Storia di Castanea delle Furie dalle origini al XVII secolo – 2

di Alessandro Fumia

Emblema dell’Ordine Domenicano con il motto “laudare, benedicere, praedicare”

Dunque, da queste note appare che, l’antico municipio di Castanea, si reggesse  da se, grazie ai servigi di un Gran Consiglio di saggi, provenienti dalle fila dei Capitani Annuari, seguendo, l’ufficio normanno del Bajulo, nelle attendenze di una sorta di giudici eletti a suo tempo dal popolo. Cosa ben diversa dai giurati di Messina, ma assolutamente indipendente da essa; i villani di Castanea, seguivano  un ordinamento a se stante. Ecco che in tal guisa, si spiegano le 24 chiese e i tre conventi che la sua storia ricorda. Avendo cura, delle fonti più antiche e meno controverse, saltano fuori nuove scoperte d’archivio, sulla presenza ecclesiastica nel vallo di Castagnea. Del tutto inattesi, emergono fatti e cose, che ci mostrano, una realtà civile molto dinamica e aperta a percorrere, in una logica di crescita morale e civica, una  strada importante per il passato, come quella intrapresa dall’ordine dei frati di san Domenico. Infatti, seguendo le vicende del cives castanoto, Bernardo Gentile, uomo  importante del rispettivo ordine, si possono cogliere importanti retroscena inimmaginabili prima di adesso. Da queste memorie, si completa in modo più logico, un tessuto e una grandezza spirituale che deve dare sfogo, al complesso delle tante anime di Castanea. Proprio la presenza dell’ordine dei fraticelli Domenicani in un luogo come questo, forte delle implicazioni politiche, alle quali si legavano questi religiosi, in si tale periodo storico, fa osservare questi avvenimenti, sotto una luce  diversa.

Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo

L’ordine  religioso dei fraticelli dei Predicatori in Sicilia, si era fatto tramite, del sovrano Alfonso il Magnanimo: essi, erano stati ritenuti da questo signore, i referenti politici principali che gli Aragonesi avessero  in Italia, già a partire  dal pontificato di Eugenio IV. Le vicende storiche tradotte dalla seconda metà del 1400 fino alla battaglia di Lepanto, esaltano fra gli altri, il ruolo dei Predicatori nel contesto siciliano prima e messinese successivamente.  Tante rendite e privilegi, riconvertiti  su interessi prima Templari e successivamente Giovanniti,  erano stati trasmessi all’ordine Domenicano. Si che, il presidio del Priorato degli Ospedalieri, perdeva l’antica capacità voluta da Roma, di gestire il patrimonio della Santa Sede ora demandato, principalmente per volontà regia, a questi nuovi religiosi. La gestione della cosa pubblica in ambito ecclesiastico, ha avuto nella storia di Sicilia, diversi attori, demandati a torto e a ragione, da competenze sovra regionali, garanti dal potere della chiesa nel mondo. Ora, bisognerebbe cogliere l’attimo, nel quale, quelle competenze passavano di mano in altre mani. Fino a che, i Predicatori non furono invisi al potere temporale che regnava in Sicilia, essi godettero di meriti e riconoscimenti.

Studiare un personaggio importante come Bernardo Gentile, apre scenari sorprendenti; ma chi era costui?  Bernardus Gentilis nacque a Castanea nel 1470 da famiglia di allevatori, delle terre di Castanea e condusse i suoi primi anni nel volgo, nella scuola che fonti successive, preciseranno essere governata dai fraticelli Domenicani.  Già sul finire del secolo, si trasferisce presso Salamanca, entrando  nella comunità spagnola dell’ordine suo. Negli anni successivi, la capacità nello studio e nella professazione della regola, lo vede primeggiare fra i più eruditi dell’ordine, insediato presso la cattedra di teologia dell’Università di Padova. Nel 1508 Bernardo, si insedia nel convento Domenicano sito a Castanea, probabilmente nelle vicinanze della chiesa di santa Caterina d’Alessandria. In esso, ricoprirà il ruolo di abate per lungo tempo. La sua fama di eccellente storico, letterato e umanista lo accompagnerà anche in queste terre di Sicilia. Di lui si ricordano alcune opere molto famose in quegli anni. Con l’ascesa al trono di Carlo V, del quale ne diventerà consigliere spirituale e Pubblico Oratore, scriverà l’opera che lo condusse agli altari della cronaca, aprendo di fatto, un nuovo metodo  nella composizione, più volte ripresa e adottata, da illustri insigni uomini di lettere.

