Una storia esemplare

di Filippo Romano

La Ferrovia dell’Alcantara univa la Costa jonica (dalla Stazione Alcantara) a Randazzo. Costruita alla fine degli anni ’50 e chiusa nei primi anni ’90 del Novecento, coi suoi soli tre decenni di attività rappresenta ed esemplarmente riassume le ragioni del sottosviluppo del Mezzogiorno.

I lavori furono completati nel 1959 e avevano avuto avvio molto tempo prima, nel 1928. Ma le discussioni preliminari erano iniziate già nei primi anni del secolo, ed erano state segnate dalle acerrime lotte fra le rappresentanze politiche di Messina e di Catania su chi dovesse avere un collegamento fra il porto del proprio Capoluogo e l’entroterra agricolo e solfifero siciliano; nel 1959, in realta, sarà troppo tardi per entrambe le esportazioni…

Negli anni successivi l’infrastruttura avrebbe potuto essere un volano turistico. Ma incredibilmente veniva chiusa ogni estate; e comunque non aveva una fermata – turisticamente strategica – alle Gole dell’Alcantara, che pure sfiorava. Quando questa fermata venne finalmente realizzata, la ferrovia venne definitivamente chiusa, e la stazioncina non entrò mai in funzione.

Al capolinea, cioè a Randazzo, le attigue stazioni della ferrovia dell’Alcantara e della ferrovia Circumetnea erano separate da un muro e per cambiare treno era necessario un percorso a ostacoli di circa un chilometro (il che ci ricorda tristemente il collegamento fra gli sbarcaderi dei traghetti privati e la Stazione ferroviaria di Villa San Giovanni, donde passano tutti i collegamenti terrestri fra Sicilia e Resto del Mondo).

Dunque, realizzata tardi rispetto alle esigenze che la avevano determinata, quando finalmente vengono risolti i problemi che le impediscono di diventare un volano turistico (esigenza non rappresentata ma nel frattempo diventata primaria), la ferrovia viene chiusa.

E pensare che la mia antica Casa di famiglia a Francavilla di Sicilia fu buttata giù nel 1956 per costruire la strada di accesso alla Stazione. Sostituita da palazzine anonime di cemento grigio.
Se ne conserva una foto, scattata tardivamente a demolizione già iniziata.
Guardandola viene da pensare che anche la inutile distruzione di quella casa ottocentesca rappresenta un simbolo della follia, della disorganizzazione, del disordine, delle divisioni egoistiche e in generale della somma di errori e stoltezze che hanno soffocato lo sviluppo economico del Mezzogiorno.

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