Primo tentativo di “respingimento” navale d’immigrati

di Attilio Borda Bossana

Immigrati a bordo dell’ Euro, recuperati nel canale di Sicilia durante l’operazione Mare Nostrum nel 2014

Alla fine del mese di giugno l’Italia, tramite il suo rappresentante permanente presso l’UE, Maurizio Massari, ha posto al commissario UE per le migrazioni Dimitri Avramopoulos, la questione degli sbarchi sulle nostre coste. Esponenti istituzionali e politici italiani, hanno quindi parlato della possibilità di una chiusura dei porti italiani alle navi straniere come risposta all’afflusso di migranti via mare e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita in Canada, ha parlato della necessità di una maggiore collaborazione internazionale per gestire la situazione. Anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dai lavori del G20 di Amburgo e dall’incontro trilaterale a Trieste tra Germania, Francia e Italia, è stata considerata la misura di negare l’approdo nei porti italiani alle navi gestite dalle organizzazioni non governative che compiono salvataggi di migranti davanti alla Libia. Non un “blocco navale”, che il Glossario di diritto del mare, indica come «misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante», ma di impedire – anche con la forza, se necessario – le partenze.

La proposta italiana è una forma di limitazione degli arrivi; il trattato internazionale che ne stabilisce le regole, è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata dall’Italia nel 1994. All’articolo 19, stabilisce che il passaggio di una nave, qualunque sia la bandiera che batte, nelle acque territoriali di uno Stato è inoffensivo, e dunque permesso, «fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero». Nel comma 2 si precisano le attività che potrebbero portare a considerare il passaggio non inoffensivo: una di queste è «il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o d’immigrazione vigenti nello Stato costiero». Insomma, se si sospetta che la nave stia violando le leggi sull’immigrazione italiane, il diritto internazionale permette alle autorità italiane di impedire l’accesso della nave nelle acque territoriali.

Il Comandante Cervone

Prima di tutto ciò vi fu un precedente, ormai storico, che pose all’Italia il problema dell’accoglienza di tanti disperati albanesi, stipati e non imbarcati, su quello che non era più un mezzo di trasporto marittimo. La vicenda è quella della nave Vlora, arrivata a Bari l’8 agosto 1991, raccontata nel 1994, dal film “Lamerica”, diretto dal regista Gianni Amelio, e da Daniele Vicari col documentario “La nave dolce”, costruito intervistando i protagonisti di quelle giornate drammatiche dell’immigrazione albanese. Tra quei protagonisti vi era l’allora C.F. Salvatore Cervone, un ufficiale messinese comandante della nave della Marina militare italiana, la fregata Euro, che cercò di ostacolare lo sbarco. Il comandante Cervone, oggi in pensione, ricostruisce a distanza di ventisei anni, particolari inediti di una vicenda che per la prima volta, aveva visto protagonista una nave militare italiana cui era stato ordinato di dissuadere un mercantile a entrare in un porto italiano.

Quel mattino – esordisce il comandante Cervone – alle prime luci dell’alba l’elicottero imbarcato sull’Euro, un AB 212 era diretto verso la posizione stimata del Vlora. Avevamo bisogno di un’identificazione ottica dei vari bersagli radar che avevamo acquisito in quell’area. Il Pilota Capo Equipaggio ci confermò in Centrale Operativa di Combattimento (C.O.C.) che era in vista del Vlora. La sua però non fu la consueta voce metallica amplificata, per un normale avvistamento di un traghetto in trasferimento o di un peschereccio intento in attività di pesca. Il Pilota riportò di essere in presenza di qualcosa che non aveva mai visto prima e, per darci un’idea disse: “Saranno più di mille”. Valutazione più che corretta giacché alla fine si scoprì che su quella nave erano stipate circa 12 mila persone. L’Euro entrò in contatto ottico con il Vlora e le immagini percepite prima col binocolo e poi a occhio nudo, ricordarono al comandante Cervone, come ci confessa, una sua memoria messinese con le illustrazioni intercalate tra i Canti dell’Inferno della Divina Commedia, che lo avevano accompagnato nei tre anni scolastici trascorsi al Liceo Scientifico Seguenza, dal 1967 al 1970.

Vlora affiancata all’Euro

“In avvicinamento – ricorda il comandante – cercammo di stabilire un contatto radio sulla frequenza VHF di soccorso, il Canale 16. La mia richiesta di transitare su un altro non fu mai accolta dal Comandante del Vlora, Halim Maliqi, un primo segno, interpretato tra la gente di mare, come volontà di non collaborare. Iniziammo dunque a recitare la formula che lo Stato Maggiore della Marina aveva allora approvato come Prima Regola di Ingaggio per questi casi: “Vlora, qui Nave Euro della Marina Militare Italiana, non siete autorizzati a entrare nelle acque territoriali Italiane, modificate la vostra rotta. In caso d’ingresso in acque italiane e di approdo in un porto italiano l’equipaggio sarà arrestato, la nave sarà sequestrata e tutti i passeggeri verrano rimpatriati”. Le comunicazioni radio ripetute più volte a intervalli regolari non ebbero alcuna risposta e frattanto la distanza tra l’Euro e il Vlora si era ridotta a poche centinaia di metri e quella visione dantesca del Vlora appariva sempre più chiara. “Lo sguardo – ricorda Cervone –  inevitabilmente fu attratto dalle alberature stipate di uomini; sul trinchetto solamente, ne contai un centinaio. Incredibile! Quel mercantile stile Liberty, del quale se ne vedeva ancora qualcuno per mare negli anni ’90, dava l’impressione di una mezza banana abbandonata al sole e abbordata da migliaia di formiche. Erano invece esseri umani!“.

