Tanto Rumore per nulla, a Messina – Parte I

di Alessandro Fumia

Una stravagante ricostruzione storica, da circa un secolo pervade le fantasie di alcuni sognatori, che vogliono riscrivere la storia della letteratura inglese; attraverso mediocri interpretazioni di fonti mai osservate e neppure cercate, pensano a stratagemmi, a soluzioni assurde sul conto di un viaggiatore siciliano, di nome Michelangelo Florio da Messina. Così accade di collocare William Shakespeare in Italia e poi, precisando, a Messina. Altri che inseguono gioie fanciullesche, senza verificare affatto la portata di quelle parole, s’immaginano esploratori di carte e di fonti. Così, a forza di vedere ciò che all’occhio conviene osservare, immaginano tranelli, segreti, anagrammi, frutto di una scuola a parer loro, quella del teatro, improvvisandosi investigatori. Sarebbe bastato, calarsi nel mondo di Shakespeare, quello vissuto, quello raccontato da tantissimi cronisti e autori per accorgersi, che quello che loro reputano il tempo della verità, era di dominio pubblico molti secoli orsono.

Queste memorie recuperate, trasformate dalla sapiente e geniale anima di uno straordinario commediografo inglese, fioriranno in partiture che hanno vinto il tempo. Sarebbe bastato immergersi nelle pagine di Luigi Da Porto, un novelliere e umanista Vicentino (1485 – 1529), famoso al suo tempo, per una sua novella fra le altre, intitolata Giulietta e Romeo, per comprendere le assurdità proferite da una millantata origine messinese, di un viaggiatore immaginario. Questa novella sui due amanti veronesi girava fra le corti e i palazzi italiani nei racconti del primo cinquecento. Tant’é che alcuni anni dopo, rivalendosi con aggiunte e sfumature nuove, Matteo Bandello Tortonese (1480 – 1561), ne recupera lo scritto in una nuova versione, senza mutarne il titolo originale, sunto della storia amorosa di due giovani Giulietta e Romeo; tanto era famosa quella novella, da lasciare traccia durevole fra gli intellettuali dell’epoca. Persino Pietro Bembo Veneziano, in alcune lettere spedite a Luigi Da Porto, discute della novella di Giulietta e Romeo, segnalandone all’amico, soluzioni linguistiche e sintattiche.

Si è detto tutto e il contrario di tutto, sul conto di uno sconosciuto Michelangelo Florio da Messina, immaginandolo viaggiatore in fuga, per beghe di confessione religiosa. Lui, di fede protestante, si ritroverà a cercare scampo, fuggendo da una terra a un altro luogo. Passando da città in città, da nazione in altra nazione fino a giungere in Inghilterra. Si è immaginato grande umanista, abile nelle lettere, capace studioso di latino e di greco. Un vero genio: talmente grande da pensare come Leonardo Da Vinci, a seminare trappole filologiche, e beffare il prossimo con trabocchetti linguistici a rebus. C’è stato perfino, qualche autore che dovendo giustificare le sue congetture, l’ha portato da Messina in Inghilterra dopo lungo peregrinare e ivi, perché di fede calvinista, a scansarsi dalla santa inquisizione, si cambierà d’abito e di pelle; vestendo i panni di un cugino e il nome della madre adoperato per un buon fine. Sì che, il buon Michelangelo Florio diventa Crollalanza per dono materno e poi, Gugliemo per scambio di discendenza parenterale. Lo si è collocato a Venezia per fargli scrivere l’Otello, così come in altri anfratti per additarlo autore delle sue opere più celebri. Poiché Messinese, fu pur egli, autore della sua prima opera: “Tanto rumore per nulla” quale maggior certezza di questa? Una cavalcata fra trappole disposte a rebus. E di un vero e proprio rebus si è trattato il racconto della sua esistenza per questi investigatori, che non amano studiare. Avendo a verificare tra le maglie strette dello scibile di allora, si sarebbero accorti di tante faccende: nelle commedie, nelle tragedie, nelle parodie e nelle novelle sconce, maccheroniche e prolisse, si sarebbero accorti di un’altra verità.

