Patrizio Guillamat l’eroe della Real Cittadella

di Alessandro Fumia

Il tenente colonnello Patrizio Guillamat l’eroe dimenticato della Real Cittadella di Messina, raccontato attraverso documenti inediti, capaci di svelare retroscena inimmaginabili prima di questa occasione. Alcune lettere segretissime, ci raccontano il suo servizio di controspionaggio e particolari raccomandazioni ricevute a Roma dal Papa, e attraverso gli ufficiali papalini, raggiungere un ministro di Francia che cercava una strada diplomatica a vantaggio del regno di Borbone; l’estremo tentativo di far capitolare la politica sabauda dai suoi propositi. La storia dei guerreggiamenti proditori inflitti a un regno, quello delle Due Sicilie, da parte sabauda, con alti e bassi, ha mostrato la faccia efferata di una dinastia predisposta alla violenza. I fatti guerreggiati pre unitari celebrati nell’assedio della Real Cittadella di Messina, nascondono delle sfaccettature poco conosciute. Durante i giorni dei preparativi bellici costruiti contro le truppe duo siciliane di stanza presso la fortezza di Messina, si costituiscono due episodi misteriosi. La presenza di agenti segreti napoletani attivi in forza di un codice militare, capace di mostrare al mondo l’organizzazione di un esercito, deriso dalla storia nazionale, mette sul piatto delle domande ancora oggi orfane di risultato, evase dalla storiografia moderna. Fra gli aneddoti più controversi, da osservare con particolare interesse, la posizione di un alto ufficiale dell’esercito napoletano, il tenente colonnello Patrizio Guillamat, comandante dello stato maggiore a Messina nella Cittadella, e la fine di mille civili scomparsi dalla conta finale. Due episodi significativi che s’intrecciano nella storia con i fatti eroici della resistenza borbonica a Messina. Luigi Gaeta, nella sua opera intitolata: Nove mesi in Messina e la sua cittadella; cronaca dei fatti avvenuti dal 24 giugno al 25 marzo 1861, stampato a Napoli nel 1862, a p. 102, segnalava un fatto insolito. Accadeva che il 21 gennaio 1861, giungesse nella piazza forte di Messina, il Dahomè, vapore Francese al servizio del Re, caricò di famiglie dei militari concentrati in quella piazza siciliana.

La notizia sorprende l’osservatore, il quale ragionando sull’inciampo, frutto delle rivoluzioni avvenute sul continente, mette in guardia i suoi lettori delle difficoltà patite da quei civili ospitati negli angusti locali della fortezza. In tanto che, le dimensioni della bolgia in cui era piombato il paese, costringevano l’amministrazione militare duo siciliana, a scegliere soluzioni estreme per il destino dei suoi eroi. Mille persone fra donne e bambini, furono ammassati presso le gallerie addossate alle polveriere. In quella situazione, gli unici locali ventilati e ben riparati, erano gli ambienti presenti nella fortezza. Nella conta finale dopo la caduta del forte, di loro non si ha più memoria. Salvo ricordare un angosciante sinistro avvenuto durante gli ultimi cannoneggiamenti dell’esercito italiano; le polveriere stipate fino all’inverosimile delle polveri provenienti dalle maggiori centrali militari di Sicilia saltarono per aria, sviluppando un terribile incendio. In questo caso, immaginare la fine di quei civili, in mancanza di riscontri oggettivi, induce a sospettare i risvolti di una carneficina.

Generale Gennaro Fergola

Dati alla mano, quando la fortezza messinese innalzò la bandiera di resa, si concentrarono sul piazzale della fortezza poco più di quattromila soldati e centocinquantaquattro ufficiali. Quale fine abbiano fatto le mogli e i figli di questi soldati non è dato sapere. L’alone tenebroso che tinge i destini di tutti, potrebbe accrescersi in tonalità con l’aggiunta di tante vittime innocenti. In quel bailamme di coincidenze negative, di frenetiche sovrapposizioni di fatti incresciosi, viene meno anche il ruolo di un protagonista, corteggiato da tanti testimoni prima della caduta del regno duo siciliano, mentre in seguito, fu disprezzato e perseguitato. Eppure, continuiamo a tacere sul grande protagonista della difesa della Real Cittadella. Su informazione della Corte, Guillamat fu spedito a Roma e forse a Vienna, ricomparve su un brigantino prussiano sotto mentite spoglie, sbarcando in gran segreto presso la fortezza messinese. Mistero per un grande ufficiale borbonico dimenticato da tutti, scordato dalla storia ufficiale. Di lui hanno parlato in Francia, e dopo la caduta, l’alto comando del regno italiano, tentò con lusinghe e con minacce, di farlo aderire all’esercito neoitaliano. Fuggito dall’Italia, ramingo in Europa, lo ritroveranno a Parigi due anni più tardi. Stava ancora cercando una via di riscatto. La sua vita un’avventura senza fine. Presente a Gaeta, fu fatto defilare dal re in pectore, e inviato per affari diplomatici dal Papa.

Generale Enrico Cialdini

Prima degli avvenimenti di Gaeta fu avvicinato dall’Inghilterra cercando di portarlo dalla sua parte. Poi ci provò il conte Camillo Benso di Cavour, con tanti modi e maniere garbate, senza trovare risultato. Fu avvicinato da un generale piemontese ma nulla, insomma, era un genio e l’ebbe dimostrato durante la sua carriera. Nell’assedio di Messina il Cialdini scrisse al generale Fergola, chiedendo se fra le sue truppe fosse anch’egli presente. Dalle sue informazioni, era scomparso durante l’assedio di Gaeta. La resistenza che gli eroi della Real Cittadella posero in essere, dipese dalle sue capacità. Le artiglierie sabaude composte attorno alla fortezza di Messina, distanti fuori gittata dei cannoni napoletani, comunque vennero fatte a pezzi, dalle armi modificate che sparavano in modo diverso incontrando le batterie collinari, poste fuori dalla gittata canonica dei cannoni di ferro borbonici, sorprese dalla inaspettata traiettoria di palle incendiarie furono distrutte. Fu affrontato dal Cialdini dopo la caduta della Real Cittadella, degradato in modo umiliante, minacciato di fucilazione, ma l’alto comando del neo regno italiano, aveva già spedito una missiva al Cialdini imponendogli che non gli fosse torto un capello. Persino lo zar di Russia s’interessò del suo destino. Nel 1863 se non erro, il nostro personaggio ritornerà a Napoli, voleva ritrovare i suoi amici e parenti, ma sarà coinvolto in una retata messa in atto dalla polizia, che raccoglieva napoletani sospettati di borbonismo per portarli nelle fortezze piemontesi. Fu imbarcato su uno di quei vapori come un qualunque “brigante”. Ritornerà comunque stanco in patria dove, troverà la morte in età avanzata.

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