Messina città industriale… poi l’Unità d’Italia! – prima parte

di Anna Giuffrè

Andrea Camilleri

Andrea Camilleri, in una intervista, così affermava: “Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8.000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così”.

Secondo alcuni storici, l’Unita d’Italia è stata causa d’interruzione del processo di crescita economico e sociale della Sicilia. Processo probabilmente facilitato dalla massiccia presenza degli Inglesi nel regno borbonico, che ne favoriva il commercio e dava una spinta all’industrializzazione inducendo un certo benessere economico che però non raggiunse mai tutta la popolazione, ne tutti i territori. Infatti in una economia sostanzialmente rurale, esistevano delle eccezioni quali Palermo, Catania, Marsala, Messina.

Industria tessile

La Messina di quel tempo fu una straordinaria realtà industriale, dove proliferavano imprese capaci di fornire prodotti di alta qualità manifatturiera, tanto che il governo regio concesse il sigillo di qualità ed operosità. Fra le voci economiche più importanti l’industria tessile, che era in grado di lavorare notevoli quantità di merce, grazie all’uso di macchine progettate e costruite appositamente. Fra il 1830 e il 1860 erano numerose le fabbriche, più o meno grandi, di cui si ha memoria:

La fabbrica tessile dei fratelli Ruggieri, nel quartiere di San Francesco di Paola, molto nota e specializzata nella tessitura e manifattura di pezze di cotone; dotata di cinque macchine, azionate a cavalli vapore. Occupava 90 operai, 500 operaie e 20 ragazzi;
Lo stabilimento tessile di Gaetano Ainis che, nel 1885, nella località del Ringo, riconverte una filanda e una fabbrica per la stampa dei tessuti di cotone, preesistenti, in un unico grande stabilimento industriale meccanizzato, alimentato da 5 caldaie per una potenza complessiva di 75 cavalli vapore. Occupava 3 direttori, 1600 tessitrici, 200 operai, 50 scolare, 6 fuochisti, 4 incisori, 2 macchinisti, 3 custodi ed altri 400 operai occupati nell’indotto generato;
Lo stabilimento tessile di Giovanni Romano, sito al borgo Zaera, 100 operai;
La fabbrica per la realizzazione degli orditi di Rosario Oliva, 30 operai;
La fabbrica di Giovanni Signer, 20 operai tessili.

Lavorazione dei bozzoli

Messina, da sempre importante piazza anche per i filati di seta, con l’avvento delle macchine a vapore vide un’incremento del 300% nella sua produzione. Si ricordano alcune delle numerose filande e fabbriche per la lavorazione della seta:

La filanda di W. Jaeger, nel quartiere Porto Salvo, aveva conquistato numerosi riconoscimenti per la grande varietà di produzione degli orditi, creati da premiati maestri tessitori richiesti in molte parti del regno. Occupava 30 operai, 150 operaie e 20 ragazzi;
La grande filanda serica nel quartiere di Gazzi, rimasta in funzione fino al 1907, produceva grandi quantità si seta e dava lavoro a 650 operaie che erano in continua lotta per ottenere un orario inferiore e una paga decente. Nel 1904, da qui, partì uno sciopero che poi coinvolse tutti gli stabilimenti cittadini;
Lo stabilimento di Antonino Ziniti, all’avanguardia per i tempi, si era specializzato, nella torcitura dei filati di seta che altri stabilimenti che avrebbero poi ricevuto già attorcigliati. Occupava 50 operai e 30 operaie.

Filati di seta

Il lavoro industriale, dunque, si andava specializzando, così che nelle filande seriche, il complesso e laborioso procedimento che portava dal baco al prodotto finale venne suddiviso in comparti. Ciò consentì una più rapida produzione del prodotto serico, di abbassare fortemente i costi di produzione a beneficio delle rendite finanziarie già favorite dal prezzo di mercato dei filati messinesi che, allora, era sgravato da tasse e gabelle.

Oltre l’industria tessile, la lavorazione dei cuoi. Nella seconda metà dell’800 esistevano 8 concerie che lavoravano pelli di ogni specie. L’intero settore nella sola Messina, produceva ogni anno circa 1.000 t di prodotto lavorato, quando la produzione annua di tutto il Piemonte era di poco superiore alle 1.100 t e quella della Lombardia era di 2.200 t. Addirittura la produzione di lusso era un mercato limitato alle botteghe di Messina, infatti, gli artigiani più quotati inglesi, olandesi, portoghesi, fiorentini e napoletani, qui si concentravano dove esisteva un Marchio di Qualità Certificata già dal 1838. (La lavorazione dei cuoi di prossima trattazione)

