La “stagghiata” delle anguille di Sinagra

di Giuseppe Spanò

Da una indagine storica e da un accurato studio delle tradizioni popolari locali, risulta che l’anguilla ha avuto un posto di primo piano sulle “tavole” dei sinagresi e dei paesi che si affacciano alla vallata ove scorre il fiume Sinagra-Naso. (anticamente chiamato Thimetus da Tolomeo).

La scoperta che quel pesce d’acqua dolce era buono e commestibile fu fatto importante. Una scoperta che saziava anche la fame dell’inizio secolo scorso in tante famiglie sinagresi. Una “festa” che diventava rito, iniziazione per tanti, che faceva diventare questo gioco in qualche cosa di più, e sulle pietra viscide ma che subito ritornavano gialle e porose – appena baciate dal sole – iniziava, con la scusa della pesca. la stagione degli amori per future e prolifere famiglie del luogo.

Il prelibato pesce veniva pescato, con metodi particolari, nella fiumara che, da secoli, rappresentava per la valle una valida e insostituibile fonte di approvvigionamento alimentare che andava dalla pesca delle anguille all’irrigazione delle campagne. L’anguilla locale è del genere “testa a punta” ed ha caratteristiche molto particolari qualità organolettiche eccezionali e di alto valore nutritivo. Da tempo immemorabile nel periodo di maggio il torrente Naso si popola di centinaia di persone impegnate nella pesca delle anguille, rimaste intrappolate in piccoli stagni.

All’inizio la pesca era solo per gioco di bambini, quelli nati e cresciuti sul letto del fiume, vicino la grotta del Beato Diego, o più su vicino ai vecchi mulini. Le bisce del fiume, guizzavano e si lasciavano incantare come le anguille da quelle “trappole” poste nelle conche sapientemente costruite proprio per attrarle.

”Erano lisce come velluto, si contorcevano, le pance chiare lunghe, i dorsi di un marrone sbiadito – che spesso li aiutava a confondersi – ; a vista d’occhio il loro profilo già sottile si acuminava riducendosi a un filo verso la bocca serrata; respiravano a fatica e si contorcevano mostrando i contorcimenti degli intestini.”

Così scriveva Beniamino Ioppolo in una delle sue novelle, così uno dei Grandi di Sinagra, descrive la mattanza di questo pesce quando anch’egli bambino per gioco andava a pesca nel fiume. Cominciava di mattina all’alba la pesca, il letto del fiume allora terroso e per alcuni tratti fangoso dava il giusto habitat a questa tipologia di pesce non amata da tutti per la sua forma e colorazione iniziale ma tanto gustoso al palato.

Il sistema per la cattura delle anguille si tramanda a Sinagra di generazione in generazione ed è quello della “stagghiata” che tradotto in italiano significa “fermare l’acqua”. Scelto un tratto di fiume ricco di anguille, si deviava a monte l’acqua fino a fare asciugare il tratto sottostante prescelto per la cattura.

Si cercava sempre di fare una “stagghiata” dove c’era meno acqua e sempre nelle vicinanze di una caduta d’acqua si formava e si forma con delle pietre una specie di semicerchio dove – ora con i motori a benzina prima tramite il filtrare dell’acqua nelle pietre – si riusciva a far fuoriuscire l’acqua del fiume e le anguille saltavano fuori. I pescatori forniti di una piccola forchetta sollevavano le pietre dove si erano nascoste le anguille e le infilzavano per catturarle. Questo metodo è antico tanto da farlo risalire all’era preistorica e si usa ancora oggi per la cattura delle anguille. Nei giorni precedenti la sagra costituiva un richiamo turistico non indifferente per quanti volevano assistere a un tipo di pesca così tradizionale. Venivano rigorosamente catturate soltanto quelle che superavano i 100 grammi di peso, preservando così la continuità della specie.

Il grande scrittore e drammaturgo di origini sinagresi Beniamino Joppolo descrive così nel libro “La doppia storia”, edito da Mondadori (1968), la pesca delle anguille nella fiumara di Sinagra:

“Quello stesso anno, si fecero anche organizzare la pesca delle anguille in una saia sul fiume. Era un canale d’acqua morta fangosa coperta di pelurie d’erba, che risiedeva nel fondo. La pesca incominciò prima dell’alba. Con i pantaloni rimboccati sino ai ginocchi, loro e quattro uomini erano già nell’acqua, a cui si era creata una via d’uscita verso il basso. Man mano che l’acqua diminuiva, le anguille si sentivano smarrire il respiro e affioravano. Venivano prese o con le dita a tenaglia, alla gola, o infilzate in forchette, tra risate e gridi,mentre le mani alzate e gli ampi gesti annunziavano la vittoria. Erano anguille medie, piccole, grosse. Giacomo seguiva l’operazione da un capo all’altro dei pescatori, curvo sino a toccare il terreno, a fior di pelurie d’erba. L’aria umida saliva a pungere le narici con sentore di aghetti di menta selvatica e di nepitella. Gli occhi delle anguille svenivano nella stretta, perduti nel cielo, estranei ai corpi da cui affioravano come per staccarsene; sulla pelle, a battiti di febbre, quando la febbre batte forte sulle tempie. Giacomo sentiva un nodo alla gola. Ad un tratto il Tato, l’atleta olivastro della comitiva, alzò il braccio con in mano un’anguilla enorme, emettendo dal ventre un grido di vittoria. Ma l’anguilla era tutta bianca, e ci fu un altro urlo. Il Tato lanciò la serpe lontano e il ribrezzo passò sulle facce di tutti. Ma poi la pesca si ricompose e fu una ricca pesca”.

Da anni ogni 13 agosto si creava intorno a questa modo di vivere una serata popolare. La piazza si riempiva, c’era i grandi manifesta, all’epoca, la quadricromia era ancora una sorpresa per la vista, e le “anguille” regine involontarie e ne avrebbero fatto a meno – della festa, anche quelle che negli ultimi tempi veniva importate dai vivai del ragusano – venivano cucinate in tanti modi anche se quello di passarle sulla griglia ne rende il sapore veramente eccellente.

Era la festa anche dei vini di Baronia, dei colli che fanno ruota al paese, si stappava anche del buon bianco. La festa aveva altri risvolti, segnava l’incedere degli anni dei giovani, si decidevano le comitive, la corsa alla ricerca al gruppo con la quale associarsi per fare questa pescata all’alba e sotto sguardi curiosi c’era anche la voce degli “esperti” di questa mattanza, quelli che sapevano tutto, ma anche alla fine aveva “senso” a toccarle sguscianti.

Ricordi, pensieri per una Sagra che stenta ora a ritrovare i vecchi splendori, i suoi fasti, e che potrebbe fare la differenza per tanti, innovare i menù dei tanti posti tipici dove ancora si gusta la “tradizione” locale.

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