Pro – Victae

di Gaetano Catanzaro

mappa d’epoca dell’Impero Romano (1862)

Pro – victae è questo il termine con cui in epoca romana venivano chiamati i territori conquistati che venivano amministrati da un proconsole o un magistrato inviato da Roma.

Dal punto di vista giuridico si trattava di ripartizioni del territorio dell’Impero dove gli abitanti non godevano degli stessi diritti di chi aveva la cittadinanza romana: le Province.

Le prime province annesse allo Stato romano furono la Sicilia, tolta ai Cartaginesi dopo la I guerra punica, la Sardegna e la Corsica create nel 226, la Spagna ulteriore e citeriore nel 197. La provincia della Macedonia fu annessa nel 146, assieme a quella dell’Africa, dopo la distruzione di Cartagine. Nello stesso anno fu ridotta in provincia e sottomessa anche la Grecia, col nome di Acaia. Con la donazione del regno di Pergamo, lasciato ai Romani dal re Attalo III, fu costituita nel 133 la provincia d’Asia. La Cirenaica (75) e la Bitinia (74) vennero cedute ai Romani dai rispettivi re, mentre la provincia della Gallia Narbonese, annessa nel 118, fu poi ingrandita nella sua naturale estensione da Cesare. Pompeo ridusse a provincia la Siria; territori provinciali nel sec. I erano considerati anche l’Illirico e la Cilicia.

Sotto Augusto si combattè sulle frontiere settentrionali dell’Impero, lungo il Danubio: con le nuove conquiste si crearono le quattro province danubiane della Rezia, del Norico, della Pannonia e della Mesia. L’Egitto invece, incorporato nello Stato romano dopo la battaglia di Azio nel 31 a. C., ebbe da Ottaviano Augusto una speciale sistemazione. Le successive province più importanti furono, sotto Claudio e Traiano, quelle della Britannia e della Dacia. Ma altre regioni governate da re clienti divennero province nella prima età imperiale: la Cappadocia, la Mauritania, la Tracia. Nel sec. II divennero province l’Arabia e la Mesopotamia. L’imperatore Diocleziano diede un ordinamento diverso alle province abolendo la distinzione fra esse e l’Italia, aumentando il loro numero (da 46 salirono a 87), rendendo organici i rapporti di esse con la burocrazia centrale e assegnando a ciascuna due governatori, uno civile e uno militare. Rese di minore ampiezza, le province furono incluse in circoscrizioni territoriali più ampie.

Alla caduta dell’Impero romano tutta l’organizzazione del territorio, e pertanto anche la ripartizione in “Province” si modifica profondamente. Le invasioni barbariche sconvolgono l’ordinamento precedente: lentamente si delinea una nuova organizzazione dei territori, tipica del periodo feudale, con la nascita dei ducati, delle contee e dei marchesati. In questo periodo i singoli territori non sono sottoposti ad una diretta autorità superiore, ma si propongono essi stessi come signorie, con una forte autonomia rispetto al potere di livello superiore, sia esso impero o chiesa.

1789 Assemblea Costituente

Tale situazione, per larghe linee, si protrae sul territorio italiano fino a tutto il XVIII secolo, ed è questo periodo che dobbiamo osservare per comprendere le origini politiche e culturali dell’ordinamento amministrativo italiano, partendo da quello straordinario momento di discontinuità storica rappresentato dalla Rivoluzione francese, che delineò un assetto del tutto diverso da quello di centralizzazione del potere e compressione delle istituzioni locali che contraddistingueva il periodo precedente.

Già nel dicembre del 1789 l’Assemblea Costituente emanò una serie di decreti per il riordino amministrativo del territorio nazionale. Con tali provvedimenti si delineò un nuovo assetto della macchina statale francese basato sui principi dell’unità, dell’indivisibilità, del decentramento e dell’elettività degli organi. Il territorio nazionale venne suddiviso in quattro circoscrizioni amministrative, a cui corrispondevano altrettanti livelli di potere: i dipartimenti, i distretti, i cantoni e i comuni. La figura centrale di raccordo tra il potere centrale e quello periferico, l’intendente, venne sostituito da un corpo di funzionari elettivi.

Le riforme approvate nel periodo rivoluzionario, non riuscirono tuttavia, se non in minima parte ad essere attuate. Fu solo nel periodo successivo, con l’ascesa al potere di Napoleone e l’instaurazione di un governo personalistico basato sulle vittorie militari, che il sistema amministrativo francese divenne un meccanismo di grande efficacia al punto da diventare modello per molti Paesi europei, a partire proprio dall’Italia.

Da sottolineare che mentre i decreti dell’Assemblea Costituente del dicembre 1789 erano ispirati da una prospettiva di decentramento amministrativo, la legislazione napoleonica si caratterizza, all’opposto, coerentemente con i nuovi assetti del potere, come la massima declinazione dell’accentramento statale.

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