L’antico quartiere dei Sicofanti a Messina

di Alessandro Fumia

La lapide sulla scalinata del Monastero di Montevergine

Le tristi vicende che hanno contraddistinto la storia di Messina nei secoli, non permettono di leggere distintamente, il piano topografico della città fra i vari secoli. Un limite questo che ha condotto molti osservatori in errore nel valutare le coordinate necessarie a individuare un singolo corpo edile nella topografia cittadina. Se dal passato non ritornassero alcune memorie per descriverci i luoghi più nascosti della Messina medievale, oggi non potremmo giungere a delle ipotesi verosimili sull’impianto urbano di quella città. Allo stesso tempo, i limiti topografici più rilevanti, riconducibili a elementi sicuri e invariati nello scacchiere urbano di Messina, facilitano la comprensione dei volumi e delle aree presso le quali si sono ritrovati gli organismi murari principali. Questi corpi fisici quali: colline, fiumare, costa marina, mura fortificate e monumenti più antichi permettono di delineare alcuni confini, che hanno contraddistinto gli isolati presso i quali prendevano impianto le contrade. Per raggiungere le coordinate verosimili in cui ricadeva il quartiere di S. Luca, presso il quale si apriva la contrada dei Sicofanti, è necessario abbandonare la presunzione di sovrapporre corpi topografici ottocenteschi, ritenuti a torto le cellule topografiche originali perché, la città di Messina nel corso dei secoli è stata ricostruita più volte, quasi mai recuperando dal sito originario, l’impianto presso il quale si svilupperanno i toponimi successivi conosciuti dalla fine del settecento in avanti. Nella fattispecie, in rapporto al quartiere dei Sicofanti, concorrono delle coordinate sempre uguali, come la Rocca Guelfonia, non che il monastero di Monte Vergine, rimasto originariamente nella sede cui fu impiantato. E il tracciato dell’antica via seicentesca dei Monasteri (oggi via XXIV maggio) nel Medio Evo intesa Mastra Ruga o meglio se al tempo dei Normanni, Strada Reale visto che oggi, sullo stesso sito ricadono monumenti di epoche diverse, che hanno mantenuto l’originaria proiezione ortogonale sul piano topografico messinese.

Questi punti d’osservazione, facilitano la comprensione dei limiti entro i quali ricaddero quei corpi edili, riconducibili all’epoca in cui questo quartiere fu ricordato. Gaetano La Corte Cailler riesce a delineare con una certa precisione, l’identificazione del perimetro entro il quale si apriva il fondo dei Sicofanti. Il corpo in oggetto si estendeva su un asse est-ovest, sottomesso e parallelo alla via dei Monasteri: dalla chiesa di S. Paolo alla pieve della Rocca Guelfonia situata a occidente, alla chiesa di S. Caterina dei Bottegai, costruita dopo il terremoto del 1783 sopra l’area appartenuta alla chiesa di S. Luca, imposta parallela ma separata dal porto, estendendosi verso oriente fino al corpo del monastero di Monte Vergine. Le origini del toponimo dei Sicofanti, sono vincolate all’antica foresta del Castagneto del Re, presso la quale si estendeva un ficheto, che dava origine a un fondo, inteso Pozzo del Fico. L’impianto topografico di Messina in età normanna si sviluppava attorno ai relativi pozzi idrici che permettevano il rifornimento d’acqua nelle varie contrade. L’origine del topos greco-bizantino, corrispondeva alle voci σῦκον (fico) e φαίνειν (indicare) traducibili in “il fondo del fico” è messo in relazione al relativo pozzo di “Puheu di lu Ficu”, segnalato in alcune pergamene di una certa rilevanza storica, facilita di giungere all’origine storico-topografica della contrada. Interessanti sono queste tracce filologiche, capaci di seguire l’evoluzione del sito nei secoli, tanto da trovare nella stesura del toponimo osservato, quelle direttive necessarie per identificarlo. Osserviamo dunque alcuni contributi.

Nella “Rassegna degli archivi di Stato”, edita in Roma 1972, al Volume 32, pag. 480 leggiamo:
”Atto n° 3, Messina, giugno 1243, 1° indizione. Tudisca, vedova di Aldebrando Sellario, vende a Silvestro Aurifici, per il prezzo di 150 tarì d’oro, una casa in «nova urbe Messane, «ruga de ficu». Notaio: Guglielmo de Suessa. Stratigoto: Giovanni Cipulla. Giudici: Rogerio Bonefacio, Giovanni de Grammatico, Guido de Columonulis, Petrono Arcario.

