La rivendicazione storica di Palazzo Scardino – 2

di Alessandro Fumia

Mappa Tedesca 1895, mostra il piano topografico di Messina, e identifica con la freccia rossa, il Palazzo Scardino, ricadere oltre l’incrocio del torrente S. Cecilia, parallelo alla strada Don Blasco, che fu sede nello stesso luogo di Forte Sicilia fino al 3 settembre 1848.

Secondo i progetti del Piano Regolatore dell’ingegner Spadaro del 1869, in rapporto alla delibera della legge emessa nel 1865, tutti i terreni in piano presenti dal Portalegni alle Moselle, avrebbero costituito il nuovo fronte sud per insediamento civile. Il confine insediato possedeva sul rilievo costiero una propensione edificabile estesa presso il fondo cosiddetto Le Stalle, a suo tempo occupato militarmente delle truppe del Filangeri, distruggendovi il forte costiero Sicilia, posto dopo il fossato di Santa Cecilia. L’appezzamento di terra delimitato da quel forte, correndo rettilineo fino all’incrocio di S. Cecilia sulla strada di Don Blasco, era delimitato verso monte, dalla sede dell’edificio delle Scuderie reali diroccato dopo i moti del 1848.

In mezzo con una certa approssimazione, esisteva fino al 1867 il palazzetto del circolo della Luogotenenza della regia Marina italiana, della quale non si ha conoscenza delle dimensioni di fabbrica; ma l’assenza di riferimenti catastali prima del 1869, permette di leggere quel corpo come verosimile impianto del Palazzo Scardino riconvertendolo a residenza privata. Luogo comunque già individuato venti anni prima, come sede destinata ad abitazione del Generale Comandante le Armi nella Provincia, confinante con le stalle delle scuderie. L’area osservata rientra nei ragguagli topografici espressi nella carta di Messina del 1868 stampata da Francesco Villardi, che mostra quel corpo di fabbrica già esistente, presso un fondo che in epoche successive era segnalato come fondo agricolo, senza nessuna presenza di fabbricati.

Quest’osservazione è stata portata avanti, studiando le carte topografiche prodotte dopo il terremoto del 1908: “Dalle cartografie d’inizio ‘900 si riscontra inoltre, che nessuna costruzione fu edificata tra la fiumara di Zaera e la via Santa Cecilia anzi, questa strada rimase fino al 1908 in forma di traccia, costituendo il confine sud della città – (Cfr. Ornella Fiandaca, Raffaella Lione, Il sisma. Ricordare, prevenire, progettare. Atti ARTEC. Alinea Editrice, 2009. Articolo di Francesco Galletta, Messina la persistenza del segno pp. 238)”. Osservazione questa incompleta, perché, soltanto nella carta del Vellardi e in una mappa tedesca del 1895, è possibile individuare quel corpo di fabbrica, che segnalava proprio un fabbricato isolato e immerso nella campagna. Elemento speculativo ma importante che ne coglie le autentiche origini, legate alla destinazione del fondo per governare gli animali utilizzati dall’esercito borbonico. Da ciò è possibile cogliere in quel corpo la presenza di una limitata presenza edile segnalata e limitatamente asservita al palazzo della Guardia provinciale, e in seguito al corpo di luogotenenza della Marina. Nessuno stabile doveva insistere in quell’area prima del 1908, né furono edificate costruzioni durante il Piano Spadaro, perché, già si paventava l’esproprio di alcuni terreni utile alla realizzazione del tracciato delle ferrovie avvenuto nel 1870.

Modello della Real Cittadella (IIS Verona Trento, Messina)

Da quella carta topografica e dalle coordinate storiche che ho individuato, il futuro palazzo Scardino era già impiantato. Lo sviluppo ulteriore del fondo in oggetto, con la costruzione delle Ferrovia, permetterà d’impiantare stabilimenti, atti all’attività industriale connesse al territorio. Da alcune carte, si riesce a identificare presso la contrada delle Stalle, un terreno di proprietà della famiglia La Rosa, verosimilmente appartenuto al Giudice della Gran Corte di Messina D. Carmelo La Rosa (1819), successivamente ritrovato come direttore della Facoltà di Diritto Romano e Pandette dell’Università di Messina (1839). La proprietà dei La Rosa fu individuata in epoca borbonica presso le Stalle alle Scuderie, così come segnalate nei fatti rivoluzionari del 1848: “Li avamposti si estendessero da una parte fino alle mura dell’arsenale a settentrione del piano, dall’altra fino alla così detta baracca, umile casa a un piano destinata ad abitazione del Generale comandante le armi nella Provincia prima degli avvenimenti che narriamo, e fino alle scuderie addossate ai terrapieni, che da mezzodì sovrastanno agli orti delle moselle – (Cfr. Memorie istoriche per servire alla storia della rivoluzione siciliana del milleottocento quarantotto – milleottocento quarantanove Italia 1853 p. 66)”.

