La rivendicazione storica di Palazzo Scardino – 1

di Alessandro Fumia

Palazzo Scardino, Via Don Blasco, Messina

Una piccola testimonianza architettonica presente sull’antico asse viario “via Don Blasco” luogo privilegiato, e sintesi storica per Messina. L’articolo in questione, è unico nel suo genere perché per la prima volta in oltre un secolo e mezzo, permette di osservare l’origine della sua storia. Quando sono stato coinvolto nel reperimento di informazioni storiche su questo palazzo, non esisteva nulla di documentato da consultare, che lo ricordasse. Come capita troppo spesso qui a Messina, trovato il bandolo della matassa, il mio lavoro di ricerca è stato messo da parte, da chi fa dell’informazione storica, il suo sussidio per dimostrare le proprie capacità, appoggiato nella divulgazione da tutti quei soggetti che a vario titolo, veicolano la cronaca e le novità culturali a Messina, i media per esattezza.

La memoria storico-documentata è l’elemento principale per apprezzare un monumento, qualunque esso sia. Il palazzo in questione di memoria ne possiede in abbondanza. Da ulteriori studi da me condotti sull’ubicazione dell’edificio sull’impianto topografico urbano di Messina, saltano fuori, in rapporto della costruzione di un ulteriore corpo edile che lo ha preceduto, tutta una serie di coordinate specifiche veramente interessanti. Mi riferisco al Forte Sicilia di memoria risorgimentale che ricadeva presso a poco sulle stesse coordinate topografiche. L’edificio militare impostato su due corpi di fabbrica, ricavava sul primo livello sottomesso al piano stradale, un ambiente sotterraneo sullo stesso asse in cui si ritrova il Palazzo Scardino, presso il quale una segnalazione analogamente individua un camminamento, su una profondità variabile di sei otto metri, così come fu previsto nella fabbrica di Forte Sicilia, posto alla distanza di Forte Don Blasco poco inferiore a mezzo chilometro, sistemato parallelo alla omonima strada militare, incidendo oltre l’intersecazione viaria con il torrente di Santa Cecilia, così come il Vallardi lo propone in una sua mappa del 1868, e così come lo propongo io nel mio studio. Questo toponimo, identifica il luogo dei primi combattimenti avvenuti fra le truppe del generale Filangieri e i siciliani in rivolta.

Il luogo segna lo scenario dei combattimenti accaduti dal 3 al 6 settembre 1848, e solo per questo motivo, meriterebbe il proscenio importante per tutti i messinesi. In una città che si rispetti, il patrimonio monumentale deve essere valorizzato, tutelato e difeso. Messina non può fare eccezione alla regola, perché fra le altre cose, ha perduto gran parte della sua memoria storico-monumentale pertanto, deve percorrere tutte le strade che portano alla difesa di ogni arredo urbano proveniente dal suo passato. Il Palazzo La Rosa-Scardino, antica memoria del patrimonio architettonico di Messina, distinto nella fase della ricostruzione, dopo il sisma del 1783 dagli edifici innalzati durante il regno delle due Sicilie, fonda le sue basi d’opera durante la prima decade dalla fondazione del regno d’Italia. Poi nella seconda metà dell’ottocento, i volumi edili dei nuovi edifici furono programmati nella legge del 1865, trasformando il nuovo recinto municipale della Città dello Stretto esteso verso mezzogiorno, per trovare una nuova dimensione degli arredi architettonici sperimentati in quella fase storica.

Cartografia piano Messina, F. Vellardi 1868 il Palazzo Scardino qui individuato dalla freccia rossa, ricadeva oltre il torrente S. Cecilia parallelo alla strada Don Blasco come accadeva nello stesso punto per Forte Sicilia.

Messina accorpa nei piani di sviluppo progettati dall’ingegner Spadaro, la nuova chiave residenziale rispetto alla città borbonica, sperimentando nel moderno quartiere alle Moselle, quelle trovate urbanistiche necessarie a favorire lo sviluppo del quartiere. Infatti, con l’elaborazione di quelle isole, furono trovate soluzioni architettoniche specifiche, favorendo la costruzione dei fabbricati con un’intelaiatura a mattoni portanti lineare, sagomando i prospetti dei fabbricati in una sorta di corrente filosofica, capace di lasciare un’impronta marcata in tutti quegli edifici che furono costruiti dal 1869 al 1908. Le tipologie costruttive legate a quel periodo storico presentano una chiave di lettura architettonica precisa, che unisse nello stesso corpo sia l’abitazione per la residenza, sia la bottega per l’attività commerciale, facilitando il passaggio dalle produzioni mercantili, un tempo concentrate verso la costa o nelle sue immediatezze, verso l’interno di Messina e il relativo circondario agricolo, in passato circoscritto ai suoi villaggi collinari.

Le residenze costruite nel Piano Spadaro si aprivano verso uno scambio di attività lavorative concentrate nei relativi nuovi spazi insediati. La città pur mantenendo il suo impianto tradizionale verso il centro storico, dove ricadevano gli edifici più belli, dalle linee guida decorose, imitanti una corrente neoclassico-europea, capace di inventare negli spazi aperti verso il mare, dimore signorili di provata eleganza; indirizzando le nuove costruzioni verso una tipologia d’arredo, collegata alla necessità produttiva delle sue filiere commerciali e industriali, dava una moderna impronta alle costruzioni di recente fabbricazione.

