Il piroscafo Davide Bianchi a Messina nel 1942 per l’ultima sua foto

di Attilio Borda Bossana

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Nel febbraio del 1942 fece scalo a Messina, la nave Davide Bianchi, ultimo porto nazionale toccato prima di essere impiegata in trasporti di materiali in Grecia e poi affondare tragicamente, qualche mese dopo. Nella sua più che trentennale operatività la nave aveva avuto un solo grave incidente il 9 novembre 1917, quando si chiamava Uranus e si arenò su una scogliera vicino alla costa norvegese. Grazie a quello scalo peloritano del 1942 si conserva l’ultima fotografia della nave, costruita dai cantieri olandesi Rijkee & Co. N. V. di Rotterdam e varata nel novembre 1906 con il nome di Uranus. Aveva una stazza lorda di 1582,67 tonnellate, lunga 80.16 metri aveva la possibilità di imbarcare nelle sue stive oltre due mila e 700 metri cubi di grano. Proprio per queste sue caratteristiche fu impiegata nei suoi primi anni di vita dalla Koninklijke Nederlandsche Stoomboot Maatschappij (KNSM) navigando tra porti del nord Europa e l’India occidentale, centrale e sud America. Nel 1922 fu venduta alla compagnia tedesca Robert M. Sloman Jr. di Amburgo che la ribattezzò Siracusa e dieci anni dopo iniziò la sua parentesi italiana passando, nel 1933, all’Aurora SA di Navigazione di Genova, con il nome di Oriens e l’anno dopo cambiandolo con Davide Bianchi. Con tale denominazione passò nel 1941 al gruppo armatoriale Tripcovich D. & Co. – Sa di Nav. Rimorchi e Salvataggi – Servizi Marittimi del Mediterraneo, di Trieste impiegata nei trasporti durante la “battaglia dei convogli”, quell’insieme delle operazioni aero-navali che, dal giugno del 1940 al settembre del 1943, vide confrontarsi nel Mediterraneo le unità militari e mercantili italiane, impegnate a rifornire di uomini e materiali i fronti d’oltremare. La Davide Bianchi partecipò agli inizi dell’estate del 1942 a quella che fu definita sino a novembre la “seconda battaglia dei convogli”.
Il 2 settembre 1942 partì infatti dal Pireo un convoglio formato dai piroscafi Padenna, Davide Bianchi e Sportivo con un carico di carburante destinato a rifornire le truppe dell’Asse in Libia, alla vigilia della battaglia di El Alamein. Il convoglio, scortato dalle torpediniere Lupo, Castore, Calliope e Polluce, il 3 settembre venne attaccato, senza subire danni, da aerosiluranti inglesi decollati da Mariut nei pressi di Alessandria, e fatti fuggire dalla contraerea. Nella tarda serata, al convoglio fu ordinato da Supermarina di dividersi in due gruppi; il primo con i piroscafi Sportivo e Bianchi, scortato dal Polluce e Calliope, mentre Castore e Lupo si separano insieme col Padenna. Dopo la mezzanotte, il convoglio venne nuovamente attaccato dagli aerosiluranti inglesi e americani Wellington e Liberators, dotati di radar, che colpirono il Davide Bianchi; qualche ora dopo anche la torpediniera Polluce venne centrata da un aereo e affondata.
Lo Sportivo, nave che aveva dato nome in codice al convoglio, fu l’unico dei tre mercantili a riuscire a raggiungere Tobruk, alle ore 11 del 4 settembre
La Bianchi, con a bordo un carico di barili di benzina, a circa 50 miglia a nord-nord-ovest di Tobruk, dopo l’esplosione affondò intorno alle 2.50 del 4 settembre; i trentatrè sopravvissuti del piroscafo Davide Bianchi, furono tratti in salvo dalla Regia nave ospedale Gradisca. A recuperarli fu quella stessa unità che dopo l’affondamento del cacciatorpediniere Carducci, il 28 marzo 1941 nei pressi Capo Matapan, aveva trasportato a Messina, il 7 aprile del 1941, 55 naufraghi ricoverati poi all’ospedale Regina Margherita; altri 105, giudicati in buone condizioni fisiche, ospitati in alloggi del Corpo dei Regi Equipaggi Marittimi e nove salme tumulate nel Santuario del Cristo Re, con una lapide che ricordava tutti i numerosi caduti nella tragica battaglia. In seguito alcune di esse vennero rimosse dalle famiglie per sepoltura privata e oggi solo due marinai vi rimangono tumulati.

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