Tanto Rumore per nulla, a Messina – Parte II

di Alessandro Fumia

Io che britannico non sono, forse sono stato in grado di raggiungere quello che nessuno dice di trovare, andandomi a infarinare presso quegli archivi, apprendendo cio che segue.

Joseph Quincy Adams

Secondo quanto asseriva Joseph Quincy Adams in una sua opera, intitolata: “A life of William Shakespeare” edita nel 1923, e successivamente riveduta e corretta, nella sua terza ristampa sotto il titolo di “The name of William Shakespeare a study in orthography” edita da John Louis Haney nel 1969 a p. 1, la vicenda era così svelata: attraverso gli studi di Mr Lionel Cresswell, si indirizzano con particolare attenzione sul codice MRS – CC, dal quale fondo (atti matrimoniali) si estraevano i nomi dei personaggi Simon Shakespeye 1260 e quello successivo di Geoffrey Shakespeare 1268; non che ancora, un altro Simon Shakespear in data 1278. Gli autori inglesi, attraverso questa cronologia, erano esortati a credere, di aver individuato una certa discendenza. Attraverso questa discendenza familiare, incominciarono a sondare altre combinazioni e altri documenti. La chiave di ricerca erano gli archivi matrimoniali: in essi si stava per svelare il mistero attraverso l’apposizione di un trattino, un legatoio che permette di scindere un valore nominale in due parti. Lo studio segnalato a nome dello storico Holder, metteva alla luce un cognome, recuperato dal fondo dello Judical Case nel 1278 – 79, intitolando il suo articolo: The surname a John Shakespeare who in 1279 was living at freyndon. Ma, uno studio veramente interessante, ci viene proposto da William A. Read, dal titolo “Studies for William A. Read” pubblicato nel 1977 nel quale, si individuava due percorsi storici, identificati: dal 1176 al 1350 dove aiutandosi da numerosi atti matrimoniali, stabiliva una costante, in cui il nome Shakespeare veniva segnalato ripetutamente in numerosi codicilli. E di conseguenza, praticava nel periodo storico successivo, compreso fra il 1350 al 1457, tutta una serie di titoli e documenti chiarificatori, sulla natura di quel nome “Shakespeare”.

William A. Read

Andiamo con ordine. Già alla fine dell’ottocento, alcuni osservatori e bibliografi inglesi, si erano accorti della segnatura Shake-speare motivando a loro volta non un anagramma, ma un’interpretazione etimologica. Osservavano che questo fenomeno, era molto comune fra le genti normanne e sassoni: ovvero, quello di interpretare la radice nominale di un nome straniero, molte volte germanico, coniugandolo e trasformandolo in inglese. Da che, osservavano, attraverso notevoli documenti, senza formulare ipotesi dunque, tutta una serie di variabili onomastiche. A p. 79 dell’opera di William A. Read, si confermava che il surname Shakespeare, poteva dipendere da un altro surname: il cosi detto Levelances estrapolato dalla nota, in rapporto al “christian name Simon of Levelances and Shakespeares”. La trasformazione del name o l’evoluzione più semplicemente, occorsa nel periodo 1350 fino al 1457, permetteva di osservare e giustificare si fatta combinazione. Si recuperavano nel frattempo in questo studio, le ipotesi francesi e tedesche. Ciò a dire che nel XIX secolo, già esisteva una ricca aneddotica sviluppatasi in Francia e in Germania, sulla questione Shake-Speare, cioè non una novità di recente costituzione. Aiutandosi con alcuni contributi di Joseph Quincy Adams, andarono a studiare delle tracce, costituite nella diocesi di Bayeux: ovvero delle cedole di alcune decime ecclesiastiche, intestate a taluni personaggi, più o meno interessanti in rapporto a questo studio sul significato di shake – speare. In questo fondo, andavano a recuperare alcune monete appartenute al re Riccardo cuor di leone: una ridotta emissione datata dal 1195 al 1198, coniata da William Sakeespee. I fondi, furono sigillati ed emessi presso la diocesi di Neighboring da parte di Roger Sakespee.

Nella tradizione Normanna di Francia e quindi, nei fondi riconducibili al suo territorio, studiando altri atti matrimoniali e carte giuridiche, osservavano che in nome Shake [ shak ] corrispondeva all’omonimo Sacquer, discendente in Sakier (così si scriveva questo nome, nella regione settentrionale della Francia, “ Nothern French”). Mentre, osservando altri codici emessi nello stesso tempo storico, questa volta nella Central French, centro della Francia, il nome si trasformava in Sachier per essere tradotto: tirare – “tirer” e la radice nominale èpèe, corrispondeva alla traduzione di spada, traducibile in buona lama. Gli autori giustificavano queste combinazioni, in rapporto alle mansioni e ai mestieri, di alcune manodopera che venivano successivamente additati come soprannomi. I copisti, meglio conosciuti come amanuensi, trascrivevano nei registri quei valori nominali, trasformandoli in veri e propri cognomi. Così poteva accadere che un soprannome fosse letto, successivamente come un vero e proprio cognome, per designare un ceppo familiare. Gli autori Inglesi e francesi in tal modo, individuarono una componente familiare di epoca medievale, conosciuta sotto l’appellativo di “tirar di spada”. In questo caso gli autori si muovono su documenti d’archivio, dai quali è possibile rintracciare tante variabili nominali, emesse molti secoli prima che un William Shekespeare comparisse in upon Avon Stantford.