Così allo stesso tempo, si riscontra in un altro atto notarile, l’istessa strada, richiamata con lo stesso appellativo topografico trovando in esso, la presenza di un personaggio, la futura abbadessa cistercense suor Frisa, che s’insedierà nel monastero di Santa Maria di Gesù al Carmelo, poi nominato di Ritiro, pag. 481: ”Atto n° 11, Messina, 26 aprile 1263, VI indizione. Frisa, vedova di Carnelevario de Silvalonga e la figlia Babillona si accordano circa la divisione dei beni lasciati dal defunto. Frisa si accontenta di una vigna in contrada S. Nicola de Ossilla, di un terzo di un’altra vigna nella stessa contrada e di due casalini in contrada di Gabbatore e cede alla figlia i rimanenti beni, una vigna in contrada S. Nicola de Ossilla, una casa con casalino contiguo in «ruga de ficu».

Per quanto appaia clamoroso, a segnalare questo luogo, partecipano numerosi atti, capaci di descriverci quel fondo, ritenuto dagli studiosi a ragione, un luogo ricercato e rinomato, presso il quale insistevano nel tempo, le migliori e più nobili famiglie di quella Messina, così anche, i più ricchi miles, cioè, mercanti arricchiti che formavano il ceto intermedio fra la nobiltà e la plebe. Secondo quanto rivela Daniela Santoro nel suo “Messina l’Indomita…”, a p. 121 segnalerà: ”Nella magistra ruga in contrata que vocatur «lu puczu di lu ficu» c’erano le case di Giovannuccio Volta, e quella di Rosa moglie condam Giovanni Cumata. Alla cui nota 72 segnala la sua fonte – A.S.P. Tabulario S. Maria Maddalena, perg. 655, atto del 21 nov. 1395. Vedi allo stesso modo, un ulteriore traccia che mostra in una fase temporale appena successiva, la determinazione del luogo, cui si aggiunge la particella ‘de’ per distinzione, segnalando l’introduzione di un valore aggiunto alla strada, ampliando la sua conoscenza nel valore abitativo, identificandola specificatamente contrada. Sempre dalla stessa autrice estrapolo alla p. 297, un’ulteriore traccia: ”Nel testamento di Domenica Grasso, imponeva alla figlia Betta, di assegnare fra i tanti beni ai partenti, anche alcune proprietà in beneficenza fra le quali, tre loheris cum clibano, ricadenti nella contrada «Putei de lu Ficu». Atto inserito in A.S.P. Tabulario di S. Maria Maddalena, perg. 911, del 19 mar. 1430.

Fig. 1 – Individuazione del vero sito quartiere dei Sicofanti, per isolati: 333 (punto 184), 362 (punto 89), 363 (punto 90) e 364 (punto 92)

L’individuazione di questo fondo, permette di leggere fra le maglie strette della storia, l’evoluzione del territorio cittadino di Messina fra il XIII e il XV secolo. In quell’angolo della città oggi compreso, fra gli isolati n° 333 (monastero di Sant’Anna fondato nel 1454), e gli isolati n° 362 (chiesa di San Paolo degli osservanti fondata nel 1434), n° 364 (chiesa di San Luca attestata nel 1347), nonché il n° 363 (contrada di S. Leonardo attestata nel 1387), così pure (l’omonimo ospedale di S. Leonardo degli Angeli Grandis attestato nel 1421), formano i confini del quartiere dei Sicofanti.

Questo luogo salta alla ribalta delle cronache cittadine per le vicende che si legano al famoso pittore Antonello da Messina; in modo particolare a una controversia, scaturita da una lite con il nobile Giovanni Bonfiglio il 14 giugno 1464 sui confini abitativi di entrambi, quando Antonello acquista la confinante casa diroccata che separava la sua abitazione da quella di Bonfiglio. Con l’individuazione della contrada dei Sicofanti, si materializzerebbero le coordinate per identificare, il luogo originario in cui visse il pittore. Recentemente l’ubicazione di quella casa Antonelliana ha scatenato a Messina una morbosa ricerca, alimentando in alcuni pensatori la possibilità di ricreare gli ambienti che qualcuno assicura aver individuato al 100%; se non erro, esiste persino una delibera comunale, votata a maggioranza, che nel giugno del 2010 puntava a comprare un edificio ricadente nel luogo, che secondo questa iperbole appartenne al cortile dei Sicofanti, disponendo per l’acquisto decine e decine di migliaia di euro, un calcio alla miseria.

La lodevole iniziativa sconta però un punto debole, fondato sui luoghi originari rilanciati nella storia da documenti ahimè, ancora esistenti, che mandano a scatafascio, le certezze fin qui segnalate sul sito oggi oggetto d’investimento promozionale. In effetti, portare avanti questa presunzione, stimola nell’opinione pubblica, il sentimento di chiarezza che anima la memoria storica cittadina. Sentimento che deve prevedere una conoscenza mirata dei documenti, a salvaguardia dell’iniziativa culturale, e dei capitali richiesti per raggiungere lo scopo. Lo studio storico sui documenti medioevali messinesi, permette di trovare quelle coordinate necessarie per identificare i luoghi antonelliani, meglio dire, il sito in cui era impiantata la casa del nostro amato pittore. Utilizzando un sistema a scacchiera determinato da punti fermi gravitanti attorno al quartiere dei Sicofanti, rileggendo il territorio con le carte più antiche, è possibile ritrovare la topografia studiata.

