La Città indifesa, ma dallo Stretto non si passa!

di Vincenzo Caruso

La principale preoccupazione del Governo Italiano, immediatamente dopo l’Unificazione, fu quella di difendere i confini del giovane Stato Italiano, al fine di proteggere il suo territorio da possibili invasioni di eserciti belligeranti. In un clima intriso di diffidenza tra gli Stati europei e di precari rapporti con la Francia, lo studio topografico del territorio condusse alla divisione della penisola in cinque possibili “teatri di guerra”, di cui quello insulare risultava essere di estrema importanza. Si temeva infatti che la Francia, impegnata in un’ampia e non condivisa espansione coloniale, potesse effettuare una invasione sulle coste meridionali italiane e una possibile risalita dello Stivale.

Cartolina del 3° Reggimento Artiglieria da Costa

I dibattiti parlamentari, relativi allo stanziamento di ingenti somme per le fortificazioni e gli armamenti, divennero in quegli anni di prioritario interesse. Se da un lato i Generali della Commissione della Difesa Permanente dello Stato dibattevano sull’opportunità di investire grandissime quantità di denaro pubblico per la costruzione di fortificazioni sulle coste dello Stretto, dall’altro i cittadini messinesi e calabresi si appellavano ai propri deputati affinché perorassero la causa di una necessaria difesa delle città, con particolare riferimento a Messina, troppo esposte al pericolo di sbarchi nemici e cannoneggiamenti da parte delle potentissime corazzate francesi, a quel tempo in transito nel Mediterraneo.

Il 6 maggio 1882, la Gazzetta di Messina riportava in prima pagina il dibattito avvenuto alla Camera in merito al progetto di difesa dello Stretto. In quella seduta l’onorevole Marchese di Sant’Onofrio, deputato di Castroreale (ME), tenuto conto della strategica posizione di Messina, sottolineò con fervore la necessità di difendere lo Stretto da una possibile invasione e, in modo trasversale, la popolazione messinese, spettatrice inerme e vittima, nella storia, di guerre e violente repressioni:

LE FORTIFICAZIONI DI MESSINA E LA DIFESA NAZIONALE
“[…] Nessuno vorrà mettere in dubbio l’importanza strategica di Messina; è cosa da tutti riconosciuta. Chi è padrone di Messina, è padrone della Sicilia; la storia vi prova come quella città sia stata sempre la chiave dell’isola. Il possesso del Faro, dal lato marittimo, è capitale; padroni del Faro, impedite a qualsiasi squadra nemica le comunicazioni dirette tra il Mediterraneo, il Mar Jonio e l’Oriente e l’obbligherete a fare il giro di tutta l’isola.. […] Avete voi intenzione di fortificare validamente Messina? Ricordatevi che Messina, per la causa italiana, ha già sofferto assai, è stata bombardata, bruciata, ed a buon diritto si può chiamare “la città del sacrificio”.
Io che conosco appieno quella nobile e generosa popolazione, posso asserire che in altre circostanze sarà sempre pronta a nuovi sacrifici e a farsi bruciare per la salute e la grandezza della patria una seconda volta, tanto è l’affetto che ha per l’Italia; per questa Italia la quale certamente non le si è dimostrata madre molto generosa.
D’altra parte però, né il Governo, né il Parlamento possono pretendere che quella città sia inutilmente sacrificata e bombardata; ciò che avverrebbe senza dubbio se, mantenendole il carattere di Piazzaforte, non le dessero i mezzi necessari per la sua difesa, sia da terra che da mare.
Vorrei sapere se le fortificazioni progettate per Messina sono tali da difendere efficacemente lo Stretto e la città.”

A questo, il Ministro della Guerra rispondeva:
“Sono lieto di potere rispondere subito all’on. di Sant’Onofrio che è in studio un Piano intorno ai vari requisiti a cui deve soddisfare quella Piazza. E’ nominata pure una Commissione la quale deve studiare questo progetto sotto il triplice punto di vista:
1. difendere il passaggio dello Stretto;
2. assicurare e garantire il porto e la città dal lato di mare;
3. fortificare i Monti Peloritani e costruire un Campo Trincerato per riunirvi tutte le forze della Sicilia e per costruirvi come una testa di ponte, che permette il libero passaggio dalla terraferma all’isola e viceversa.”

L’impenetrabile difesa dello Stretto. (Museo di Forte Cavalli)

Dopo un mese esatto dalle rassicuranti affermazioni del Ministro, il 6 giugno 1882 giunsero a Messina, gli ufficiali facenti parte della Commissione Mista (Esercito e Marina), nominata dal Generale Giacomo Longo, presidente del Comitato d’Artiglieria e Genio, per lo studio dei siti ove edificare le fortificazioni per la difesa di Messina, del porto e dello Stretto. Mediante la continua informazione attraverso gli organi di stampa, il Governo si prodigò nel far sapere quanto al Paese “stesse a cuore” la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. Ma le aspettative della popolazione civile molto spesso non coincidono con gli obiettivi militari protesi più verso gli aspetti strategici “dell’Arte della Guerra” che alla protezione dei civili i quali, per la loro difesa, “distolgono” uomini e armamenti dai loro piani prioritari.

Esercitazione su bersaglio trainato

E il pensiero militare, decisamente contrapposto a quello civile, è ben espresso dalla relazione del tenente di vascello Domenico Bonamico che nel 1881, ispirandosi alle affermazioni fatte dalla Commissione per la Difesa dello Stato, così si esprimeva in merito alla Difesa dello Stretto : “La Sicilia deve essere considerata come il prolungamento della Calabria: lo Stretto deve essere considerato come un fiume, delle cui sponde dobbiamo sempre considerarci in possesso. La difesa della Sicilia deve essere fondata sul principio che lo Stretto non deve esistere. Padroni dello Stretto, ci rimane garantito il possesso della Sicilia”. Messina, centro strategico di primaria importanza, è la miglior base d’operazione navale del Mediterraneo. Tuttavia, “Messina è un elemento perturbatore della piazza, ma la difesa dello Stretto deve considerarsi sottratta alla influenza dannosa che potrebbe esercitare la città. Le necessità della difesa nazionale possono imporre il sacrificio della città, alla quale non deve considerarsi vincolata né la difesa mobile, né quella interna del ridotto insulare.”

In poche parole, il vero obiettivo strategico era lo Stretto di cui bisognava garantire il controllo e la difesa. Dal punto di vista militare, Messina rappresentava, cinicamente, solo la base operativa per la flotta italiana da cui era possibile lanciare una controffensiva. Variare l’orientamento dei cannoni, puntati sullo Stretto, per difendere la città in caso di attacco, avrebbe comportato la creazione di un “falla” nel Piano di difesa approntato in tanti anni di studi.

Nell’agosto del 1943, a distanza di 60 anni dall’inizio della costruzione delle fortificazioni, tali considerazioni trovano il loro epilogo: per garantire la ritirata sul Continente di 40.000 soldati tedeschi e 60.000 italiani, con mezzi pesanti e armamenti, in un continuo andirivieni di motozattere, inseguiti dagli Alleati, le batterie antinave e contraeree puntarono il loro fuoco verso il cielo e sullo Stretto, mentre la città capitolava sotto tonnellate di bombe sganciate in 2.800 incursioni aeree. La Difesa dello Stretto e la sua “impenetrabilità” era stata garantita.

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