“Nessuno può volare” di Simonetta Agnello Hornby

di Giusi Mangione

“Nessuno può volare” è il titolo dell’ultimo libro di Simonetta Agnello Hornby presentato dall’Autrice alla Feltrinelli point di Messina.

Un monito, un’invettiva, la considerazione scontata di un limite? Semplicemente un dato di fatto, evidente e sotto gli occhi di tutti. La linea di demarcazione, sempre sottile, tra disperazione e accettazione, in casa Agnello Horny è da sempre ben chiara. Si affronta la vita – in ogni sfaccettatura – come un “affare” normale, anzi laddove le vicende si presentino più tristi e dolorose, subentra un traduttore istantaneo che semplifica ogni groviglio esistenziale restituendo una realtà (apparentemente) più semplice, venata di ironia, quindi, più affrontabile.
Simonetta Agnello Hornby è una combattente nata, la sua entrata in scena nell’affollatissima libreria Feltrinelli sembra quella di un domatore. Però non ci sono fiere, c’è un pubblico desideroso di conoscerla e di approfondire le motivazioni del suo ultimo libro.

da sx Simonetta Agnello Hornby e Titti Batolo

A dire il vero il merito del libro va diviso con George, il figlio maggiore affetto da sclerosi multipla, con il quale l’Autrice ha anche girato il film documentario “Nessuno può volare” che verrà trasmesso dalla LaEffe il 25 ottobre.

Si tratta della naturale prosecuzione di un progetto prima condiviso con la Rai che ha dato vita alla serie “Io e George”, sei puntate descrittive del viaggio da Londra alla Sicilia, e ora sviluppato in un percorso articolato in un film ed un libro. L’Agnello Hornby ha il dono della “narrazione” e non solo quando scrive, rispolvera i personaggi della sua storia e li propone, anche nella drammaticità oggettiva della situazione, con un sorriso ed un incoraggiamento. La disabilità non è una condanna, non è una punizione, né tanto meno una colpa. Così la zia cleptomane e un po’ stramba veniva protetta e considerata da tutta la famiglia tanto da allontanare una gentildonna altoreferenziata perché l’aveva trattata con poco rispetto, o la zia Gesualda ritratta tredicenne con la sua deformità “il piede caprino”, nulla più che un dato di fatto per la famiglia Agnello.

George e Simonetta Agnello Hornby

L’atteggiamento combattivo aiuta ad affrontare le miriadi di difficoltà che aggrediscono la vita, ancora di più quella di un disabile. E non tutte si possono affrontare con pacatezza, come il ristoratore ottuso che domanda se George se non può fare “solo tre gradini” o il pressapochismo istituzionale di un sistema che vede nel disabile, in primis, un poveraccio e poi, se va bene, qualcuno da aiutare per carità cristiana.

La Agnello Hornby fa un excursus appassionato e disgustato del trattamento riservato ai “deboli”, dal Monte Taigeto in Grecia all’esposizione o all’infanticidio praticato a Roma, per poi passare in epoca cristiana alla punizione divina, la demonizzazione e umiliazione del disabile. Nel Rinascimento i nani e gli storpi non rientravano nei canoni dell’arte, che era perfezione di forme, l’Illuminismo, poi, li pone sotto la limpida luce della ragione e li cataloga e racchiude nell’ampio recinto dei malati.

“Dai disabili c’è tanto da imparare. Vedono il mondo in modo diverso e ci danno tanta gioia di vivere”. Ogni tanto la domatrice Agnello Hornby prende un tono più sommesso, lì si sente la fatica (non vuole che si dica sacrificio) di una madre che combatte contro una malattia ancora dichiarata vincente, contro le domande che lacerano e non hanno risposta, contro i bagni senz’acqua, contro tutte le “cose storte” .

Poi però torna a sorridere, perché – ci insegna – da ogni cosa, anche dalla malattia o dalla disabilità, si possono trarne momenti di vita migliore, ma bisogna combattere.

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