In quell’occasione i rivoluzionari avevano contrapposto al forte Don Blasco nel rettifilo che si riconduceva da sud verso tale castello, un lungo fossato e una batteria (forte Sicilia) per contrastare le artiglierie della Real Cittadella. I limiti di questo perimetro, furono rilevati nelle memorie storiche assoggettate a quei fatti guerreggiati: “Uscì dalla Piazza il 3° reggimento svizzero, e andò a schierarsi in battaglia alle trincee di Terranuova. Colà una compagnia (quella dei granatieri) fu distaccata dal 1° battaglione, e si portò sull’estrema sinistra di quella linea ad occupare D. Blasco; un’altra compagnia (la 1° dei fucilieri) andò in un posto avanzato chiamato le Stalle o le baracche, e le altre compagnie restarono ferme nelle trincee – (Cfr. Ignazio Palmeri, Relazione storica delle operazioni dell’artiglieria siciliana nella guerra di Messina al 1848 tip. del Commercio, Messina 1860 p. 7)”. Da ciò si comprende che l’area segnalata era comunque riconducibile a una contrada, specificatamente distinta e assoggettata a quelle Scuderie. L’ubicazione di questi impianti è molto importante per identificare tutta l’area insediata dopo il Piano Spadaro (1869); e trovare in questo modo, le coordinate successive relative all’identificazione del sito in rapporto al Palazzo Scardino.

L’errore di valutazione commesso un pò da tutti, è stato quello di limitare le osservazioni di opportunità dettate dal monumento, segnalando questo immobile come proprietà Scardino. Impianto, comunque legato alla figura di questa famiglia già che, per opera di Giuseppe Scardino fu Carmelo, vi impianterà nel 1912 presso le sopraddette Scuderie un imponente stabilimento industriale, in quel momento storico unico nel suo genere in Sicilia. L’attività dello Scardino fu molto rilevante viste le contingenze di Messina a inizio del XX secolo, entrando in affari con imprenditori americani; egli ebbe la simpatica idea, di trasformare l’area delle antiche stalle in un impianto per la refrigerazione delle carni da macelleria. L’impianto era servito da una linea ferroviaria per il trasporto di animali in vagoni frigo e un’area di stoccaggio per imballati diversi, forse assoggettabile al Macello Vecchio di via Santa Cecilia estendendosi fino all’area in cui oggi ricade lo stabilimento Calogero. Lo stabilimento di surgelamento carni era addossato a una stalla comunale segnalata già dopo il terremoto del 1908. Tutto il fondo fino al 1923 era di proprietà dello Scardino provvisto di magazzini essendo fornito anche da una fornace per la costruzione di mattoni e laterizi di notevole portata, tanto che l’imprenditore realizzerà una monumentale ciminiera: “Possa accogliere la domanda Scardino per essere autorizzato a eseguire nella zona industriale di Messina una canna fumaria per la fornace di mattoni di sua proprietà; al piano regolatore di ampliamento – (Cfr. Giornale dei lavori pubblici e delle strade ferrate Copertina anteriore Stab. Civelli, 1913 p. 456)”.

L’indirizzo agricolo del fondo per sostentamento dell’allevamento ricadente entro un corpo di fabbrica adatto allo stanziamento di animali da soma e da pascolo, fu riconvertito per opera dello Scardino per dare vantaggio alla sua attività commerciale; gli animali presenti localmente da diverse decadi ivi stoccate, macellate, lavorate e surgelate, erano imballate e poste in transito da Napoli verso Catania, come per altri luoghi della Sicilia: Stabilimento di stoccaggio a freddo – L’unico impianto di stoccaggio a Messina in quello di Giuseppe Scardino, italiano, ubicato in via Don Blasco, Santa Cecilia, Messina. È a pianta molto piccola con una capacità di stoccaggio di 200 metri cubi (7.062 piedi cubici). La temperatura media è mantenuta durante lo stoccaggio. Le camere sono di 6 ° sotto zero centigradi e la temperatura più bassa ottenibile è di 10 ° sotto lo zero. L’impianto di Mr. Scardino è stato aperto nel 1912, principalmente per la conservazione di carni. È stato chiuso dal 1920, ma il titolare dice che intende riprendere l’attività come un esperimento. La sua pianta è più che abbastanza grande da gestire qualsiasi attività offerta. Si trova a circa 100 metri dalla ferrovia. Sopra una piccola strada carrozzabile, è servita tramite cavalli e bestiame da veicoli destinati ad autocarro. L’impianto dello stabilimento di Scardino è stato realizzato dalla ditta G. Dell’Orto, di Milano, Italia, i macchinari sono stati copiati dai disegni ottenuti dalle opere tedesche di Freundlich (Ltd.), a Dussendorf. Quest’apparecchiatura include un compressore di ammoniaca di 11.000 frigori, azionato da un motore da 13 cavalli – (Cfr. United States. Bureau of Foreign and Domestic Commerce, Ice-making and cold-storage plants in continental Europe. Govt. print. off., 1926 p. 55)”.