Mi accingo a muovermi, come potrebbe fare un elefante in un emporio di cristallerie, senza badare a dove porre le zampe con movimenti bruschi, evitando gentilezze e galanterie, per segnalare puntualmente, gli errori che tanta gente hanno commesso. Portiamo a Cesare quello che è di Cesare diceva una massima: io aggiungerei, diamo a Shakespeare la sua naturale dignità, cittadinanza e merito. Nessuno di chi si è incamminato per questo percorso a gincane, si è posto la domanda: ma in Inghilterra, negli anni di quel William Shakespeare dove si era formato scolasticamente, cosa conoscevano delle romanze, dei racconti, del teatro europeo gli Inglesi? Nessuno dico, di questi signori, si è accorto, che quello che ebbe a studiare William, e non il nostro genio poi divenuto messinese, lo aveva appreso sui banchi di scuola leggendo il Chapman che, alla fine del ‘500 aveva portato alle stampe, una versione poetica dell’Achille di Omero: un grecista inglese fra i primi che si era indottrinato attraverso alcuni intellettuali di scuola francese. In Inghilterra, erano penetrati molti autori italiani, favoriti della comunità italiana capeggiata da Giordano Bruno fra gli esponenti più eccelsi. Così accadeva che oltre Manica, già dalla prima metà del XVI secolo, si potessero leggere gli scritti di Luigi Da Porto, Matteo Bandello, Giovanni Battista

Matteo Bandello

Gilardi Cintio, Giovanni Fiorentino, Agnolo Fiorenzuola, Michelagnolo Florio da Siena e altri. Sarebbe bastato poco, per recuperare le novelle del Ferrarese GB Gilardi Cintio, che scrisse in una prima versione del 1565 gli Ecatommiti, narrando di un geloso capitano veneziano di origini moresche di nome Otello; queste cento novelle, furono raccolte a mena dito dalla scuola inglese in quegli anni. Nella successiva versione del 1583, pubblicata a Venezia, dopo la morte dell’autore ferrarese avvenuta nel 1573, un certo Shakespeare da Stratford upon Avon, ne ottenne copia. Il quale, s’innamorò della novella che più rappresentava il Gilardi, intitolata “La storia d’Otello degli Ecatommiti”. Per non dimenticare quel Matteo Bandello, segnalato poco innanzi, autore molto conosciuto nei teatri e nelle scuole d’Inghilterra, soprattutto per quella sua commedia, intitolata: “Tanto Rumore per nulla”, qui, in parte vergata e segnalata in allegato. Recuperata una versione in una ristampa Londinese del 1791, alla pagina 99 e segnata come la XXIIma novella, precisava Bandello, la storia che lo condusse, sulle tracce di un racconto, che fu la prima opera per William Shakespeare.

Estrapolando quanto segue, così registrava il Bandello in una lettera, spedita alla Contessa Cecilia Gallerana nativa Bergamina. “Questa state passata essendo voi per gli estremi caldi che ardevano la terra, partita da Milano e ridutta con la famiglia al vostro Castello di San Giovanni in Croce nel Cremonese, m’occorse insieme col signor Lucio Scipione Attellano andare a Gagnolo, ove dal valoroso signor Pirro Gonzaga eravamo chiamati onde passando vicino al detto vostro Castello, ne sarebbe partito commetter un sagrilegio se non fossimo venuti a farvi riverenza. Non voglio ora star a raccontare quanto cortesemente fussimo da voi con umanissime accoglienze raccolti e sformati umanamente a restar quel di, e duo altri appresso con voi. Quivi lasciando voi i soliti e dilettevoli vostri studii de le poesie latine e volgari, quasi il più del tempo conosco in piacevoli ragionamenti consumaste. E ritrovandosi il secondo di con voi alcuni gentiluomini Cremonesi, che la d’intorno avevano le lor possessioni, furono ad ora del merigge, dette alquante Novelle tra le quali quella che il nostro Attellano narrò piacque molto a tutta la compagnia e fu da voi con accomodate parole largamente commendata, onde tra me stesso ad ora deliberai, di scriverla e farvene un dono. E cosi come da Gagnolo a Milano ritornai, sovvenutomi de la mia deliberazione la detta Novella scrissi. E benché il soave dire del nostro facondo et eloquente Attellano non abbia in questa mia Novella espresso, non ho perciò voluto restar di mandamela. Vi piacerà adunque accettarla come solete tutte le cose a voi da gli amici, doliate accettare e farle questo favore di riportarla nel vostro Museo, ove di tanti uomini dotti le belle rime et ornate prose riponete et ove con le Muse tanto altamente ragionate che, ai nostri giorni tra le dotte Eroine il primo luogo possedete. Feliciti nostro Signor Iddio tutti i vostri pensieri. Salutandola affettuosamente con la frase, State sana”.

