Santa Maria di Mili, l’abbazia normanna del Conte Ruggero I d’Altavilla

di Giuseppe Spanò

Santa Maria di Mili è una tra le più antiche testimonianze di architettura religiosa normanna della Sicilia. La chiesa, con l’annesso ex monastero, fu costruita negli ultimi decenni del XI secolo, inaugurata ed affidata ai monaci basiliani, di rito orientale, nel 1092, con atto di donazione del conte Ruggero I d’Altavilla, il quale, oltre a donarle notevoli estensioni di terreno nelle vicine zone, vi fece seppellire il proprio figlio Giordano, morto in battaglia nello stesso anno nei pressi di Siracusa. Tuttavia, sulla base di documentazione storica accertata, il luogo dove sorse la nuova Abbazia normanna era stato presente un piccolo cenobio già in epoca bizantina. La presenza dell’Abbazia, centro non solo religioso ma anche economico e, per un certo periodo di tempo, anche politico della vallata di Mili e di quelle circostanti, stimolò attività come la produzione della seta, la coltivazione dei terreni ad essa appartenenti e la molitura del grano, dando luogo alla formazione di un primo nucleo abitativo a monte dell’Abbazia, nell’alto bacino del torrente Mili, corrispondente all’odierna Mili San Pietro, e successivamente Larderia e Mili San Marco.

L’Abbazia, tra ‘300 e ‘400, attraversò un periodo critico a causa, soprattutto, dell’usurpazione delle proprie terre da parte di nobili messinesi senza scrupoli, i cui nomi compaiono persino nella serie degli Abati di quel periodo. La ripresa, sulla base dei pochi documenti ad oggi rinvenuti, dovette cominciare con il XVI secolo, quando, precisamente nel 1511, l’unica navata della chiesa fu prolungata di circa un terzo ed il soffitto rifatto. L’Abbazia, di Regio patronato, era soggetta a visite periodiche di Re o visitatori regi che garantivano il decoro e l’uniformità del culto a quello ufficiale. Per volere dell’imperatore Carlo V, l’abate di nomina regia, dal 1542 divenne in perpetuo il rettore del Grande Ospedale di Messina, appena fondato nella città dello Stretto.

Successivamente si aprì per l’Abbazia un periodo di decadenza che però non portò mai al collasso dell’istituzione religiosa, come avvenne per buona parte dei monasteri basiliani in Sicilia del tempo, probabilmente perché sostenuta economicamente dalla vivace economia agricola del territorio. La storia del cenobio si chiude miseramente nel 1866 quando, con le leggi eversive post-unitarie, il convento fu acquisito dal demanio e venduto a diversi soggetti, mentre la chiesa rimase in possesso del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno e, da allora, versa in uno stato di totale degrado.

Il convento è oggi in precarie condizioni di stabilità e buona parte di esso è crollata, mentre la chiesa, agibile grazie ad un sommario restauro dei primi anni ’80, è inaccessibile date le condizioni precarie dell’arco d’ingresso del complesso monasteriale che hanno comportato, nel dicembre del 2002, il sequestro dell’intero edificio.

Dal punto di vista architettonico, la struttura della chiesa è molto semplice, ad unica navata e con tre absidi; l’interno è stato completamente spogliato degli stucchi e degli altari che l’adornavano da un discutibile restauro agli inizi del ‘900. Da ammirare le tre cupole della zona absidale, in tutto simili a quelle delle moschee nordafricane e, dall’interno, il gioco di archi sovrapposti, anch’esso di ascendenza musulmana, che sostengono la cupola centrale, più grande, e le due minori ai lati. All’esterno, tipico dell’architettura normanna è il sistema di archi intrecciati, presente in molti monumenti siciliani del tempo e la decorazione dell’abside ad archi poggianti su lesene. Bello anche il portale in marmo e pietra calcarea della semplice facciata, costruita più avanti della precedente nell’intervento cinquecentesco di allungamento della navata, e lo stesso portone ligneo, risalente al ‘500. Da ammirare anche il tetto a travature scoperte del 1511, data che si legge su una trave. Il convento, in fase di degrado da decenni, è posteriore al 1092, perché ricostruito sul precedente, demolito o distrutto per motivi a noi ignoti. In esso alcuni studi hanno portato alla luce importanti resti che confermerebbero la presenza di un cenobio bizantino precedente a quello normanno ed anche una grande sala del piano terra adibita a palmento.

(foto di Giovanni Lombardo)

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