Gli autori francesi allo stesso tempo, rivalutavano un motto conosciuto dagli antichi cavalieri medievali, segnalando una formula qui studiata:  “sasquer les armes et prendre les armes”. Forti di questa invettiva praticamente cavalleresca, potevano giustificare il principio, che alcuni scudieri, particolarmente meritevoli, ebbero modo di esporre quelle insegne e in tal modo, di essere a esse associati. L’evoluzione della scrittura, segnalavano alcuni autori di questo fenomeno grafico, trasformò questi meriti, in una vera e propria messe di sfumature nominali, ben presenti alla storiografia anglo-francese. Queste materie erano possibili dallo studio ripreso successivamente, da autori che volevano giustificare una certa affinità fra diversi miscugli linguistici, inquadrandoli in una materia – the folk-etimology – raccogliendo  i così detti, – similar sounding  english name – shake-speare [ W. A. Read p. 80 ] avvalendosi, di alcune genealogie normanne derivanti dal nome Sakeespiee. Faceva notare W. A. Read che l’Adams aveva comparato le sillabe del nome Saque a suo dire, corrispondenti al valore Sak scritto con la K, identificando in questo modo, non solo una variabile ma, una vera e propria formula lessicale, presente nel linguaggio medievale inglese XII secolo. La comune forma Sak – Sake, deriva dai fondi del codice OE, in cui v’è inscritta sotto  la parola scacan [ J. Q. Adams p. 6]. Read,  segnalava, aiutandosi con un altro codice, il MnE, seguendo le direttive ortografiche di R. Jordan 181, che in questo fondo manoscritto, si seguiva una differente ortografia, la quale  prevedeva, nel caso di Sake,  il valore di Shake; in quanto che, veniva apposta una grafia con segno sincopato sulla S, uno stilema grafico  riconducibile al valore del segno Sh appunto. Da ciò si otteneva che, l’antico nome normano Sakeespee, corrispondesse al valore inglese (Sh)-šakeespee, favorendone, allo stesso tempo, la lettura e l’omologazione avverbiale, oggi perfettamente ottenibile con il moderno vocabolo inglese shake.

Eccezioni a parte, la ricostruzione storica in atto, prende in visione contributi antichi, attraverso l’utilizzo dei quali, spiegando quelle variabili oggi perdute nel merito, danno forza alla verità storica che vuole il cognome Shakespeare essere un corpo, assolutamente  vivificato nelle terre dell’antica Inghilterra; e non dalla macchinazione di un disperato calvinista, in fuga da se stesso e da Messina. Esiste un fondo importantissimo fra i tanti nominati, ricondotto alla raccolta trecentesca del Calendar of the Charter Rolls del 1310, segnalato a p. 82 da J. Q. Adams nella sua opera in terza ristampa. Dove, recuperando quanto detto fino ad ora, inseriva le famose variabili nominali, in rapporto ai nomi: Sakespeie, Sakespey, Saxpey, Sakespeie per giungere fino a Shakespeare, come previsto dallo stesso Adams a p.5 nella quale raccolta, l’utilizzo della š determina, il cosi detto valore sillabico sh, e quindi, oggi dovremmo trascrivere tutti quei cognomi non nella formula sake, ma ben si, nella forma shake.

Ricordo ancora, in fondo a tutta questa ricostruzione storico-lessicale, che la base di partenza, sono quei personaggi segnalati prima e vissuti in un’epoca in cui XIII secolo, il nomade calvinista non era neppure nato. Quindi, esistevano nella memoria archivistica inglese, tutta una serie di personaggi che apponevano sui documenti di pertinenza, il loro nome in Shakespeare ben prima che fosse anagrammato in Crollalanza. Valga per tutti, quel Wuilliam Shakespeare, nato o morto, secondo quanto segnalato da  Joseph Quincy Adamas nel lontano 1923, nell’atto cimiteriale datato 1279. La memoria non dovrebbe far cilecca quando ci si accinge a raccontare la storia, dovendo sindacare su fatti certificati da documenti, evitando di costruire fandonie fatte passare per accadimenti storici. Mi limito a segnalare una nota bibliografica, prima di innescare, una serie di annotazioni specifiche.