Conceria

Messina dunque patria del lavoro e del commercio, dell’industria e del credito. Dopo l’Unità d’Italia, la condizione socio-politica divenne altamente svantaggiosa per il comparto economico creato dagli imprenditori messinesi. Il nuovo governo Italiano non fece nulla per tutelare quelle eccellenze di retaggio borbonico, anzi le vessò in vario modo cercando di distribuire la ricchezza proveniente dal Regno di Napoli a vantaggio di tutti. Le scelte politiche furono concentrate sulla necessità di far crescere le arretrate realtà industriali del nord d’Italia, ed in particolare le fabbriche di Piemonte e Lombardia, come si legge sugli atti parlamentari dell’epoca. Così accadde, con l’Unità d’Italia, già dal governo di Firenze, che Messina perdesse quel variegato tessuto industriale di stabilimenti tessili, siderurgici, chimici, meccanici, botanici. Città aperta alle novità commerciali, dove venne istituita una camera di commercio fra le prime nel regno di Napoli. Il parlamento italiano, pur riconoscendo a Messina, meriti e peculiarità fuori del comune, non ne favorì le sorti, anzi. Venne soppresso il porto franco, fu impedito l’introito di alcuni dazi territoriali. Si elevarono imposte e tasse sulle produzioni messinesi, rendendo le merci poco competitive sui mercati nazionali ed esteri. Messina si ritrovò a competere con il Piemonte e la Lombardia per tipologia di produzione. Si crearono, quindi, condizioni sfavorevoli che produssero gravi danni all’intero tessuto industriale siciliano.

Feltro

Gli imprenditori messinesi, nel tentativo di resistere, cercarono nuovi sbocchi per recuperare guadagni e competitività, puntando sui nuovi prodotti in feltro. Tra il 1870 e il 1880 numerose fabbriche tessili riconvertirono la produzioni in favore del nuovo materiale che necessitava di minori accorgimenti tecnici, limitandosi alla cardatura e alla follatura della lana. Si ricordano gli stabilimenti: dei Nobile, dei Nicolosi, dei Visco, degli Arcidiacono, dei Martorana che insieme a altre, piccole e medie realtà, riuscirono a resistere ancora per qualche decennio alla spietata ed impari concorrenza del mercato nazionale e straniero.

Il racconto di Messina come città industrializzata è di difficile credibilità, ma al tempo in cui era governata dai Borbone fu, invece, una realtà, peraltro, non solamente locale. Il modello Messina, infatti, frutto di svariate congiunture favorevoli, si era imposto nel territorio isolano e nazionale. In un documento del 1895 della Direzione Generale di Statistica per la tutela del Lavoro e lo Sviluppo, coì si legge del disastro causato alla più grande realtà industriale di Sicilia: “…la crisi messinese dell’anno 1895, è la causa di una sbagliata politica economica; esistevano in Messina, numerose e fiorenti fabbriche, nei svariati settori industriali. Per la concorrenza delle fabbricazioni Piemontesi, Lombarde ed estere, le fabbriche messinesi, prima decaddero e poi scomparvero, e i suoi operai in gran parte emigrarono.”

4 commenti

Complimenti per questo articolo che qui osservo, specialmente per i contenuti trattati rigorosamente autentici credo…, eppure quella segnalazione inerente al testo in virgolettato proveniente, dalla Direzione Generale di Statistica e Tutela del Lavoro in rapporto al 1895 mi è molto familiare. Un documento da me scovato nei fondi di Palazzo Madama e che circola in rete da parecchi anni. Documenti quelli riversati qui sotto forma di notizie che provengo fra l’altro da pubblicazioni di illustri studiosi come la Michela D’Angelo, il professor Rosario Battaglia e modestamente dalla mia attività di divulgazione di Storia Patria che dura da venti e passa anni. L’articolo è stato riversato dalla redazione, che sicuramente lo ha visionato. Ricordo a chi sta in quella redazione che quando si riciclano notizie storiche o quando si segnalano a un pubblico, si è in obbligo di segnalare anche secondo legge la fonte; in rispetto ai diritti di copyright che qui sembrerebbero aggirati. Per essere chiari eccovi un presente formulato per gettare un pò di luce in questa penombra. http://tuttosu.virgilio.it/detail/Un-piano-del-governo-italiano-per-annientare-l-ind,IMBL_9874716_143768.html

Il testo virgolettato da noi pubblicato è stato riportato per intero, a scopo meramente divulgativo, dal suo articolo dal titolo “Un piano del governo italiano per annientare l’industria messinese” (https://cariddiweb.wordpress.com/2011/02/09/un-piano-del-governo-italiano-per-annientare-l%e2%80%99industria-messinese/). Dal suo commento apprendiamo favorevolmente che lei, ha avuto il merito (ed il piacere) di riportare alla luce il documento in questione dall’archivio storico di Palazzo Madama. Attraverso nostre ricerche online abbiamo rintracciato dei files in formato pdf quali l’Annuario statistico italiano del 1895 e gli Annali di Statistica industriale della Provincia di Messina del 1897 della “Direzione Generale della Statistica” (Tip. Naz. G. Bertero, Roma) che riteniamo possano fornirci ulteriori spunti e auspicabili future collaborazioni.

Il Direttore Responsabile

Purtroppo, dopo l’Unità d’Italia ha visto un declino inarrestabile, a cui il terremoto ha assestato un colpo durissimo , un declino anche intellettuale da cui questa città non è riuscita a risorgere, come era avvenuto dopo l’occupazione spagnola e prima ancora quella francese. Ancora adesso non se ne vede un futuro, basta guardarsi intorno!

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