Novella XXII
“NARRA IL SIG. SCIPIONE ATTELLANO come il sig. Timbreo di Cardona, essendo col Re Piero d’Aragona in Messina s’innamora di Fenicia Lionata et i varii e fortunevoli accidenti che avvennero, prima che per moglie la prendesse. Correndo gli anni di nostra salute MCCLXXXII i Siciliani non parendo loro di voler più sofferire il dominio dei Francesi con inaudita crudeltà, quanti ne in un solo erano, un giorno ne 1 ora del vespro ammazzarono che così per tutta l’Isola era il tradimento ordinato. Nè solamente uomini e donne de la nazion Francese uccisero, ma tutte le donne Siciliane che si puotero immaginare esser di Francese nessuno gravide il di medesimo svenarono, e successivamente se donna alcuna era provata che fosse da Francese ingravidata senza compassione era morta, onde nacque la miserabil voce del vespro Siciliano. Il Re Piero d’Aragona avuto questo avviso, subito ne venne con l’armata e prese il dominio de l’Isola perciò che Papa Niccolò III a questo lo sospinse dicendogli che a lui come a marito di Gostanza figliuola del Re Manfredi l’Isola apparteneva. Esso Re Piero tenne molti dì in Palermo la Corte, molto reale e magnifica e de l’acquisto de l’Isola faceva meravigliosa festa. Da poi, sentendo che il Re Carlo II figliuolo del Re Carlo primo che il Reame di Napoli teneva con grossissima armata, veniva per mare per cacciarlo di Sicilia; gli andò all’incontro con l’armata di navi e galere che aveva e venuti insieme al combattere, fu la mischia grande e con uccisione di molti crudele. Ma a la fine il Re Piero disfece l’armata del Re Carlo e quello prese prigione e per meglio attendere a le cose de la guerra, ritirò la Reina con tutta la Corte a Messina, come in quella Città che è per i scontro a l’Italia e da la quale con breve tragitto si passa in Calavria. Quivi tenendo egli una Corte molto reale e per la ottenuta vittoria essendo ogni cosa in allegrezza et armeggiandosi tutto il dì e facendosi balli, un suo cavalier e barone molto stimato et il quale il Re Piero perchè era prode de la persona …”

Come si può facilmente verificare, la trama della commedia, “Tanto rumore per nulla” dello Shakespeare, viene a ritrovarsi, in uno scritto composto 40 anni prima che lo vergasse l’autore di Stratford upon Avon. Come accadde per Otello e per Giulietta e Romeo, le novelle della scuola italiana scritte addirittura mezzo secolo prima in Italia, dal tempo in cui, lo Shakespeare le ha rese delle opere d’arte, furono recuperate e riadattate, nello stile del grandissimo drammaturgo inglese. Questo dimostra, che Michelagnolo Florio, non ebbe a scrivere nulla di tutto ciò che gli è assegnato; anche in veste di un impossibile Shakespeare. Tutta la costruzione effettuata per giustificare, la presenza dell’emigrante messinese in quei luoghi, oggetto di verifica, si va a fare benedire. Una trama mai accaduta, imposta dal Paladino e dallo Juvara su vicende, perfettamente conosciute in molte università del mondo ma sconosciute a un professore di letteratura, hanno creato un movimento inusitato. Quasi una beffa, nella quale, ci sono caduti in tanti in vario modo. Se ciò non bastasse, e si volesse assolutamente tentare, sempre e comunque, di accompagnare questa millanteria, bisogna portare all’attenzione dei più curiosi, il patrimonio cedolare proveniente dagli archivi inglesi. Ovvero, da quei fondi che una strana volontà britannica, impedisce di consultare.

continua

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