Reddito di cittadinanza e precarietà

di Filippo Romano

Il reddito di cittadinanza è – come definito da un recente articolo apparso su “Il Fatto quotidiano” – “l’ultimo baluardo garantito dagli Stati contro l’indigenza“. L’ultimo, s’intende, dopo le politiche economiche e sociali di sviluppo economico e di contrasto alla disoccupazione.

In Italia non esiste. Qual è dunque nel nostro Paese l’ultimo baluardo contro l’indigenza?

La legge prevede diverse forme di provvidenze e di assistenza (per invalidi, licenziati, cassintegrati, inabili al lavoro, categorie protette, ecc.); nessuna, però, è universale; tutte sono connesse, invece, all’appartenenza a specifiche categorie. Appartenenza soggetta a certificazione (burocratica) e transazione (politico-sindacale). Mai automatica.

Dunque il requisito per ricevere aiuto dallo Stato è sempre legato alla malattia/inabilità o alla perdita del lavoro (che sempre si presume temporanea, anche di fronte all’evidenza della definitività). Ciò nel segno del timore che misure universali favoriscano la rinuncia al lavoro o la rinuncia dei mai occupati a cercare uno. Che favoriscano i fannulloni, insomma.

Ma la mancanza di un diritto incondizionato al sussidio per chiunque si trovi in indigenza, sostituita dalla aspettativa di mediazione e conseguente certificazione di uno status che apra le porte all’assistenza, diffonde un sentimento di precarietà nella popolazione. Fanno eccezione i disabili ma sovente la pratica burocratica rende precario e arduo anche un riconoscimento che spesso giunge solo per vie giudiziarie (quindi con ulteriore mediazione di patronati, avvocati ecc.).

Questo è il nostro baluardo alla povertà. E nel resto d’Europa? Tutti i paesi europei hanno un reddito di cittadinanza, anche a seguito di un obbligo stabilito dalla UE nel 1992. Fanno eccezione l’Italia e la Grecia, che mai hanno adempiuto.

Soprattutto hanno forme di sussidio anti-povertà, da decenni, i paesi calvinisti del Nord Europa, dove la rigida etica del lavoro renderebbe meno stridente con il sistema di valori dominante l’obiezione che da noi imperversa per cui “se adottiamo il reddito di cittadinanza, poi la gente non lavora più”.

Ed è curioso che il nostro perdonismo cattolico – che ogni peccatore può riconciliare con la comunità – non si estenda all’ “accidioso” povero. Sembra evidente che il fastidio per il fannullone non sia la ragione profonda del rifiuto italiano verso un incondizionato aiuto ai poveri. Questo Paese non ha mai posto lo stakanovista in paradiso e il pigro all’inferno.

Ma allora quali sono le vere ragioni di tanta resistenza all’adeguamento alle regole europee e alla introduzione del reddito garantito? Forse la precarietà e la conseguente necessità di mediazione (burocratica, politica, sindacale, professionale) non sono solo difetti ma – visti dall’altro lato – fonti di reddito e potere?

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