“Van Gogh l’odore assordante del bianco”: l’arte e il delirio della vita

Di Giuseppina Mangione

Oggi, 24 gennaio 2020, spettacolo alle ore 17:30

Il bianco comprende tutti i colori, li assorbe e rilascia luce pura, che abbaglia e disarma, è l’inizio dell’infinito o la porta del nulla.
Il bianco è un odore, è il traffico assordante dei pensieri che rimbombano tra i muri – anch’essi bianchi – di un manicomio. Il pazzo sotto osservazione, definito “socialmente placido”, è Vincent Van Gogh.
Associando diverse sfere sensoriali, lo scrittore Stefano Massini ha estrapolato un frammento della vita del pittore olandese, dato voce e ragione alla sua follia, facendo così nascere un racconto drammatico e ricco di suspense.
“Van Gogh, l’odore assordante del bianco” con la regia di Alessandro Maggi e, nel ruolo del protagonista, Alessandro Preziosi.
Lo spettacolo, in scena al Teatro Vittorio Emanuele, ha riscosso un notevole successo; il pubblico ha potuto apprezzare l’intensità dell’interpretazione di Preziosi e la perfetta coordinazione dialettica con gli altri artisti, essenziali per disegnare il “quadro” della follia di Van Gogh che, altrimenti, rimarrebbe un soliloquio … incolore.
La scenografia di Marta Crisolini Malatesta, spesse mura bianche ed il piano inclinato al centro della scena, introducono nel mondo della malattia mentale del pittore, un universo ostile ed incomprensibile che si trasforma in una prigionia peggiore quando, nel maggio del 1889, è internato nel manicomio di Saint Paul de Manson, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico nelle vicinanze di Arles.
Allontanato dai colori e dalla pittura, costretto alla calma e all’inattività, il “rosso pazzo” è abbandonato ai vortici delle sue allucinazioni, tanto reali da fargli credere di incontrare il fratello Theo (Massimo Nicolini) che lo dovrebbe liberare da quella prigione, tanto effimere e dolorose da trasformarsi in rabbia cieca contro chi lo fa sentire “al guinzaglio, con la museruola tra le grida della scimmie”.
Gli infermieri Roland (Antonio Bandiera) e Gustave (Leonardo Sbragia) cercano di addomesticare la sua “ferocia”, ma è il capo reparto il Dottor Vernon-Lazàre (Roberto Manzi) che più di ogni altro irride e stuzzica il suo malessere, come un domatore che controlla la belva addomesticata. Fino a quando la belva non prende il sopravvento. Solo il provvidenziale intervento del direttore il Dottor Peyron (Francesco Biscione) riesce ad evitare il peggio e a dare una svolta alla storia.
I dialoghi diventano sempre più serrati, la distanza tra Van Gogh e il dottore si annulla; quest’ultimo è “illogico e spiazzante”, ovvero follemente comprensivo, capace di assecondare il tormento esistenziale del pittore e di incanalarlo verso l’unica strada possibile: il ritorno alla pittura.
Non è un “chirurgo dei pensieri”, i vortici della mente continueranno a tormentare Vincent Van Gogh, a straziare la sua vita, ma attraverso la pittura ed i colori – che sono la sua voce – oggi possiamo godere di una bellezza incommensurabile. Dalla scena si passa alla riflessione. Non si può non pensare ai capolavori che Van Gogh ci ha lasciato. I suoi quadri ci regalano bellezza, felicità e, grazie a questo spettacolo, ci si accorge di intercettare anche le note più amare che li hanno generati.

Gallery tratta da www.khorateatro.it: ph. Manuela Giusto e  Francesca Fago

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Testo Stefano Massini
Regia Alessandro Maggi
Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
Disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta
Musiche Giacomo Vezzani
Supervisione artistica Alessandro Preziosi

produzione Khora e TSA Teatro Stabile D’Abruzzo

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