Storia di Castanea delle Furie dalle origini al XVII secolo – 1

di Alessandro Fumia

Stretto di Messina

Nell’antica storia patria di Messina, spicca nel suo territorio suburbano, la memoria delle forie cioè, delle terre prospicienti il recinto collinare, incastonate fra il mare e la montagna; queste sì, possenti, e isolate dal monte ‘Ntinnammare. Come una meridiana e baricentro geografico del promontorio peloritano, l’erta rocciosa del monte, divide i luoghi di qua e al di là del territorio di Messina chiamati, di tramontana o del nord; e di meridione quindi, del sud. Nel vasto comprensorio settentrionale degradante verso il mare, nel distretto delle terre di Messina, un tempo chiamato dell’Aquilone, troviamo fra numerose selle e anfratti, il poderoso insediamento della “Castanea“ nome latino,  dal quale echeggia un incerto passato. Meno incerto e ben presente risulta, l’appellativo delle forie ossia, delle terre immediatamente vicine al paese, che componevano il perimetro naturale dell’antica civitas. Un antico appellativo quest’ultimo, che ha lasciato una traccia, in una raccolta particolare. – 1,

G. B. Pellegrini, Toponomastica italiana, cap. II, p 85 – toponimi dalla lingua di Sostrato V secolo d.C., in Analecta Graecae, segnala il toponimo Furi: “casalia prope Messanam” oggi, Castanea delle Furie «dalla voce, utilizzata spesso con  il φ, al posto del χ  di ( χωριον ) alias, villaggio» che fa osservare, nella evoluzione del termine, la prima radice sillabica, adesso resa dipendente, al suono latino.

Un paese, la sua identità, sarebbe il titolo giusto per il villaggio di Castanea sopra Messina.  Altre carte non meno importanti di quelle segnalate in calce, mettono in evidenza, l’epopea del casale che per secoli, continuava a mantenere spiccate caratteristiche morfologiche. Si è propensi a credere, che Castanea, avesse come per gran parte degli insediamenti collinari attorno a Messina, la stessa valenza degli altri 47 villaggi. La memoria che giunge dalle carte e da particolari documenti, fa apparire questo abitato, quasi un luogo a se stante. Un’entità civica con particolari gradienti: frutto di una spiccata propensione, al municipio piuttosto che al sobborgo della Città Grande. Cosi che, la riscoperta del suo passato e delle rispettive gioie, danno la risultanza di un vallo distinto e separato dalla Città dello Stretto. Passando al vaglio un carteggio, fatto oggetto delle cure, di uno degli storici spagnoli di un certo livello, quali fu Josè De la Peña y Càmara, si può accertare, fonti adesso  esplicative. Più attendibili dei forse o vedremo; la storia del borgo medievale altrimenti conosciuto come “ la Furia del Norte”  è segnalata, allo stesso tempo come civitas. – 2,

A. D’ Amico, Documenti per servir alla storia di Sicilia, p 39 – “de sus dias la ciudad tiene privilegio de nombrarie, como el de la Furia del Norte”. Dalla quale traduzione sentiamo che: “da assai tempo, questa città, ha come un privilegio, il nome di Furia del settentrione”

Tommaso Falzello – storico e teologo (Sciacca 1498 – Palermo 1570)

Sede di un presidio degli Ospedalieri dei cavalieri Gerosolimitani, dalla seconda metà del ‘300 Castanea, assume via via un’importanza primaria, nella strategia del controllo del territorio suburbano di Messina. Fin adesso, non erano state segnalate consistenti soluzioni murarie, dove identificare l’oppidum. Tommaso Fazello a differenza di altri, chiamava Castanea “Castagna”, identificando quel luogo non con l’appellativo di casale, ma di castello. In quest’ottica, assumono un valore diverso, le notizie riportate da una ricostruzione storica, di Bartolomeo Borghesi: lo storico romano, studiando alcune carte sulle origini della gens di M. Furius, assume una posizione distinta. Egli osservava, aiutandosi con importanti elementi bibliografici che, Massimo Manio Furio centurione e collega di Appio Claudio, assunse con merito in patria, valore rimarchevole. Infatti, durante la campagna della prima guerra punica, quindi nel distretto di Messina, aveva incamerato per privilegio, buona parte delle terre prospicienti la città mamertina. Ne consegue che, le terre conquistate presso Messina, fossero ricordate come terre di Furius; e così individuate anche in patria, presso Terracina; medesimamente, ampi territori ricchi di villaggi rurali, venissero identificati come quelli dei Furii. A questa famiglia, consanguinea dei Valeri oggi, si può guardare, come ispiratrice di una storia ancora da scoprire. Tanto che, i Furii  cioè, la gente discendente da Massimo Manio Furio, è una curiosità in ambito al territorio collinare della Città dello Stretto. Si che, ancora in epoche più recenti: sia al tempo del Fazello che ugualmente fino all’ottocento, queste località presso Castanea, fossero intese le terre dei Furii. – 3,