Nella ricerca personale delle fonti, recupero lo studio effettuato dalla Universidad Nacional  Autonoma de Mexico, della dottoressa M. Enriqueta Gonzales Padilla, responsabile del progetto Shakespiriano  della facoltà di Filosofia e Lettere di quel ateneo, prodotta nel 1998. A pagina 8, del numero 83, si segnalano in rapporto alle opere scritte da William Shakespeare, nella prima fase della sua vita di drammaturgo, alcune soluzioni presenti nei novellieri italiani della prima metà del XVI secolo. L’intellettuale, dopo un accurato ragguaglio di documenti e sovrapposizioni di contributi, sullo studio delle opere di Shakespeare, appura  quanto segue: “Si deve comprendere nuovamente, la questione di Matteo Bandello, nelle sue novelle del 1560 che sono state tradotte  in inglese nel 1567”. Una svolta alle storie di Bandello c’è stata,  quando è stato inserito nel  The Palace of Pleasure di William Painter, nelle versioni del 1566, 1567, 1575. Queste raccolte, formatesi già da un’altra fonte,  tradotta dalle opere francesi del tempo di Pierre Boaisteau, sono apparse nelle storie tragiche di “Belloforest del 1559”. Si che, come si può comprendere, la prima fase compositiva dello Shakespeare, è stata osservata, piena di riferimenti ai due filoni su edotti: quella che faceva a capo di Matteo Bandello e quella riconducibile alle romanze francesi del Belloforest.

Questo cliché, permette di studiare in modo appropriato, tutte quelle opere che si riconducevano alla tradizione italiana, e a tutti quei novellieri, che hanno prodotto le rispettive opere, molto tempo prima che il drammaturgo inglese nascesse. E visto che, si è immaginato il Crollalanza nascere a Stratfrod upon Avon, fosse lui e non altri, tutto quello costruito per identificarlo e rapportarlo a Messina, viene meno. Il nostro messinese è stato immaginato non solo autore delle opere di Shakespeare ma anche protagonista. In quanto, il ricercatore, limitato di mezzi, non riusciva a comprendere come, tutte quelle trovate espressive, ripescate nelle opere del drammaturgo inglese, potessero ivi essere ricondotte, se già bagaglio della cultura siciliana e messinese. Quindi, escludendo un’altra chiave di lettura, si è immerso a trovare tutto e il contrario di tutto per giustificare la sua parte. Per tale motivo, ha indottrinato tante persone a pensare come lui, che Crollalanza durante il suo peregrinare giungendo a Treviso, s’innamorò di una giovane, la Giulietta del dramma che prende lo spunto, adesso intitolata Giulietta e Romeo; quindi, dopo la morte della sventurata, il Crollalanza giunse a Venezia, presso la casa di un mercante di nome Otello. Anche questa congettura, gli permetteva di perorare la causa che il Messinese, aveva fatto delle esperienze, che gli serviranno successivamente a sviluppare le sue opere inglesi. Insomma, un cumulo di congetture: che aumentavano (non poteva essere altrimenti visto la piega intrapresa) ogni giorno di più, per dare forza al suo ragionamento, e clonare al suo, anche il pensiero di altri. Se si è arrivati al punto di chiedere la cittadinanza non si è più sul campo delle ipotesi, ma sul suolo delle certezze.

Giungiamo adesso alle certezze escluse da quell’assurdo appunto, costruzione fatta, senza badare alle fondamenta del prodotto, rendendo sospeso un palazzo per aria; forse l’invenzione di un titolo per un’altra commedia? Non si sa! Quello che invece è risaputo, sviscerato in tutte le sue forme, studiato da secoli in tutto il mondo, si riconduce alla scuola dei novellieri italiani. Eccone un sintetico richiamo. Velocemente allego queste tracce.

Commedia, Giulietta e Romeo: tratta dalla novella così intitolata, Giulietta e Romeo di Matteo Bandello 1559. Riscritta da Shakespeare nel 1594.

Commedia, La dodicesima notte: novella scritta da Matteo Bandello nel 1560 intitolata, la dodicesima notte. Riscritta da Shakespeare nel 1600.

Commedia,  Amleto: novelle scritte dal Bandello intitolate, il regno di Danimarca, costruiscono la trama della II parte dell’opera composta da Shakespeare del 1600.

Commedia, Tanto rumore per nulla: novella di Bandello con lo stesso nome, del 1559. Riscritta da Shakespeare nel 1598.

Commedia, Misura per misura: novella di Giraldi Cinzio con lo stesso nome, composta nel 1560. Riscritta da Shakespeare nel 1601.

Commedia, Otello: novelle scritte da Gilardi Cinzio, intitolate Otello degli Ecatommiti del 1561. Reinterpretate e scritte da Shakespeare nel 1602.

Commedia, Cimbelino: Decamerone del Boccaccio ( IX novella della II giornata) dell’anno 1351. Riscritta ed interpretata da Shakespeare nel 1607.

Commedia, Il Mercante di Venezia: novella detta del Pecorone, opera di Giovanni Fiorentino del 1385. Reinterpretata da Shakespeare nel 1596.

Commedia, Le Comari di Windsor:  la struttura è ricreata da un gruppo di scritti di Giovanni Fiorentino 1385, inseriti nella II novella, della I giornata del pecorone 1385 e da alcune tradizioni inglesi. Lo Shakespeare la scrive nel 1601.

Storia, Venere ed Adone: novelle di Girolamo Parabosco, intitolate L’Adone, del 1557. Reinterpretate e riscritte da Shakespeare nel 1592.

 

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