scaietta (Presidente della Federazione Italiana degli Amici del Museo), hanno autorevolmente sollecitato l’agognata apertura. Determinante, sotto il profilo istituzionale, l’azione dell’Assessore Regionale alla Cultura e all’Identità siciliana, Carlo Vermiglio.

Certo quello del 9 dicembre è stato un anticipo, la vera inaugurazione è attesa per il prossimo aprile. Intanto, resta sbalorditiva la bellezza della grande sala del Nettuno, la “piazza cinquecentesca” che dai preziosi reperti esposti, da idea di che cosa fu Messina nei “secoli d’oro”.

Altrettanto non può dirsi per quanto riguarda la sezione archeologica, più che modesta può definirsi miseranda, oltremodo offensiva della importante stratigrafia archeologica della nostra città: uno dei maggiori insediamenti dell’intero Mediterraneo per quanto riguarda l’età del bronzo (XVIII-XII sec. a.C.), un abitato che si estendeva, nelle varie fasi, da Gazzi all’Annunziata, per non dire delle pertinenze suburbane (Briga, Monte Tidora, Ganzirri). Veramente “archeologica” la scelta espositiva, il percorso museale, men che ottocentesco nella elementare impostazione. Non a caso i reperti esposti, provengono da scavi datati, addirittura da quello che fu il primigenio Museo Peloritano, di età borbonica. Peraltro non sono esposte le monumentali tombe in Tracheite ritrovate ai tempi di Tropea (1887) lasciate ignomignosamente appoggiate alla parete esterna dei servizi igenici. Ne vi è traccia della meritoria azione, più che decennale, del gruppo archeologico “Codreanu” e successivamente degli “Amici del Museo”, che su incarico del Prof. Luigi Bernabò Brea allora Sovrintendente alle Antichità per la Sicilia Orientale, operò circa 60 ritrovamenti in occasione di scavi edilizi in città, in particolare tra il 1965 e il 1975, consegnando migliaia di reperti archeologici al Museo e alla Sovrintendenza. Tra i tanti reperti recuperati vale la pena ricordare la monumentale Porta di una Tomba a camera, poi rimontata con finanziamento dell’Archeoclub di Messina nella rampa di accesso del nuovo Museo e che oggi avrebbe potuto fare bella mostra di sé all’interno della Sezione Archeologica anziché restare, senza protezione alcuna, all’ aperto.

Ci chiediamo perché non siano esposti nella nuova sede museale i quattro grandi pithoi lasciati impropriamente nel ballatoio all’ingresso del Teatro Vittorio Emanuele. Perché non è stata esposta la statuetta della dea Madre, ritenuta unico esempio di coroplastica preistorica ritrovata in Sicilia (scavo dell’is. 172, Via XXVII Luglio, 1967)? Ci chiediamo perché, a fronte della giusta grandiosità riservata all’esposizione della statua del montorsoliano Nettuno, il pur prestigioso Rostro in bronzo ritrovato ad Acqualadrone, sia stato relegato in un mezzo corridoio, quasi uno sgabuzzino, peraltro senza protezione alcuna. Ci chiediamo perché solo due delle sei ancore recuperate dai giovani del gruppo archeologico “Codreanu” e poi dell’Associazione “Amici del Museo”, nei fondali dello Stretto, e consegnati al Museo negli anni sessanta e settanta, siano state esposte.

Uscendo dalle sale all’aperto, le domande sarebbero tante, ma maggiore curiosità suscita il fatto che i preziosi reperti esposti sono tutti privi di una sia pur modesta didascalia, dopo trent’anni di preparativi e d’attesa. Nello spazio a nord del “nuovo” edificio museale, a ridosso della ferrea recinzione, restano tanti, tanti reperti lapidei provenienti da edifici monumentali della città rasa al suolo dal sisma del 1908, una immonda catasta è riservata alle lapidi che celebravano eventi storici. Tutta questa sorprendente congerie di reperti merita certamente un destino migliore che cancelli quel vergognoso oblio durato inspiegabilmente più di 100 anni, tra l’altro segnaliamo le colonne e i capitelli originali del Duomo esclusi dall’attuale percorso museale, o le possenti colonne del Chiostro di San Domenico come pure tante lapidi potrebbero essere ricollocate nei luoghi d’origine, oltre che salvarle da un vergognoso oblio certamente potranno contribuire al recupero di quell’identità siciliana tanto ostentata ma poco praticata.

1 commenti

Proprio il 31 ho visitato il nuovo museo. Concordo con quanto scritto a proposito della sezione archeologica mi auguro si possa recuperare quanto scritto e dare una giusta esposizione ai numerosi reperti. Grazie Franz Riccobono per essere un pungolo culturale.

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