Il nuovo quartiere venuto fuori dai progetti di Spadaro scontava la disponibilità di spazio, ancora di più limitato con la costruzione della rete ferroviaria con le sue aree di stoccaggio merci. Così accadeva che l’impianto di locomozione veloce, tagliasse in due l’area del nuovo quartiere in fase di costruzione, limitando nel settore all’origine dell’antico piano delle Moselle gli edifici di nuova generazione, lasciando in abbandono le porzioni di terreno collocate oltre la ferrovia: in questo modo ricavando un’altra zona, limitata a nord dalla piazza d’armi, prospiciente il terrazzamento, un tempo appartenuto al largo di Terranova e il forte Don Blasco. Pertanto, fino al terremoto del 1908, il declivio costiero compreso tra il Portalegni e Santa Cecilia era in sostanza libero da costruzioni edili a uso civile. Il palazzo Scardino costruito oltre il limite del progetto di riqualificazione urbana durante il 1869, presenta delle peculiarità specifiche e uniche allo stesso tempo, perché sintesi di una fase costruttiva limitata fra il 1861 e il 1868. Rimasuglio di un isolato a insediamento residenziale a carattere signorile, trova logica spiegazione in un corpo di fabbrica legato al fondo rurale presso il quale insisteva in età borbonica un primo fabbricato, affiancato da impianti militari collegati al nucleo della Real Cittadella, da una strada carrabile addossata al cosiddetto “Muro Finanziere” segnalato negli atti del Parlamento del regno d’Italia nel 1861, per decidere della sorte dei castelli costieri.

Palazzo Scardino, particolari architettonici

L’edificio fa ancora bella mostra di se con le sue linee morbide disegnate da preziosi decori, scolpiti in pietra dura sul prospetto principale, dove un elegante marcapiano floreale a motivi geometrici, delimita gli ambienti superiori dal sottostante piano terra. Il terreno accorpato al palazzo, ricadeva in una contrada “Le Stalle” addossata a meridione del piano de Le Moselle. La tipologia architettonica di questo edificio, si contrappone contro quei palazzetti del Piano Spadaro: per volume, per fondamenta e per corpo di fabbrica. Viceversa gli edifici inseriti nel nuovo quartiere di Messina, si sviluppavano su tracciato viario a scacchiera regolare, formato delle isole edili composte su due livelli, tutte realizzate in muratura portante con mattoni pieni. I due comparti di fabbrica, si mostravano di solito con un primo livello utilizzato per le botteghe, sovraimposto da un ammezzato a lanternino, presentandosi sui prospetti principali con aperture balconate per spezzare il monotono fronte rettilineo; di solito finestre e mezzanini erano conglobati in un unico corpo d’affaccio architettonico, divisi da un arco ribassato a tutto sesto, e da finestre quadrangolari sagomate in pietra di Siracusa come le aperture. Nel secondo livello erano progettati dei balconi, per servire le stanze principali, sorretti da una base in pietra, e cinti da balaustra di ferro battuto a motivi geometrici, mentre il tetto, era sagomato sopra telaio di legno coperto con laterizi. Tutte le costruzioni ritrovatesi entro le direttive previste in quel piano progettato nella seconda metà del XIX secolo, erano realizzati con eguale criterio architettonico. Viceversa il nostro immobile, pur presentandosi complessivamente con legami architettonici simili, presenta una tipologia d’impianto diversa. Lo stabile oggetto di recupero e di restauro si apre sul tracciato rettilineo del prolungamento della via Don Blasco, dopo l’incrocio con la strada di Santa Cecilia. Questo significa che il corpo di fabbrica è più antico del Piano Spadaro e rientra tipologicamente fra quelle costruzioni realizzate dopo la guerra del 1848; forti delle tracce storiche che ricordano l’intervento del governo borbonico a modificare in modo importante, tutto il rettifilo costiero delle Moselle posto fuori dal recinto murato del forte Don Blasco, è possibile identificare un fondo più antico rispetto alle aree più moderne utilizzate per la conurbazione.

Il palazzo in oggetto, si presenta su tre livelli ma con caratteristica muratura, formando il comparto al piano terra, una possente struttura poligonale, unita da ciottoli trattenuti da forte impasto idraulico presso due corpi isolati dello stesso palazzo Scardino, impostati su ampi muri portanti, sui quali furono addossati i due piani superiori in muratura di mattoni. Il locale del piano terra è inglobato ai due corpi distinti dalla parte centrale, presso la quale ricadono due archi a sesto acuto per scaricare il peso superiore delle torrette sommitali; mentre il corpo centrale dal primo livello al secondo corpo di fabbrica che lo sovrasta, è delimitato da un lastrico solare recintato sui due prospetti principali perimetrali da relativa balaustra di ferro.

Il palazzo Scardino si mostra come una sorta di nave con una prora e una poppa, rialzate rispetto al restante corpo architettonico, rendendo il suo aspetto slanciato, maestoso ed elegante. Ampie finestre prendono posizione nei quattro prospetti di fabbrica, adorne di telaio in travertino graziosamente decorato concedendo all’insieme un gusto residenziale, tipico dei casini di campagna prossimi al centro urbano. Ricadente nel lungo rettilineo della via Don Blasco, imposto cinquanta metri oltre l’incrocio con la via Santa Cecilia, fa parte di un recinto insediato già segnalato durante i moti insurrezionali del 1848. L’ampio piano costituito dal fondo prospiciente il predetto incrocio, faceva parte del recinto delle stalle baraccate delle Scuderie Reali borboniche, dove si accudivano i cavalli delle truppe di stanza presso i castelli costieri di Messina.

 

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