Gaetano La Corte Cailler allo scopo segnalava nel suo volume – Antonello da Messina: studi e ricerche con documenti inediti, D’Amico, 1903 – p. 360: ” Nel 1465 però Antonello era ancora in Messina, e prova ne è che, per l’acquisto della casa, egli allora si metteva in relazione col nobile Giovanni Bonfiglio, proprietario d’altra casa confinante con quella venduta dal Lanza ad Antonello, ed allora quest’ultimo e il Buonfiglio a 21 luglio dell’anno 1465, convengono presso il notaio e stabiliscono i propri confini e le necessarie condizioni in caso di nuove fabbriche o d’altro (2). La casa acquistata dall’Antonello, e nella quale egli morì, consisteva in un pianterreno con un primo piano, ed era situata in quarterio sancti luce, in contrata dei Sicopantis, e confinava con la casa che d’antico Antonello stesso possedeva, per ampliare la quale, è chiaro, egli l’acquistava. Aggiungendo alla nota n° 2 – Il quartiere di S. Luca pigliava nome dalla chiesa omonima già esistente nella via che ne conserva il nome, al Corso Cavour: la contrada dei Sicofanti, ridotta poscia a locale da trivio, era dove sorge attualmente la chiesa dei SS. Angeli Custodi e comprendeva l’odierna piazza di S. Caterina dei Bottegai da un lato e le case di S. Paolo sotto Rocca Guelfonia dall’altro.

Fig. 2 – Errata individuazione piano Sicofanti, progetto per acquisizione area e programmazione Casa Antonello: isolato 369/370

Interviene sulla questione Daniela Santoro con il suo volume – Messina l’indomita: Strategie familiari del patriziato urbano tra XIV e XV secolo, Edizioni Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 2003, – individuando a pag. 116 nota 29, la contrada di S. Leonardo, il 19 feb. 1387; e a pag. 357, identificherà l’ospedale di S. Leonardo degli Angeli Grandis, inserito in una controversia scaturita tra l’autorità ecclesiastica e il nobile Giovanni Buonfiglio che ne assume il controllo per privilegio di Alfonso il Magnanimo. La stessa struttura di S. Leonardo era ubicata nel quartiere dei Sicofanti posta sotto l’appellativo degli angeli custodi, di poi segnalata dal Cailler, così come da Giuseppe Foti nel suo volume – Storia, arte e tradizione nelle chiese di Messina, Grafo Editor, Messina, 1983 – pag. 181, presso la quale ricadeva l’abitazione del Bonfiglio e del confinante Antonello da Messina. Secondo queste fonti, appare interessante osservare che l’agglomerato riconducibile a quell’ospedale, determini con una certa importanza, il cuore della contrada dei Sicofanti, entro il quale s’incontra la casa del Bonfiglio e di Antonello. Identificazione di un luogo, ritrovata in altre carte e documenti, analizzate da – Aldo Casamento, Enrico Guidoni, nel volume – “Le città medievali dell’Italia meridionale e insulare: atti del convegno, Palermo-Palazzo Chiaromonte (Steri), 28-29 novembre 2002”. Kappa, 2004 – pag. 260, ”Il rapporto morfologico trae origine dalla relazione che passa tra il Dromo e la strada-contrada dei Sicofanti. Osservando il rilievo 1554 e la leggenda delle successive carte A. Lafrerj, combinandole con il rilievo G. F. Arena, si può dedurre l’interesse fondativo di un tracciato stradale in curva. Proviamo a seguirlo sin dall’alto, quando si innesta sul Dromo. Subito sotto il Monastero di Monte Vergine (Arena 95) la strada flette a nord-est, passando per San Leonardo (Lafrerj 107; Arena 106)…

Quindi, è palese osservare l’importanza della cellula topografica ricoperta dall’ospedale di S. Leonardo che ricopre non solo il centro del quartiere dei Sicofanti ma, persino il baricentro della strada che dà il nome al quartiere; nel suo vertice sottomessa al monastero costruito da Santa Eustochia. Luogo lontanissimo se paragonato a quello inserito nel progetto comunale per acquisirne l’immobile, ritenuto ubicato sull’area che fu la sede della casa di Antonello, anche questa volta contrapposto e a oriente, rispetto alla fantomatica tomba di Ritiro. Soltanto dando voce alle pergamene più antiche, si ritrovano le direttive topografiche riconducibili alla sede originaria, in cui i Sicofanti pervennero alle cronache in oggetto.

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