V. Mortillaro, nella sua historia, p. 409 al n° 12 segnalava come, la gente di Messina, chiamasse i villani dei casali di settentrione con l’appellativo dei Furii.

Dunque, da questi riferimenti, si viene delineando una realtà civica con proprie peculiarità. Una città arroccata fra le colline sopra Messina, a guardia di un trivio stradale che diventerà nei secoli, un importante snodo per il controllo del territorio adiacente alla Città Grande. Un borgo satellite come ce ne stanno tanti altri oppure, qualche cosa di diverso e più complesso? Alcune fonti nel XIV secolo, incominciano a trattare i fatti e la storia di Castanea, dipendere dagli avvenimenti, del Priorato degli Ospedalieri dei Gerosolimitani.

Chiesa di San Giovanni Battista (foto da www.iferridumisteri.it)

L’atto più vetusto, risale al 1326, dal quale si presume, una  marcata presenza del Priorato in questione, insediato in questi luoghi. L’impianto urbano in cui si muovevano le mura di Castanea, faceva apparire il presidio civico, sotto le sembianze di un quadrilatero orientato, servito da relative bastonature. Di vero e proprio presidio fortificato si parlava, dovendo dare forza, alle notizie che riecheggiano nei documenti più antichi. Il limite principale dell’abitato, almeno quello in cui ricadevano presidi e mura, era evidenziato, dalla presenza di aule ecclesiastiche. Si può bene dimostrare, come i complessi architettonici, facenti capo alle chiese più importanti di Castranea, ricadessero presso  resti fortificati: vedi per quanto riguarda la chiesa del Tonnaro, un tempo, segnalata sopra un’apparente torre, con mura che presentavano evidenti merlature, sintesi di arroccamento e di vedetta. Come appare ancora oggi, continuano a mostrarsi, resti murari presso la chiesa di san Giovanni Battista; anche allo stesso tempo, rimangono palesi i richiami storici, sulla presenza di una torre di legno, persistere presso la più vetusta chiesa di Castanea, come quella di santa Caterina d’Alessandrina. – 4,

A. Ciraolo, nella sua storia di Castanea, a p. 19 e succ., racconta di un altissimo campanile della chiesa di santa Caterina d’Alessandria. – Certamente inusuale, appoggiare una struttura notevolmente elevata per una semplice cappella; e di cappella ad unica navata si tratta, dovendo descrivere le fabbriche di santa Caterina, se non fosse altro, che simile monumento, nel passato, avesse ben altre dimensioni e ben altre attribuzioni –

Si che, a un attento osservatore, non sfugge un singolare espediente, dovendo mettere le tracce delle rispettive mura dei templi cristiani, in relazione ai resti murari di natura militare. La presenza dell’ordine dei Cavalieri di Malta giustifica ampiamente la soluzione di fortificazioni, atte al controllo militare del territorio. E le contingenze, rese vive, dagli avvenimenti del XVI secolo, risaltano quelle necessità. Era poi giustificabile, il complesso del presidio del vallo del casale di Castanea, visto in funzione, di una  notevole difesa della retroguardia della Grande Città? Da alcune fonti, proprio così non appare. Seguendo le direttive, fatte oggetto di studio da numerosi studiosi dell’ottocento, analisi di carte conservate in fondi spagnoli, si estrae, da un’apposita cronaca, una serie di notizie di un certo interesse storico. Queste notizie, gettano una luce precisa, sulla vita politica del vallo di Castanea; tanto che, si può ricostruire una realtà ben distinta con peculiarità precise:  tutte proiettate a svelare, la presenza di un abitato distinto e separato da Messina. Insomma, una realtà civica con proprie caratteristiche; con rispettivo ordinamento e organizzata per difendere il proprio territorio e i relativi interessi demaniali piuttosto, che proteggere le spalle ai messinesi.