Questo significa che il Palazzo Scardino, fu la residenza principale di un imprenditore che aveva costituito nelle immediate vicinanze della sua abitazione, un impianto importantissimo per la città di Messina dopo il 1908. Giuseppe Scardino di professione macellaio, figlio di Carmelo Scardino un ufficiale di regia fanteria, forse distaccato presso le Scuderie che servirono ancora durante il Regno d’Italia come rimessa e maneggio: “il macellaio Scardino aveva fatto presente al prefetto Trinchieri e successivamente alle altre autorità accorse a Messina che il macello era rimasto intatto con le stalle piene di animali. Scardino chiedeva di essere autorizzato a macellare e assicurava almeno cinquantamila razioni di carne al giorno – (Cfr. Sandro Attanasio, 28 Dicembre 1908 ore 5,21: terremoto. Bonanno, Acireale 1988 p. 196)”. Si può dedurre che il nostro attore avesse già allora un’attività di macellazione florida, aperta presso tali ambienti o fosse esso stesso a capo del Macello Pubblico se avanzava l’offerta di produrre 50.000 razioni di carne ogni giorno cioè, 1.500.000 razioni di carne in un mese. Sappiamo da altri incroci, che ancora agli inizi del 1900, il Macello Pubblico ricadesse presso l’antica sede delle stalle regie, la dove egli v’impianterà il suo stabilimento: cioè presso un’area attrezzata, adibita per mattatoio.

Palazzo scardino, Via Don Blasco, Messina

Dalle carte catastali risulta che il Palazzo Scardino fu considerato opera risalente al 1868, epoca questa presunta, se rapportata all’ultimo proprietario. Di umili origini – “Scardino Giuseppe di Carmelo, nato a Messina nel 1870, macellaio – (Cfr. Antonio Alosco, Gaetano Cingari, Santi Fedele, Il Socialismo nel Mezzogiorno d’Italia, 1892-1926. Istituto di studi storici “Gaetano Salvemini. Laterza, Bari 1992, p. 133)” possedeva il suo impianto presso l’incrocio costituito dagli assi viari di Santa Cecilia e Don Blasco già dal 1912, pur se dimorante nello stesso luogo prima del terremoto, prestandosi con quella qualifica al servizio di mattatoio in uso dell’esercito italiano, presente dopo il 31 dicembre del 1908; in una città posta in stato d’assedio, offrendo il suo braccio per sfamare la popolazione dei sopravvissuti, azione depressa e limitata a servire il fabbisogno della truppa. Le provvigioni economiche scaturite con i rapporti intrattenuti con l’esercito, e le commesse intervenute negli anni successivi attraverso i traffici con la ferrovia, fecero arricchire non poco lo Scardino. Si conosce con una relativa certezza che l’impianto industriale e il domicilio, ricadessero nella stessa area in cui ricadevano le stalle dei cavalli in rapporto all’attività industriale che contraddistinse Messina in tutta Europa: “È stato messo in funzione l’impianto refrigerante a Messina, in Sicilia, di Giuseppe Scardino fu Carmelo, che venderà carne conservata solo per la distribuzione alle truppe italiane. I macchinari tedeschi costarono duemila dollari. (Cfr. Refrigerating World, Volumi 47-48. Thayer, Gay & Company, 1914 p. 50)”.

In forza di queste tracce storiche assume un valore maggiore il palazzo Scardino, in rapporto a sede insediata di un imprenditore, che ha saputo costruire un’attività che ebbe a dare pregio al terreno circostante. La ferrovia distante cento metri dallo stabilimento, ricadente presso tale incrocio, certifica che l’edificio residenziale e lo stabilimento per il congelamento delle carni erano confinanti. La sede delle antiche stalle, permette di identificare la contrada ricordata negli annali storici, e attraverso quella identificazione, recuperare la memoria dell’edificio delle Scuderie borboniche situate presso il futuro Palazzo Scardino. Tal ché, attraverso l’identificazione del sito di questo Palazzo in un’area storicamente interessante, la sua valenza monumentale si accresce in valore storico, perché consente di identificare un vecchio tracciato d’impianto, necessario alle memorie patrie di Messina, anche in chiave turistica. La battaglia che si apre adesso per il recupero di un edificio storico forte di queste ulteriori prebende, e accessori, rafforza l’ubicazione dell’immobile in rapporto al fondo, aiutando attraverso la sua presenza a rinverdire antichi luoghi sempre carichi di memoria storica. Messina non può permettersi il lusso di perdere questo monumento nel suo arredo urbano perché esso stesso è la sintesi di un’area residenziale di alto valore simbolico, ma soprattutto di alto valore storico-industriale, permettendo di leggere nel suo impianto, una sorta di continuità temporale con tutta la zona commerciale in essere, situata tra l’asse ferroviario e il recinto costiero presso Don Blasco.

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