L’origine di “Dinnammare” ed il Santuario della Madonna

di Giuseppe Spanò

Storia, tradizioni e antiche testimonianze riferite ai più importanti Santuari mariani che fanno da corona alla città, fra cui quello che sorge sul monte Dinnammare, ci trasmettono i tratti più significativi dell’identità religiosa e culturale locale, “attinenti a quelle profonde radici cristiane e mariane su cui si saldano alcuni dei valori più nobili della nostra messinesità, di cui ci dobbiamo riappropriare”.

Nel corso dei secoli la Sicilia è stata crocevia di molte culture e civiltà (greci, latini, bizantini, arabi, normanni, spagnoli, francesi), tradizioni diverse che si sono incontrate e sovrapposte, dando origine ad una storia e ad una lingua ricca e varia, più di ogni altra regione italiana. Il predominio islamico, dallo sbarco degli arabi a Marsala nell’827, fino alla conquista normanna del 1061, lasciò segni tuttora evidenti nel dialetto e nell’onomastica siciliana. Molti cognomi e nomi di luogo sono di origine araba, anche se nel corso degli anni si sono trasformati, per influsso del dialetto o di altre lingue antiche.

Uno di questi è il nome del monte Antennamare, metri 1127, in dialetto messinese Ntinnammari, su cui sorge il Santuario della Madonna di Dinnammare.

Il monte, negli atlanti geografici si può trovare nella variante: l’Antennamare o Antennammare, e, nelle fonti più antiche, Dinnamari (Amico 1855-1856: “lat. Dinnamaris, sic. Dinnamari. Monte sopra Messina verso Austro”). Alcuni pensano che Dinnammare significhi “che si affaccia su due mari” e che derivi dal latino Dimaris: ma da un punto di vista linguistico non è corretto, anche perché mancano antiche attestazioni di un’ipotetica forma Dimare. Invece il suo significato è prettamente arabo, deriva infatti da Dinammar composto da din (in arabo “religione”, ma anche “ricompensa, retribuzione”) unito a un nome proprio, “Ammar”, nome frequente nei documenti medievali, l’antico proprietario di quei luoghi, quindi (terreno dato) in ricompensa ad “Ammar”. Ntinnammari, in dialetto, è forma corrotta di Antennammare, per influsso del siciliano ntinna (italiano “antenna”) che, nella zona di Messina, indicava anche “cima di monte”. Vari furono i nomi dati in passato al monte. Secondo il linguista Girolamo Caracausi (1993) corrisponde all’antico monte Mikònios, chiamato così dai greci.

Placido Samperi nell’Iconologia della gloriosa Vergine madre di Dio Maria protettrice di Messina,1664, così riferisce: “Verso la parte di mezzo giorno fuori della Città, sorge un altissimo Monte… quello che fu chiamato da Solino, Nettunio… nella cui cima vi era edificata una Torre di guardia in quei secoli, nella quale gli antichi Mamertini, per le continue guerre, ò della Grecia, ò dell’Africa, teneano una perpetua sentinella… Da Polibio e da Diodoro è chiamato Calcidico, à nostri tempi dal volgo Dinnammare… Hor cessate le guerre, i messinesi misero miglior sentinella… e fu un diuoto Santuario alla Santissima Vergine, singolar Protettrice di Messina, nella quale si riueria negli antichi tempi una diuotissima immagine della Madonna, detta del Monte di Dinnammare”.

Tuttora sono stati dati i più svariati significati al nome “Dinnammare”, ma l’ipotesi araba rimane la più valida, sia perché sostenuta da autorevoli fonti linguistiche, sia perché tutta la zona è costellata, dai monti fino alla costa, da località di origine araba (ad es. “Camaro” da arabo hammar “asinaio”; “Cumìa” da arabo ham “striscia di tessuto” – qui in senso di striscia di terra – antico siciliano cummìa “benda”; “Gazzi” da arabo gagg “pellegrino alla Mecca”). Dunque la presenza araba a Messina era più diffusa di quanto non si pensasse.

Che Antennamare fosse anticamente Dinnammare è confermato anche dal Santuario della Madonna, detta appunto “di Dinnammare” (chiamato anche, dagli abitanti del luogo, “Santuario degli innamorati”). Il Santuario, forse di epoca bizantina, fu più volte riedificato.

Una leggenda, citata anche dal Samperi (1644), racconta che un primo quadro della Madonna fu ritrovato, forse in epoca normanna, da alcuni pescatori sulla spiaggia di Maregrosso, trasportata da mostri marini. I pescatori rimasero attoniti di fronte a tale prodigio, gettandosi a terra, come dice Samperi e “spargendo molte lagrime di tenerezza, e di diuotione”. L’icona rimase lì in spiaggia, meta di continui pellegrinaggi, finché i pescatori stessi decisero di portarla in cima alla montagna, dove sorgeva la chiesetta della Madonna. Un’altra leggenda narra che sul monte un pastorello della famiglia Occhino trovò una tavoletta di marmo con il volto della Madonna: la portò più volte a casa, ma la tavoletta ricompariva sempre nel luogo in cui era apparsa la prima volta, per cui si decise che doveva rimanere lì, dove voleva la Madonna e dove fu costruita la chiesetta.

Più volte, nel corso dei secoli, le varie icone della Madonna furono trafugate da ignoti e poi ricostruite, il più delle volte a spese dei fedeli e degli abitanti del luogo. L’attuale icona della Madonna, splendida opera del pittore Michele Panebianco (Messina, 1805-1873), viene custodita nella Chiesa di San Giovanni Battista, a Larderia ed è da lì che ogni anno, nella notte fra il 3 ed il 4 agosto, iniziano i festeggiamenti. La processione si avvia verso il Santuario in cima al monte, dove l’icona rimane, meta di pellegrinaggi, fino al 5 agosto. La mattina del 5 ricomincia il cammino dei fedeli, per il rientro a Larderia, facendo sosta a San Biagio, da dove il quadro riparte su una varetta di legno adorna di fiori e, a tarda sera, fra canti, danze e fuochi d’artificio, rientra nella Chiesa di Larderia.

Ancora una volta, dunque, si intrecciano storia e leggende intorno a fatti religiosi e a luoghi di culto. La ricerca sull’origine dei nomi di luogo ci permette di valorizzarne il significato, non solo da un punto di vista linguistico, come studio dei mutamenti di lingue e dialetti, ma soprattutto nella loro dimensione socio-culturale, come espressione delle tradizioni religiose e storiche di un popolo e del suo territorio.

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