Francesco Maurolico – matematico, astronomo e storico (Messina 1494 – 1575)

Infatti, attraverso questa cronaca spagnola e gli scritti del Maurolico, e di Placido Reina, è palese che il cosiddetto Casale, in realtà fosse un centro, assolutamente autonomo dalla Città dello Stretto; organizzato a difendere i propri legittimi interessi. Nel Sicanicarum Rerum…, scritto dall’abate Francesco Maurolico, si fa esplicito riferimento alla città di Castanea e alle sue furie. Già questo dimostra, come la mancanza di riferimenti successivi, abbia concorso a distorcere il solco naturale della storia. In funzione di una delle tante incursioni turche nel territorio pedemontano dei Peloritani, si apprenderà che, per effetto di una sortita degli uomini di Ariadeno il barbarossa, anche Castanea rischiava di subire, lo stesso destino degli altri centri tirrenici. Ma, avvertiva il Maurolico e con lui, il Reina, in questo caso, le cose andarono in un modo imprevisto. Dalla cronaca latina si apprendono alcuni particolari, sfuggiti e non colti, agli storici successivi. La sortita notturna del Barbarossa aveva trovato un’insospettata resistenza. Innanzitutto si parlava di mura e di porte, per esaltare la presenza non solo di un presidio militare, ma di una città vera e propria. Specificando che, l’assalitore aveva fatto razzia nei territori di Castanea. Già questo passaggio dimostra come, di attribuzioni specifiche si sta trattando. Non un semplice casale con annesso un territorio rurale ma, cosa ben diversa, un vallo fortificato con accessi presidiati in una sorta di perimetro attorno a un castello, a protezione del territorio confinante.

A questo punto, si deve osservare un fatto nuovo. Il territorio prospiciente Castanea quindi, le terre dei mulini, denominato  Demanio delle Masse, si doveva collocare nella sfera di questo vallo, piuttosto che in quello della Grande Città. Dove c’è un castello, ci sta un signore, e ne consegue una giurisdizione indipendente da quella di Messina.

“Armas y tambien se res toma residencia. Los vecinos destas aldeas casi todos son labradores y hacendados. En qualquiera dellas asiste cierto numero de soldados de campaña, con su cabeça que llaman el Caporal de los provisionados, tomando el appellado de la cedula”.

Ovvero, cosi come traspare dalla sua rispettiva traduzione: – La truppa è distinta dal Palazzo. Gli abitanti di questi luoghi sono quasi tutti allevatori e agricoltori. Posseggono un certo numero di soldati stanziali di campagna con un comandante, chiamato “Capo delle Disposizioni”  prendendone il grado, per volontà del popolo che lo elegge con una cedola di riconoscimento –

Questa breve memoria, ricca però, nella sostanza e nel rispettivo valore, ci fornisce un  elemento in più, sulla gente di Castanea; la quale, si era organizzata con apposito regolamento e statuto. Innanzitutto, erano abitanti di un castello che aveva non solo un presidio militare, ma anche una guardia civica e relativo palazzo; questa guardia era sovrintesa da un comandante, come anticamente veniva nominato anche a Messina, seguendo il modello medievale, dell’elezione per nomina cedolare. Quindi, una sorta di Capitano della città, eletto dal popolo in pubbliche elezioni ogni mese di aprile, da tutti i residenti e dai villani delle frazioni vicine. A questo municipio erano riconosciuti particolari attendenti. In esso si ritrovarono insediati, l’ufficio del Priorato Gerosolimitano e quello del Priorato del Baglio. Infatti, la città di Castanea, veniva assoggettata, a un consiglio di uomini savi ovvero, formato da quei Capitani, divenuti inseguito giudici, che avevano retto le briglie della città.

Michele Amari, nella sua opera al libro III, pag. 300 e successive così attestava: “I Buoni uomini, par componessero un Consiglio ristretto, nel quale intervenivano i bauli, officiali amministratori e giudici regi, istituiti in Sicilia, da re Ruggero in luogo di primi comiti e stratigoti nei primi tempi Normanni”.

1-continua

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