Bernardo Gentile – La Carolea

Gentilis fra Bernardus O.P. – La Carolea un poema laudatorio rivolto a Carlo V; composto in 8 livelli, e stampato in caratteri gotici formato in 16 linee per foglio. Stampato dalla tipografia dei fratelli Brea a Messina 1526. -Ibidem, M. A. Coniglione O. P. scrisse di Gentile alcuni passi della sua vita, ricordandolo come Arcivescovo di Bosa. -Ibidem, Accademia  di scienze, lettere ed arti di Palermo, serie IV, vol. X 1949- 50, tratta sulle vicende delle opere e della vita di Bernardo Gentile che insegnò teologia, nelle città di Padova, Pavia e Salamanca non che, nel convento di Castanea per poi assurgere al soglio vescovile di Bosa città della Sardegna.

Da quanto detto, se ne deduce che, il territorio dei Furii, non era altro che un centro dedito alla coltivazione della terra (ortaggi, vite), alla pastorizia e all’allevamento; mentre, i borghi vicini ovvero, il territorio delle Masse, era adibito alla coltura del grano, della vite e del gelso dal quale si estraeva  la seta. Il rispettivo presidio militare, composto dai cavalieri del Priorato dei Gerosolimitani poi detti di Malta, non che dalla guardia civica avessero a cuore, tutto il territorio adiacente al loro municipio. A differenza di quanto si crede, questa parte di territorio, non fu sottomesso alla Città Grande se non costretta, da contingenze epidemiche; invogliando i suoi cittadini, a girare al popolo di Messina, talune quantità di viveri per non attirare il furore degli appestati. Altre carte e così pure altrettante contingenze che colpirono Messina, mostrano come, alle serrate del cordone sanitario, la terra di Castanea ne restasse fuori. Non esiste al momento un documento che segnali una sottomissione da parte dei borghi dei Furii e delle Masse, dove sia precisato, che alle produzioni locali, i messinesi vantassero diritti di prelazione né di censo. La querelle, scoppiata fra l’Arcivescovo di Messina e il Gran Priore dell’Ordine dei Giovanniti, nasce sulle attribuzioni di una parte del volgo, su cui la chiesa metropolita di Messina, vantava meriti e diritti mai dimostrati dagli stessi ufficiali. Archivio Storico Siciliano, vol. 20, anno 1895, p 406, dalla quale si estrae quanto segue.

Trattando delle cronache e delle attendenze degli arcivescovi di Messina sui presunti possessi a Castanea, interviene una nota della Santa Sete; la quale prontamente, smentisce l’Arcivescovado messinese, ove convenga, l’uso nelle difficoltà, di far riconoscere un diritto di prelatura, della curia di Messina sull’antico Casale osservando – … il Santo Padre nominò per grandissimo lasso di tempo, un Delegato Apostolico per esercitare l’ufficio di prelatura, essendo quella città, vacante della prefatio diocesana, casales nullius diocesis.

Ma allora, come si spiegano le liti alle quali, i cronisti, soprattutto messinesi, davano ampio risalto; quando in realtà l’Arcivescovo di Messina non possedeva alcuno diritto di prelazione?  Eppure, alcuni documenti, rilanciano le pretese del capo della chiesa della Città dello Stretto, che a stretto giro di posta, pretendeva il pagamento di una rendita. K. Toomaspoeg, scrivendo  sui templari e sugli ospedalieri della Sicilia orientale  (ristampa a cura di G. Rossi Vario, p. 23) affermava:

… nel processo in corso fra gli ospedalieri di Messina, e l’Arcivescovo di quella città, il prelato pretendeva dai cavalieri, il pagamento di ¼ dei redditi del Casale; mentre questi ultimi affermavano, di dover pagare solo 40 tarì ogni anno.