Vlora ed Euro

Le comunicazioni radio dell’Euro non ricevevano risposta quindi la nave militare si avvicinò a circa 50 metri, sul lato dritto del Vlora, a portata di megafono, ripetendo la formula (…) non siete autorizzati a entrare nelle acque territoriali Italiane (…). “Fu allora – ricorda il comandante Cervone – che si levò dal Vlora un coro unanime di quelli che avevo sentito solamente allo stadio in occasione delle partite della Nazionale di calcio: Italia! Italia! Italia! Tutto l’equipaggio dell’Euro, era lì con me, incredulo e allo stesso tempo partecipe di quel dramma umano che si stava consumando nel nostro Mare Adriatico”. “Per l’Euro”, fregata lanciamissili con velocità e capacità evolutive largamente superiori e dunque non paragonabili a quelle del Vlora, “sarebbe stato – rammenta Cervone – agevole allontanarsi per poi sopraggiungerla sul lato dritto, costringendola ad accostare. Ma il Vlora procedeva dritto, con la prora puntata sul porto di Bari, a una velocità di circa 10 nodi. Iniziammo dunque a mettere in atto la seconda Regola d’ingaggio approvata dallo Stato Maggiore della Marina, che prevedeva manovre cinematiche per costringere il Vlora a cambiare rotta per evitare la collisione. Ne avevo già attuata qualcuna in avvicinamento a quella che fu poi definita la “nave dolce” per il carico di zucchero che aveva ancora a bordo, provenendo da Cuba”. Ma quelle manovre cinematiche non ebbero effetto e la distanza dalle acque territoriali diminuiva e l’ordine di impedire al Vlora di entrarvi permaneva. “Le mie manovre cinematiche divennero sempre più aggressive e fu solamente allora che il Comandante del Vlora decise di comunicare via radio, sempre sul canale di emergenza”. In italiano disse che capiva l’intento dell’Euro di costringerlo a inficiare la sua rotta ma che egli non era in grado di modificare né rotta né velocità, essendo sotto la minaccia delle armi da parte di uomini estranei al suo equipaggio. “Dalle poche parole pronunciate, dal tono e dalla sinteticità della sua comunicazione compresi – commenta Cervone – che era un uomo di mare, un professionista che sapeva quel che faceva. Valutai allora che se avessi continuato con quelle manovre così aggressive, avrei messo a repentaglio la sicurezza della nave e dell’equipaggio che in tempo di pace, è comunque sempre la prima missione del Comandante!”.

Il mercantile Vlora e la fregata della M.M. Euro

In prossimità dell’ingresso del Vlora nelle acque territoriali italiane era necessario decidere come impedire la sua navigazione verso Bari. Il comandante dell’Euro, valutò di non avere altri mezzi che quello di aprire il fuoco, seguendo gli step previsti: “colpi a prora via del bersaglio, colpi di avvertimento sempre più vicini fino al colpo a bordo, non scoppiante, per invalidare gli organi di governo. Con quello smisurato carico umano a bordo l’operazione si profilava alquanto rischiosa. Non avevo altri mezzi a mia disposizione e decisi quindi di chiedere a Roma. l’autorizzazione ad aprire il fuoco di avvertimento. Arrivò immediatamente, via radio, il diniego, confermando la direttiva di continuare a dissuadere l’equipaggio del Vlora, con comunicazioni radio e manovre cinematiche”. Un’ora più tardi le navi erano in prossimità dell’imboccatura del porto di Bari, in un caldo pomeriggio di agosto e l’ultima manovra del comandante Cervone per impedire al Vlora di entrare in porto, fu di porre l’Euro davanti al mercantile, ma la riduzione di velocità non diede altro esito che quello di un possibile ”tamponamento” da parte del mercantile. I danni sarebbero stati cospicui per non parlare della possibile perdita di vite umane; il comandante del Vlora, sapiente marinaio, fermò allora i motori calcolando che con il solo abbrivo, sarebbe arrivato in banchina. A quel punto centinaia di teste iniziarono ad apparire dall’acqua all’interno del porto di Bari. Erano passeggeri del Vlora che si tuffavano in mare felici di essere approdati in un porto Italiano. Cervone confessa che ”il pericolo di coglierne qualcuno era elevato ma, procedendo alla minima velocità all’indietro, ben scrutando il mare di poppa, riuscimmo a sfilarci dal porto di Bari e a tornare nelle acque antistanti il porto, senza alcun incidente”.

Quella missione finì così ma “ironia della sorte: dopo un anno esatto, rievoca il comandante Cervone, l’Euro in navigazione nel Mar dei Caraibi, in acque ben lontane dall’Albania, in occasione delle celebrazioni per il 500° anniversario della scoperta dell’America (1492-1992), in compagnia di Nave Grecale, incrociammo dei profughi che si lasciavano andare alla deriva da Cuba verso Key West, punta meridionale estrema della costa della Florida. Soccorremmo quei volontari naufraghi informando la Guardia Costiera degli Stati Uniti che inviò un elicottero appontato sull’Euro per prelevare i naufraghi e poi rimpatriati come da consolidata prassi in vigore. L’intera operazione si terminò nel giro di un paio d’ore e avevamo parlato solamente con una locale stazione della Guardia Costiera.

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