Il litigio, fu segnalato alcune volte dagli storici di Messina, ma i fatti  stavano realmente nell’ottica in cui li osservava  il capo della chiesa locale? L. Petracca, giovanniti e templari in Sicilia vol. II, p 476 –

…secondo la Corte Straticotionale, il Casale di Castanea delle Furie in ambito ecclesiastico, doveva rispondere al Priorato dei Cavalieri di san Giovanni; che in forma ufficiale  affrettava a ricordare,  “ todas las Casas y yglesias que son en el dicho casal de Castanea, pagan la propriedad al Priorato de san Juan. ”

Senato di Messina, emblema dei privilegi soppressi in seguito alla rivolta antispagnola

Tale nella forma, camminano i fatti. Tutto tende a emancipare che, il cosiddetto casale fu in realtà, una vera e propria città, condotta da un gruppo di comando con proprie attribuzioni, riconosciuto possedere regolamenti e consuetudini non che, una sua indipendente organizzazione civica. Il castello e le mura, gli accessi e le strade, le terre limitrofe, sia pure i villaggi e i mulini  a essa soggette, rilanciano la visione di un’entità con precise attribuzioni;fin tanto che, queste competenze non furono smarrite, da nuove contingenze e altri avvicendamenti. Secondo una tradizione affermata da tanti, il destino di Castanea, si legò strettamente, ai fatti della rivolta antispagnola di Messina e con il disgraziato tracollo della Città Grande, anche il casale di Castanea e i territori dei villaggi amici, subirono la medesima sorte. Ma, le pagine ingiallite dei libri e delle carte a carattere storico, non sono dello stesso avviso. In una cronaca del 1680, Caio Barocco, ci descriveva un avvenimento che si apre alla critica, contrapponendosi totalmente, a tutte quelle fonti che cantano della gente messinese, assoggettata allo stesso destino della gran madre. Cosi che, l’autore, ci narrava alcuni occorsi, durante la rivolta messinese contro re Carlo II e i suoi:

“Verso l’anno 1677 addì 3 febbraio, il Marchese di Villavoire, confortato dai giurati di Messina, ordinò di assaltare Castanea con 500 fanti messinesi e alquanti cavalieri francesi, presso la quale terra, erano giunte informazioni, dove si concentravano, notevoli quantità di grano. Benché si andassero di molte unità scemando durante la salita, giunti a località Portella, furono affrontati da una gran squadra di villani del paese di Castanea, riuscendo questi ultimi,  a respingere le forze franco-messinesi, arrecandovi notevoli perdite in vite umane”.

In virtù, delle risultanze e delle notizie che vogliono il presidio di Castanea, tenuto da un esercito, entro un contesto piuttosto organizzato, considerare quei villani così come fanno in tanti, un manipolo di scalmanati, mi sembra un tantino azzardato. Avevano pur sempre, un battaglione innanzi a loro, formato da fanteria messinese e cavalleria francese; gli stessi, in più occasioni, avevano incrociato il cammino dei caballeros spagnoli, arrecandovi, notevoli sventure. Eppure, questa volta, si vorrebbe far credere che siano caduti per una scaramuccia di quattro agricoltori. Credo in realtà che le cose andarono, in modo assolutamente opposto, a quello che la cronaca messinese e partigiana vorrebbe farci credere. Dalle glorie storiche di Castanea e dagli eccessi, legati a una realtà ben lungi dall’essere, un semplice villaggio come gli altri, resterà il ricordo di una città emporio dei monti Peloritani, più consistente nei fatti, di quanto la storia lo ricordi. L’impianto del comune continuava a mostrarsi straordinariamente ancora secoli dopo. Giustamente le 24 chiese e i 4 monasteri e non più tre, e una scuola annessa al plesso dei Domenicani, fanno apparire questa rocca, sotto una luce diversa. Non solo fortificata da palizzate, tenute da un presidio di Cavalieri Giovanniti, ma bensì, una roccaforte con mura, porte di accesso e un castello, presso il quale, risiedeva la guardia civica e il rispettivo Capitano.

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